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Full text of "La Gerusalemme liberata, studiata nelle sue fonti"








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Peof. VINCENZO VIVALDI 



PROLEGOMENI 



ad uno studio completo 



SULLE 



FONTI DELLA GLeUSALEMME LIBERATA 




-1 



TRANI 

V. VECCHI, TIPOGRAFO EDITORE 
1904. 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



Questo volume di Prolegomeni, per ragioni indipen- 
denti dalla mia volontà, viene in luce, dopo molto tempo 
dalla pubblicazione del primo volume della mia opera 
Sulle fonti della Liberata. Questo indugio mi è stato 
utile, poiché ho avuto agio di consultare parecchie opere, 
che prima non avevo consultate, le quali mi hanno con- 
fermato nelle mie opinioni. In questo intervallo di tempo 
si son pure pubblicati alcuni lavori che direttamente o 
indirettamente trattano qualche parte dell'argomento da 
me trattato ; e di essi ho fatto tesoro (^). 

Spero di far seguire subito questi Prolegomeni dalla 
stampa del secondo volume della mia opera, dove sono 
discusse tutte le fonti degli episodi della Liberata. 

Catanzaro, 7 ottobre 1904. 

Vincenzo Vivaldi. 



(1) Mentre correggo le bozze di stampa di questo foglio, mi giunge un 
altro buon commento della Liberata {Bellezze della G. L. con Vepilogo del poema 
e con note di E. Mestica. Livorno, R. Giusti, 1904). 



CAPITOLO I. 
Dal poema cavalleresco al poema eroico nel 1500. 

Nella prima metà del secolo XVI l' Italia fu inondata di poemi 
cavallereschi: nella seconda metà si ebbe il miglior esempio di 
poema eroico, e quindi un'infinità di altri poemi eroici, nei quali 
pili meno da vicino si seguono le vestigia della Gerusalemme (^). 
Or come dal poema cavalleresco si passò all'eroico, dal Furioso 
alla Liberata? É una questione trattata da parecchi, e deve co- 
minciare da essa chi voglia rendersi pieno conto del poema del 
Tasso (2). 

Ai cinquecentisti parve che fossero spinti a scrivere il poema 
eroico solamente da una ragione linguistica. Specialmente nel 
secolo XV molti, piena la mente degli scrittori latini e greci, 
avevano sostenuto che il nostro volgare, se buono per la lirica, 
non era del pari buono per più alte forme di poesia. E vero 
che alcuni di quei latinisti (il Bruni, il Filelfo, il Landino, il 
Poliziano) si erano ingegnati di dimostrare il contrario; e Lo- 



ci) Vedi, fra l'altro, Gli Epigoni della Gerusalemme Liberata del prof. A. Bel- 
LONi, Padova, 1893. 

(2) La trattò quasi compiutaraente il mio egregio amico prof. E. Proto {Sul 
Rinaldo di T. Tasso); ed io mi sono giovato moltissimo del suo lavoro. E ri- 
cordo pure il capitolo : « Il poema eroico nel secolo XVI » del Gaspaky (St. Leti., 
voi. II, par. II, pag. 169 seg-g.); e la stessa trattazione nella Storia Letteraria 
del '500 di Fkancesco Flamini, Milano, Vallardi (pag'. 161 e sgg. e 495 e segg.). 



— 2 — 

renzo dei Medici aveva avute delle splendide parole in lode del 
nostro volgare (i); ma, anche verso la fine della prima metà del 
secolo XVI, la vecchia opinione aveva degli appassionati fautori, 
i quali sopratutto sostenevano che la nostra lingua non era atta 
al poema eroico (2). E parecchi nostri poeti cercarono di smen- 
tire coi fatti i denigratori del nostro volgare, mostrando che esso 
era buono anche per il poema eroico. Ecco qui una testimonianza 
di quanto dico, la quale mi sembra decisiva. É il Bolognetti che 
scrive al Giraldi, e si compiace con l'amico, perchè abbia messo 
mano ad un poema eroico, seguendo lo stesso impulso, che avea 
spinto lui a metter mano al Costante. 

Un medesmo pensier credo che fosse, 

Nobil Giraldi, quel (s'io non m'inganno) 

Ch'a far poema eroico ambi ne mosse. 
Questo è, perciò ch'i Toschi ancor non hanno 

Marte cantato con eroici carmi, 

Ma rozzi e inculti fra romanzi stanno. 
Quel vostro, che cantò gli amori e l'armi 

Dei Galli erranti, andar cinto d'alloro 

Senza ragione (a mio giudizio) parmi. 
Colui non men, che con nessun decoro 

Trovate nuove lettre, al fin d'Omero 

Colse lo sterco e non conobl)e l'oro. 
Di Giron lo scrittor forse il pensiero 

Ebbe lontan di voler gire a quella 

Meta, ch'io dico, e preso altro sentiero. 
Molti son di parer che la favella 

Tosca solo in mostrar d'amor gli affetti 

Basti, e sia dolce al par d'ogni altra e bella. 



(1) Invernizzi, // lìisorgimento, pag. 24, 155, 248, 250, 251. 

(2) Vedi TuiAnoscin, tomo VII, lib. III. — Bembo, Prose della volgare lingua. 

— CiTOLiNi, Lettera in difesa della lingua volgare. — G. B. Gikaldi, Discorso dei 
Romanzi, Milano, Daelli, 1864, pag. 5. — Speron Speroni, Dialogo delle lingue. — 
Varchi, Ercolano, quesito IX. — Fontanini e Zeno, Bib. El. Jtal., voi. II, pag. 50-51. 

— FoNTANiNi, Aminta difeso, cap. VII (ricorda moltissimi autori che sostennero 
quell'opinione). — Vedi anche Michele Bakiu, Dante nel Cìnquerentn. Introduzione. 
Vittorio Rossi, // Quattrocento, pag. 75-76, e Fu. Flamini, // Cinquecento, pag. 127. 



— 3 — 

Ma che a voler cantar gli alti soggetti 

Del fiero Marte al segno non arriva, 

Sian quanto voglian gli scrittori eletti. 
E dicon ch'ella è d'assai voci priva, 

Onde esprimer si possa un certo ardore, 

S' awien eh' ira o minacele alcun descriva. 
Io tengo che costor siano in errore, 

Per quanto già da alcun n'ho visto prova. 

D'alcun eh' ancor non scopre il suo valore. 
Quanto, o Giraldi, mi diletta e giova. 

Pensando questa, ch'i nostri avi in culla 

Videro, e in fasce ne l'età sua nuova, 
E i padri nostri tenera fanciulla. 

Noi la veggiam cresciuta in breve tanto 

Oh' a sua perfezion già manca nulla. 
E con sì dolce e con sì altiero canto. 

Concorde al suon di tromba o di siringa, 

Già d'Europa rimbomba in ogni canto (1). 

E qualche anno dopo del Bolognetti (il 1563), anche il Min- 
turno scriveva nella sua Poetica: « negar non si debba questa 
nostra lingua esser cosi grave e leggiadra ed atta a spiegare in 
parole ogni materia, la quale per le voci possa in luce venire, 
che qualsivoglia maniera di poesia leggiadramente e gravemente 
tratterebbe » (2). 

Lo stesso T. Tasso nel secondo dei suoi Discorsi dell'arte 
poetica difende la nostra lingua da questa taccia che le si dà, di 
non essere atta a poemi eroici, ed aggiunge che non sa vedere 
la ragione, per la quale una lingua, che è cosi eccellente per i 
poemi di molte azioni (romanzeschi), non debba poi esser buona 
per i poemi di una sola azione (^). E nella dedicatoria al dialogo 



(1) Questo capitolo del Bolognetti è in fine AoìVErcole, Modena, stamperia 
de Gadaldini, 1557. 

(2) MiNTDKNo, L'Arte poetica, Napoli, 1725, pag. 30. 

(3) Prose Diverse, I., 37-38. La stessa cosa è ripetuta nei Discorsi del 
poema eroico, voi. cit., pag. 148. 



— 4 — 

La Cavalletta aggiunge che la favella toscana è tanto nobile, che 
potrebbe far dubbia la palma degli antichi Greci e Latini (i). 

Ed il Caro, in una lettera del 1565, dice chiaro che si era ac- 
cinto già vecchio a traslatare V Eneide di Virgilio, non per acqui- 
star lode, traducendo da una lingua in un'altra, « ma per far 
conoscere la capacità di questa lingua contro l'opinione di quelli 
che asseriscono che non può avere poema eroico, né arte, né 
voci da esplicare concenti poetici; che non son pochi che lo 
credono » (2). 

E fa meraviglia come anche verso la fine del secolo XVI, dopo 
ch'era stata pubblicata da un pezzo la Liberata, non mancassero 
i sostenitori dell'opinione, che « il numero del nostro idioma non 
è capace della maestà dell'eroico » (3). Già lo stesso Giraldi pare 
credesse che la nostra lingua non potesse ammettere poema di 
una sola azione ('*); che il suo Ercole, secondo lui, è materia di 
poema cavalleresco con l' unità di persona. Ed il Pigna avea ma- 
nifestata la stessa opinione (5). 

E se il Bolognetti ed il Caro ci dicono chiaramente che fu- 
rono spinti da una ragione linguistica a scrivere ed a tradurre 
un poema eroico, dalla stessa ragione dovè essere spinto il Tris- 
sino, il quale, primo, tentò nella nostra letteratura il poema alla 
maniera omerica e virgiliana. 

Ed un'altra ragione del passaggio dal poema cavalleresco al- 
l'eroico può esser questa, che trovo fuggevolmente accennata da 
parecchi critici del '500. Il Furnari si lamenta che i fatti della 



(1) Dialoghi del Tasso, III, 65. 

(2) Vedansi le lettere 247 e 261 dell'edizione di Padova, per G. Cornino, 1725, 
voi. II. Ed anche Ciampolini, Un poema eroico nella prima metà del cinquecento, 
pag. 139. 

(3) Della nuova poesia onderò della difesa del Furioso — Dialoijo del signor 
Giuseppe Malatesta, Verona, 1589. 

(4) Discorso dei Romanzi, pag. 25-26. 

(5) / Romanzi, pag. 116. Vedi anche la Yita di M. Lodovico Ariosto tratta 
in compendio dai Romanzi del signor G. Battista Pigna (neirodiziono del Furioso 
del 1584). 



— 5 — 

cavalleria erano trattati da cerretani (i); ed il Giraldi scrive che 
le favole degli Orlandi e dei Rinaldi erano « divenute si volgari, 
che si davano a descriverle insino i ciabattai » (2). Ed un poeta 
che si rispettava, come diciamo noi adesso, certamente doveva 
sdegnare di trattar materia divenuta cosi comune, e tentare di 
aprirsi vie nuove. Tutti quelli che tentarono il poema eroico od 
il poema con l'unità di azione, sono dei letterati, che dichiarano 
apertamente di non ambire il plauso del volgo. E quelli, che con- 
fessano di non sdegnare l'approvazione di esso, dicono chiaro e 
tondo che non sono contenti di quella sola approvazione, ma 
desiderano anche l'approvazione delle persone dotte. E come ot- 
tenere quest'approvazione, se non allontanandosi dalle vie battute 
da tanti altri fino allora, ed aprendosi una via, dietro gli esempii 
della classica antichità? Questa nuova forma di poesia nel '500 
si ebbe anche quindi per quella specie di aristocrazia, che fa ap- 
partare dalla moltitudine l'ingegno fornito di forti studii e che 
gli fa apparire bello e desiderabile ciò che è solo di pochi e non 
di tutti. 

Ma non mi pare che solo per aristocrazia d'ingegno e solo 
per mostrare quanto potea la lingua nostra tanti bravi poeti ten- 
tassero un nuovo genere letterario. Principale ragione, dai cri- 
tici e dai poeti del '500 confusamente intuita, forse, ma non 
chiaramente veduta, dovè essere stata quella di dare alla nostra 
letteratura un genere che le mancava, e trasfondere cosi in essa 
tanti tesori d'immagini e d'idee, che ci venivano dalle letterature 
classiche. E questo che dico apparirà chiaro a chi pensi che il 
poema eroico venne dopo i tentativi, che si fecero, di dare alla 
nostra letteratura altri generi letterarii, che aveva la letteratura 
greca e latina e che noi non avevamo. Nei principii del '500 fu 
tentata in Italia, sulle orme dei poeti latini, la commedia e la 



(1) Anche Roberto Titi, commentatore della Siriade del Babgeo, dà la baia 
alle finzioni dei poemi cavallereschi, e dice che quei j)ortentosa fifjmenta summo 
ineruditae plebeculae applausu commemorant. 

(2) Op. cit., pag-. 18-19. 



— 6 — 

satira ed il poema didascalico, e, su quelle dei poeti greci ed an- 
che latini, la tragedia e la lirica. E se questi tentativi avevano 
avuto non del tutto infelici risultati, perchè anche non tentare il 
poema eroico, di cui ci avevano lasciati esempii cosi splendidi 
quelle due classiche letterature? 

Ed è noto che Lorenzo dei Medici, come scrive B. Tasso in 
una lettera del 1557 (i),' « cercò d'introdurre in questa nostra 
lingua, come capace di ogni vaghezza poetica, tutte quelle ma- 
niere di poesia che usavano gli antichi, per mezzo di molti eru- 
diti, giudiziosi e pellegrini ingegni, che, beneficati dalla sua li- 
beralità, gli stavano acanto ». Egli stesso, con facilità d'ingegno 
prodigioso, passò dalla poesia schiettamente popolare, con le Selve 
d'amore e le sacre rappresentazioni e le laudi ed i canti carna- 
scialeschi ecc., all'egloga classica col Carinto, ed al poemetto mi- 
tologico con V Ambra. Ed un suo beneficato e protetto, il Poliziano, 
verso la fine del secolo XV introdusse nel volgare l'elemento 
classico, ripigliando la interrotta tradizione del Boccaccio C^). 

Che anche il bisogno di trasfondere nella letteratura italiana 
tutto un mondo d'immagini e d'idee apprese dai poemi classici 
spingesse tanti poeti a tentare quel nuovo genere letterario, ap- 
parisce poi chiaro da questo, che coloro i quali introdussero quel 
nuovo genere letterario in Italia cercarono, quanto fu loro pos- 
sibile, di ricalcare le orme dei poeti latini e greci, che li avevano 
preceduti. E qui credo opportuno più lungo discorso. 

Una letteratura, che sorge dopo altre, o prima o poi, dev'es- 
sere spinta da queste nel suo svolgimento. E la fiaccola della 
vita, che l' una generazione trasmette all'altra, e che talvolta una 
nazione trasmette ad un'altra nazione. Ed è legge ineluttabile del 
progresso che ciò che hanno fatto i nostri avi non vada intera- 
mente perduto, ma sia, o prima o poi, fonte di novella vita per 
i più meno tardi nepoti. 



(1) B. Tasso, Lettere, voi. Il, pag. 325. 

(2) Cajujucci, Le Stanze, l'Orfeo e le Rime di M. A. A. roliziano, Firenze, 1853. 



— 7 — 

La nostra letteratura fu preceduta dalla latina e dalla greca : 
e l'influenza della letteratura latina è palese nelle nostre opere 
più insigni del trecento (^). Si noti però questo, che l'imitazione 
dei poeti latini nel trecento non soffocò ogni nostra attività. E 
nel poema di Dante, benché ci siano tante reminiscenze del mondo 
classico e specie di Virgilio (2), sopratutto è rappresentata viva e 
piena la società del trecento. Ed il Petrarca, quantunque nel Can- 
zoniere qua e là ripeta immagini ed idee degli erotici latini (^), 
prima di tutto e sopratutto rappresenta se stesso ed il senti- 
mento d'amore, da cui era posseduto. E questa imitazione del 
mondo latino, più o meno vivamente e chiaramente, apparisce in 
altre produzioni nostre del secolo XIV. 

Nel secolo XV carattere della coltura italiana fu l'imitazione 
del mondo latino, e sopratutto nell'arte, che assunse anche la 
parola latina, quell'imitazione fu costante e patente. 

Mentre però quest'arte, che direi delle persone colte, si mo- 
dellava sul passato, fin dal secolo XII, importata da altri paesi 
dell'Europa, sorgeva un'arte popolare, rappresentata specialmente 
dal poema cavalleresco. Il quale, nel suo primo sorgere e propa- 
garsi fra noi, fu indipendente dalla passata nostra coltura: a 
mano a mano però questa dovea anche influire potentemente so- 
pra di esso, e, da genere puramente popolare, trasformarlo in 
genere letterario. 



(1) Notati Fr., L" influsso del pensiero latino sopra la civiltà ital. nel medio 
evo, Milano, 1899. — Baiìtoli Adolfo, I primi due secoli della leti, ital., cap. VII. 
— BuKCKHARDT, La cìvUtà del secolo del Rinascimetito in Italia, voi. I, passim, e 
voi. II, cap. V. — Geiger L., Rinasc. ed Uman. in Italia e in Germania, Milano, 
Vallardi, 1891, cap. XV. — Gebhaet, Les orig. de la renaissance in Italie, Paris, 
1879, cap. IV; ed altri. 

(2) Vedi, fra l'altro, il geniale articolo del D'Ovidio <iì Non soltanto lo bello 
stile tolse da lui », in Studii stilla Divina Commedia, Remo Sandron, 1901, pag. 225 
e segg. — 

(3) Per le imitazioni classiche nelle oliere italiane del Petrarca vedi il com- 
mento del compianto Rigutini. 



Oramai non è chi ignori che uno dei meriti del Boiardo e 
dell'Ariosto è appunto questo, di avere trasformata la natura del 
poema cavalleresco, innestando in esso l'elemento dell'epopea 
classica; e lavori magistrali hanno dimostrato quanti elementi 
nel Furioso vi siano dell'epoca latina (i). L'illustre prof. Rajna 
scriveva: « L'Ariosto era un uomo nutrito di lettere classiche; 
non sapeva, è vero, leggere i Greci nella loro lingua originale; 
ma non ismetteva mai Virgilio, Ovidio, Catullo. Questo significa 
che, scrivendo, doveva sentire un bisogno prepotente di avvicinarsi 
a quei modelli; ed avvicinarsi, valeva dire imitarli, tenerli dinanzi 
agli occhi più che la Natura. Però, nell'avere accostato il romanzo 
cavalleresco ai generi ed ai modelli del classicismo, consiste l'opera 
peculiare del nostro poeta » (2). Ed il Mazzoni scrisse che « il clas- 
sico Ariosto tentò ravvicinare il libero romanzo alla somiglianza 
con gli antichi » C^). Anche i primi commentatori del poema del- 
l'Ariosto (il Furnari, il Pigna, il Ruscelli, il Lavezuola, Fausto 
da Longiano) fanno notare che in esso sono frequenti le remini- 
niscenze della letteratura latina (4). 



(1) A. RoMizi, Le fonti latine dell'Ori. Furioso, Paravia, 1896, ed il dotto ed 
accurato commento ùeWOrlnndo Furioso, Milano, Albighi, Segati e C, 1901. 

All'elemento classico à^W.' Innamorato hanno accennato il Rajna, il Canello, 
il Geiger, il Crescini, il Proto. Anche nel Pulci si sono notate reminiscenze 
classiche, benché molto rare (Foffano, Proto), ed anche nel Cieco di Ferrara 
(Gaspary, Proto). B. Tasso poi, scrivendo da Sorrento a Speron Speroni e par- 
landogli del suo Amadùji, gli dicova che il suo poema « nella qualità e maniera 
del verso sarà simile all'Ariosto : nell'ordine e nelle altre cose alla disposizione 
appartinonti, Virgilio ed Omero, quanto basteranno le sue forze, procurerà d' imi- 
tare » {Lett., I, 169 e UI, 145). 

(2) Le fonti ecc., 2.*^ edizione, pag. 37-38. 

(3) Pref. alla Gerusalemme, Barbèra, 1883. Vedi anche Virrouio Rossi, Stor. 
della lett. ital. 2Jcr uso dei Licei, voi. II, 148-49. — Fkancesco Flamiui, // Cin- 
quecento, pag. 78, 79, 82, 495. — De Niscia, La Gerus. Conq. (in Propugnatore, 
N. S., voi. II, fase. 10, pag. 108-9, e fase. II, pag. 445); e Geiqeu, op. cit., pag. 312. 

(4) La Spositione ecc., passim. — / Romanzi, pag. 78, 79, 84, 85. — Per il 
Huscolli, il Lavezuola e Fausto da Longiano vedi l'edizione del Furioso, pub- 
blicata in Venezia il 1584 da Francesco dei Franceschi, per cura del Ruscelli. 



— 9 — 

E penetrata V imitazione classica nello stesso poema cavalle- 
resco, che ne pareva ripugnante, non restava altro, se non ten- 
tare le forme appunto delle due classiche letterature, che avevano 
preceduto la nostra, per trasfondere in esse tutto quel tesoro di 
idee, di situazioni e d'immagini, che tanto appassionavano la fan- 
tasia e facevano palpitare il cuore. L'imitazione classica dunque 
nella nostra letteratura epica apparisce, prima, timida, come ador- 
namento d'una materia, che non le è propria; e suggerisce ai 
poeti frasi, colori, situazioni. A poco a poco piglia il soprav- 
vento, e non solo intere situazioni ed immagini, ma suggerisce 
anche il genere del lavoro. Chi consideri l'imitazione classica nel 
poema cavalleresco, nella commedia, nella tragedia, nel poema 
didascalico, nella satira del '500, si accorgerà chiaramente della 
verità di quanto io dico. Nel poema cavalleresco abbiamo solo 
qua e là delle immagini, dei versi e delle situazioni, presi dalla 
tavolozza dei poeti greci e sopratutto latini: nella commedia, nella 
tragedia, nella satira e nel poema didascalico non solo situazioni 
ed immagini e pensieri, ma lo stesso genere è imitato (i). 

Il Manzoni, parlando del cinquecento, scrisse: « Pareva di 
vedere nella nova poesia tanti vacui, quante erano le specie di 
composizioni poetiche, di cui quell'antichità aveva tramandati de- 
gli esemplari... da qui il desiderio di veder riempiti quei vacui » ('^). 
Si aggiunga la persuasione in tutti, come scrisse lo stesso Man- 
zoni, « che la vera ed unica perfezione dell'arte non si trovasse 
se non nelle opere di quell'antichità » i^\ donde lo sforzo d'imi- 
tare quelle opere; ed ecco un'altra ragione dei tentativi di nuove 
forme di arte, che si fecero nel secolo XYI. 

E questo ascendente della letteratura greca e latina sui let- 
terati del '500, come aveva suggerito altre forme di arte, cosi, o 
prima o poi, doveva anche suggerire il poema eroico, tanto più 

(1) Il Giraldi i^er le commedie dà questa lode all'Ariosto, di avere aggaia- 
gliato con esse l'antichità (pag-. 119). 

(2) Del Romanzo storico, parte II. 

(3) Log. cit. — 



— 10 — 

che il poema eroico era già stato imitato dagl' Italiani in forma 
latina. A menti educate agli studii classici, una letteratura priva 
dei componimenti antichi doveva parere cosa ignobile e volgare (^l 
Ed il Trissino, l'Alamanni ed il Giraldi furono dei piìi colti nelle 
due classiche letterature (^J. 

Il Trissino concepì il poema eroico proprio come si desume 
dalla Poetica di Aristotele e seguendo l'esempio AoiVIliade (2), ed 
introdusse nella poesia italiana il verso sciolto ad imitazione del- 
l'esametro. Il Ciampolini, il Morsolin ed il Proto avvertirono bene 
che V Italia Liberata, contro alle intenzioni del suo autore, si di- 
lunga da Omero quanto alla tessitura ed all'insieme. Quanto alle 
parti secondarie non è chi non veda, confrontando il poema del 
Trissino con quello di Omero, come l'uno si attenga scrupolosa- 
mente all'altro. Il Ciampolini scrive che « invano si cercherebbe 
wqVC Ilalia Liberata un personaggio, che non ricordi, più o meno, 
l'uno l'altro degli eroi lìeW Iliade » ''^). Persino nei nomi propri 
il Trissino volle che il suo poema risentisse della sua coltura 
greca (^). E da augurarsi però che il poema del Trissino venga 
studiato da un altro punto di vista: dal punto di vista della re- 
sistenza della letteratura contemporanea dei tempi del Trissino 
sulla imitazione del mondo greco, quantunque il Gravina inesat- 
tamente scriva che Vltalia Liberata non abbia la irregolarità del 
Boiardo e dell'Ariosto, e sia libera dalle invenzioni e dallo stile 
dei romanzi (6). n Trissino, disprezzando il poema cavalleresco 



(1) Poetica del Trissino, in principio della divisione V e VI. Il Trissino 
tentò anche la lirica nella forma greca. 

(2) Il Ciampolini e l'Ermini dimostrarono che il Trissino fu iniziatore in 
Italia dei componimenti specialmente trattati nella Poetica di Aristotele (Ciamp., 
op. cit., pag. 9-14; Ehm., L'Ital. Lib. di G. G. Trissino, Roma, 1893, pag. 9-18; ed il 
primo nota che il Trissino fu intimo del Calcondila, del Lascari e del Musuro). 

(3) Ekmini, op. cit., pag. 187. 

(4) Op. cit., pag. 59 ; vedi anche Mousolin, pag. 339. 

(5) GiKALDi, Discorso, ecc., pag. 61. — Ciampolini, op. cit., pag. 61, 67, 68, 
69, 103. — Ermuji, op. cit., pag. 55, 56, 57, 58. 

(6) Gravina, Della Ragion Poetica, lib. Il, cap. XVII. 



— 11 — 

come cosa di volgo (i), si propose di darci un poema alla foggia 
omerica, e tenne quasi sempre volti gli occhi al suo modello, e 
qua e là ad altri modelli classici ^^). Per quanto egli facesse però, 
mille vaghe immagini e mille vaghe situazioni della letteratura 
cavalleresca erano troppo vive nel suo spirito, da cui egli non 
poteva allontanarle: inconsapevolmente quindi entrarono nel suo 
lavoro con la pàtina classica, che avevano acquistata anche nel 
Furioso. 

Lo stesso Giraldi notò che il Trissino tolse molte cose dal- 
l'Ariosto, facendole peggiori, come l'episodio di Faulo e Ligrido- 
nia, che ha quell'allegoria che l'episodio di Alcina e di Logi- 
stilla (^). Ed il Ciampolini notò che Corsamonte, il quale « è di una 
prodezza sì grande, che sorpassa i limiti di quella convenienza 
che è sempre osservata da Omero, fa ricordare piuttosto i pala- 
dini che gli eroi deìV Iliade ». E lo stesso ripete l'Ermini W, 

Prima di procedere oltre devo far notare che anche all'Ario- 
sto, il quale abbiamo veduto cosi appassionato cultore degli studii 
classici, era venuto in mente un poema con unità di azione, scritto 
in terza rima e modellato sugli esempi antichi. Però ne smise 
subito il pensiero, e si volse a quel lavoro, che gli ha fatto con- 
seguire tanta gloria C^). 

Ritornando al Trissino, il suo tentativo di dare all'Italia un 
poema alla foggia omerica abortì, ed egli visse tanto da veder 
non più letto il suo lavoro. Ed allora credette che la colpa del- 



(1) G. C. GiBAiDi, Discorso, pag. 40. 

(2) Il Giraldi fece notare che il Trissino nella tempesta del libro III in 
parte imitò Lucano, e lo imitò male (Discorso, pag-. 79-80). 

(3) Discorso, pag. 39 e 61. Quest'osservazione fu pure ripetuta dall' Eemini, 
op. cit., pag. 139. 

(4) Ciampolini, op. cit., pagg. 73, 123 e 124. — Ermlni, op. cit., pagg. 5G, 
80, 97. — E all'elemento cavalleresco dell'Italia Liberata accennarono bene an- 
che il Morsolin, il Gaspary ed il Proto. 

(5) Pigna, / Romanzi, 116, e la Vita eli M. Lodovico Ariosto più indietro 
ricordata, che è nell'edizione del Furioso del 1584. — G. Malatesta, op. cit., 
pag. 41-42. — Baeuffaldi Gik., La vita di L. Ariosto, Ferrara, 1807, pag. 131-32. 



— 12 — 

l'insuccesso dovesse addebitarsi alla materia presa a trattare, e 
gli si attribuirono quei famosi versi: 

Sia maledetto il tempo e l'ora, quando 
Presi la penna e non cantai d' Orlando (1). 

E se avesse cantato d'Orlando non avrebbe avuto un esito di- 
verso: la colpa era dell'artefice, che, coltissimo letterato, aveva 
pochissima fantasia. 

I cinquecentisti credettero che l'Italia Liberata fosse un ten- 
tativo abortito, perchè il Trissino imitò Omero nelle cose biasi- 
mevoli, non nelle lodevoli. Ed il Bolognetti scrisse, come abbiam 
veduto, che il Trissino 

d' Omero 
Colse lo sterco e non conobbe l'oro. 

Ed il Giraldi: « Dunque, come l'età di Omero e i costumi di quei 
tempi, e le singolari virtù che si trovano in questo divino poeta, 
fecero tollerabili quelle cose in lui, così ora ciò fare non sarebbe 
altro che voler scegliere dall'oro del suo componimento lo sterco 
(il quale non per vizio del poeta, ma dell'età e del tempo ci si 
trappose), e pensare di averne scelto Foro purissimo, come si può 
vedere neìVrtaUa del Trissino » (2). 

Altri addebitarono l'insuccesso deW Italia Liberata all'aver 
cantato il Trissino un fatto storico, che, lungi dal ricordare una 
gloria nazionale, celebrava invece l'apoteosi della servitù. Ma ben 
fa notare il Morsolin che questa ragione è destituita di fonda- 
mento. L'Impero orientale non era in sostanza che l'istesso Im- 
pero latino, tramutato dal Tevere sul Bosforo; ed i Greci, comun- 
que barbari, comunicarono agl'Italiani gran parte dell'antica ci- 
viltà e conservarono a benefizio dell'umanità la grande raccolta 
delle leggi romane C^). Altri critici fanno giustamente osservare che 
Vltalia Liberata fu un tentativo letterario, non politico o civile W. 



(1) CiAMPOLiNi, op. cit., 137. — EmuNi, op. cit., 226. — Mohsolin, op. cit., 364-65. 

(2) GuiAi.Di, Dei liontanzi, ecc., 39 e 41. 

(3) MoHsoMN, op. cit., pag. 335-36, od Ekmini, oi). cit., png. 239. 

(4) CiAMi'OLUJi, op. cit., pag. 49-51. 



— 13 — 

Nel nostro secolo il Ciampolini scrisse che il Trissino, per 
imitare la semplicità omerica, cadde nel volgare: e ciò è vero, 
ma non è tutto. Chi, secondo me, dette un giudizio più giusto e 
completo sul Trissino fu il Proto, il quale scrisse che il Trissino, 
« volendo trasformare la storia con elementi poetici, non fa se 
non soprapporre alla storia, riprodotta fedelmente, anzi tradotta, 
gli elementi tolti dal greco e dal latino e dai romanzi, riprodotti 
senza genialità di trasformazione, e sopratutto soprapporre, alla 
vita storica bizantina, la vita, gli usi e i costumi della poesia 
omerica. Ne deriva perciò una mistura di cattivo gusto, in cui 
la splendida poesia omerica si presenta così puerilmente ripro- 
dotta, da degenerare in caricatura. Di qui la falsità dell'elemento 
soprannaturale, perchè voluto riprodurre su quello omerico; di 
qui la puerilità di quegli eterni discorsi e parlate, per seguire il 
precetto aristotelico, che tutto Omero riproduca con discorsi; non 
badando che questo non è più possibile nei tempi moderni, come 
possibile non è più la minutissima descrizione, che in Omero 
riesce divina per la ingenuità della intenzione, laddove nel Tris- 
sino è caricatura, perchè voluta ostinatamente imitare » (i). 

Ed abortito il primo tentativo, gli animosi non mancarono, 
e nuovi tentativi furono fatti. Però, ammaestrati dal primo in- 
successo, i seguaci del Trissino non vollero cimentarsi di nuovo 
nell'arringo, senza aver delle norme precise da seguire. Le re- 
gole sul poema eroico erano state date da Aristotele nella sua 
Poetica; ed il desiderio di conoscere quelle regole fece ricercare 
e tradurre e commentare queir oramai famoso libretto, ad illu- 
strare le dottrine del quale già intendevano in Italia parecchi non 



(1) Sul Rinaldo, pag. 44-45. — Il Solerti in un suo ultimo lavoro (/ di- 
scorsi dell'arte poetica, il 2'>ndre di famiglia e VAminta, Paravia, 1901), mentre a 
pag-. 22 scrive che il poema del Trissino non ebbe fortuna, perchè non rispon- 
deva ad alcun sentimento italiano, essendosi illuso il suo autore nel credere 
che la liberazione d' Italia dai Goti per opera dei Greci fosse argomento epico 
nazionale, a pag. 33 invece scrive che la causa dell'insuccesso del poema del 
Trissino è piuttosto da attribuirsi al modo come il poeta svolse il suo argo- 
mento. 



— 14 — 

volgari ingegni (i). Però, indipendentemente da Aristotele, altri 
pensava alle norme, cui è sottomesso il poema eroico. Non è vero 
che il primo a scrivere nel '500 su quel nuovo genere di poesia 
fosse T. Tasso: fin dal 1554 aveva accennato a qualche norma 
del poema eroico il Giraldi, il quale allora scriveva il suo Ercole, 
ed il bisogno di criterii sicuri da seguire l'aveva indotto a pensare 
su quell'argomento. Lo scrive egli stesso in una lettera del 1557 

a B. Tasso: « molto prima ch'io mi dessi a quest'impresa 

(di comporre VErcole), composi il Discorso mio del comporre i 
Romanzi; perchè non paresse che io mi fossi messo in tal ma- 
neggio come a caso: ma inde si potesse vedere, in buona parte, 
qual fosse stata la mia intenzione intorno a tal fatica » (2). 

Ed il Giraldi, nel suo libro sui Romanzi, agitò la questione 
dell'unità di azione nel poema eroico, e sostenne che di essa man- 
cano i poemi cavallereschi, contrariamente a quanto era stato af- 
fermato da molti dopo di lui e da qualcuno prima (3). Vide anche 
bene che i poemi eroici possono essere di due specie: quelli che 
cantano le imprese di molti sotto un solo capo, come V Iliade e 
VEneide; e quelli, che cantano le imprese di un solo, come « i 
fatti di Bacco {autore Nonno), di Ercole e di Teseo » (pag. 18). 
E poiché il Trissino avea tentato il poema eroico della prima 
specie, egli tentò il poema eroico della seconda specie, e cantò 
tutte le imprese di Ercole; e in questa via era stato preceduto 
dall'Alamanni, il quale, pure prendendo ad argomento del suo 
lavoro una materia di poema romanzesco, volle assurgerla a forma 
di poema eroico, dandole l'unità di azione per mezzo dell'unità 



(1) La Poetica di Aristotele fu prima tradotta in latino da L. Valla o da 
Alessandro de' Pazzi ; in italiano fu tradotta dal Segni. Uno dei primi commenti 
è quello del Robortello. 

(2) Lettere di B. Tasso, U, 298. 

(3) Uno di quelli, che, prima del Giraldi, sostenne che il Firrioso ha unità 
di azione, è Simon Furhaiu (La Sposition, ecc., 33-34). Dopo del Giraldi, sostenne 
la stessa tesi del Furnari il Salvuti nelle sue Stacciate contro la Gerusalemme, 
od Orazio Ariosto, Oklando Pescetti, Fhancksco Patrizi {Opere del Tasso, ed. Tar- 
tini Franchi, V, 467, 574; VI, 155). 



— 15 — 

della persona. In questo tentativo fu poi seguito dal Tasso nel 
Rinaldo, che in questo poemetto ei cerca di sottomettere la ma- 
teria cavalleresca ad unità di azione per mezzo dell'unità di 
persona. 

Si avverta però che il Giraldi si dichiara appassionato am- 
miratore dell'Ariosto (i), tanto che in una lettera del giugno 1556 
a B. Tasso scrive che egli « ha sempre tenuto che siano stati 
mal consigliati coloro, che, lasciata questa bella e gentile ma- 
niera di poesia (il romanzo), si hanno pensato di acquistar mag- 
gior loda col seguir la via che tenne Omero e Virgilio » (2). Ma 
siccome anche lui pensa che « l'autore deve considerare quello 
che può meritar lode appresso ai migliori giudici, e non quello 
in che si compiace il volgo » (3), cosi ad una materia molto si- 
mile a quella dei romanzi cerca di dare unità, 1' unità di persona, 
seguendo l'esempio dei poemi classici. 

Si avverta pure un'altra cosa, che non a tutti piacevano i 
lavori che trattavano di una sola persona; ed il Pigna scriveva 
che l'accompagnare fino alla morte colui, di cui hanno pigliato 
a parlare principalmente, è maniera di procedere più tosto iste- 
rica che poetica (4). 

Non spendo molte parole a dire per quali ragioni anche que- 
sti due altri tentativi abortirono. A me sembra che queste due 
opere non siano riuscite per le ragioni, onde non riusci il Tris- 
sino yìqW Italia Liberata: deficienza di virtii creativa; che il sog- 
getto dei due poemi non è privo d'interesse e di varietà. 

E l'Alamanni, fisso nel pensiero che la materia del poema 
cavalleresco, sottomessa alla Poetica di Aristotele, potesse dare 
un perfetto poema eroico, metteva mano ad un nuovo lavoro, se- 
guendo troppo servilmente Omero. Fu detto V Iliade toscana, ma 
fu un'Iliade morta, prima che nata. 



(1) Discorso, passim. — 

(2) Leu. di B. Tasso. II, 197-98. 

(3) Ibid., 302. 

(4) / Romanzi, 26. 



— 16 — 

Altri nello stesso tempo facevano nuovi tentativi di poemi 
eroici: il Pigna, il Cataneo, il Bolognetti e l'Oliviero, che pub- 
blicò la sua Alamanna, quando già il Tasso aveva cominciato la 
sua Gerusalemme (i); ma anche questi poemi ora non si leg- 
gono più. 

11 Pigna, lamentando che nessuno avesse composto eroica 
poesia tra' nostri scrittori, cercò di dare lui un esempio di essa, 
e sopra una caduta da cavallo di Alfonso d' Este compose un poe- 
metto di cinquanta ottave, preceduto da tre discorsi d'illustra- 
zione. Il lavoro del Pigna passò senza infam,ia e senza lode, e 
adesso appena se è ricordato da qualche paziente storico della 
nostra letteratura, né certamente vale che sia destato dal suo 
eterno sonno. 

Nel Cataneo troviamo la stessa ammirazione per la materia 
dei poemi cavallereschi e sopratutto pel Furioso, della quale ab- 
biamo veduti pieni l'Alamanni, il Giraldi ed anche il Pigna; e in- 
fatti dall'Ariosto egli accetta nomi e favole. Però, come ben fece 
notare il Mazzoni, « amatore più fervido di lui dell'epopea è dif- 
ficile sia mai stato al mondo » (2), Quindi egli cerca di « ridurre 
il romanzo alla forma epica secondo le leggi della poetica ari- 
stotelica, aggruppando i personaggi attorno ad un'unica azione, 
e largheggiando nelle digressioni, ma non negli episodii che non 
siano legati strettamente con la favola principale » (3). È un ten- 
tativo nuovo per avere il poema eroico, quel tentativo fatto da 
R. Tasso e subito smesso. Il Cataneo non cerca l'unità di per- 
sona per avere l'unità di azione; ma nella stessa materia caval- 
leresca cerca d'introdurre l'unitii di azione, come poi farà l'Ala- 
manni m\V Avarcliide ; e per questo tentativo fu molto lodato da 
T. Tasso nella prefazione al Rinaldo. Il Bolognetti e l'Oliviero 



(1) UAlnmanrin doli' Olivikko vide la luco il 1567, e già fin dal laOfi il Tasso 
scriveva di aver composti i primi sei canti del suo poema (Lettera 6 della Rne- 
cfìlta del Guasti). 

(2) Mazzoni G., Tru libri r carte. Roma, 1887, pag. 101. 

(3) Ibid., pag. Ili, Vedi anche Flamuvi, op.. cit., pag. 162. 



— 17 — 

presero argomenti storici a materia dei loro poemi; l'uno cantò 
fatti romani, l'altro fatti a lui di poco anteriori ; e F uno e l'altro 
cercarono di trattare quella materia con le norme del poema 
eroico, sottomettendola all' unità di azione, ed introducendo il so- 
vrannaturale ed il maraviglioso, in quel modo ch'era nei poemi 
classici che essi imitavano; ma tanto il Costante, quanto V Ala- 
manna furono tosto dimenticati (i). 

Ed ecco che cosa trovava il Tasso, quando cominciò a scri- 
vere la Liberata. Trovava molti tentativi di poemi eroici, in al- 
cuni dei quali la materia cavalleresca era sottomessa alle norme 
dei poemi eroici {Girone, Arnori di Marfisa, Avarchide); in altri 
una materia eroica era trattata con le norme dei poemi antichi, 
innestando però in essa molti elementi del poema cavalleresco 
[Italia Liberata)', in altri si cercava di conseguire T'unita del 
poema classico per mezzo dell'unità della persona [Ercole, Eroici). 
In quest'ultima maniera egli si era cimentato col suo giovanile 
Rinaldo: vagheggiò quindi un poema, che in fondo fosse come 
V Iliade e V Eneide, ma comprendesse anche elementi del poema 
cavalleresco. Era un rinnovare il tentativo che aveva fatto il 
Trissino, come abbiam veduto; ed egli fu più fortunato del suo 
predecessore per la maggiore fantasia ed il Unissimo senso del- 
l'arte che possedeva. 

Chi ci ha seguiti si accorgerà quindi che la Liberata non 
nasce come un fungo nella nostra letteratura, che anzi essa non 
è che il risultato dei bisogni e delle tendenze della prima metà del 
secolo XVI ^2). Per ben comprenderla quindi non si può astrarre 
da tutt'i tentativi di poemi eroici che la precedettero, e dalla 
popolarità che aveano acquistata i poemi cavallereschi : gli uni 
e l'altra rendono ragione del modo onde il Tasso concepì il suo 
lavoro, conseguenza delle sue idee sul poema eroico. 



(1) Il Proto fra' tentativi di poemi eroici in Italia, prima della Liberata, 
mette anche V Aspranionte di G. M. Verdizzotti, del quale l'autore non scrisse 
che un solo canto (Quistioni tassesche, II). 

(2) Le stesse cose dice il Ciampolini, op. cit., pag, 11. 



— 18 — 

Non vorrei che qualcuno mi redarguisse d'incompiutezza per 
non aver messo tra' tentativi di poemi eroici, prima del Tasso, 
i Cinque Canti dell'Ariosto. 

Il Proto ha dimostrato che non è vero che quei Cinque Canti 
abbiano un andamento più grave, più solenne e più epico del 
Furioso (^\ Io adduco una prova più decisiva per convalidare la 
tesi sostenuta dal Proto. Il Giraldi, il quale fu familiare di stretta 
conversazione con l'Ariosto, assicura di aver saputo dallo stesso 
Ariosto « che i Cinque Canti, ch'egli avea nelle mani, erano ri- 
serbati da lui da essere aggiunti all'opera sua, se altra volta egli 
l'avesse fatta ristampare, non per continuazione dell'opera, ma 
per far nuovo poema, e per trapporgli nell'opera (se morte non 
vi si fosse frapposta), ove meglio a lui fosse piaciuto, come veg- 
giamo ch'egli frappose molte cose e canti intieri, nella seconda 
edizione, che nella prima non erano; e ciò voleva egli fare, per- 
chè l'altra nova edizione, non solamente portasse seco novella 
stampa, ma anche qualche nova materia, onde l'opera divenisse 
più grata per la novità ch'ella avrebbe portata con esso lei ». E 
della stessa opinione è Simon Furnari: « i cinque canti avrebbe 
senza fallo l'Ariosto saputo accomodare in luoghi convenevoli del 
suo Orlando Furioso, se l'importuna morte, come suole, non si 
tosto interrotto gli avesse il meraviglioso e stupendo suo dise- 
gno » (2). II Ruscelli poi scrive di aver visto le bozze à.Q\V Disiando 
Furioso, e di aver notate in esse quelle stanze, che, dopo la morte 
dell'Ariosto, furono stampate e battezzate Cinque Canti di un 
nuovo libro. Le quali veramente erano stanze e canti, che segui- 
vano appresso a quello che ora nel Furioso è ultimo. E quello^ 
che da poi hanno chiamato canto primo in quei Cinque, era a 
lui Canto Quarantesimosettimo, che poi egli risecò via ''^\ I Cin- 



(1) Sul Ritialdo, pag. 29 e sog. 

(2) GutALDi, Discorso dei Romanzi, pag. 139-40. — Simon P^uunaju, Sjìosì- 
tion ecc., pag. 337. 

(3) Mutnzùmi e mif/liornnK'nli che M. Lixlacirn Arinsln avrà filiti jter meltere 
nell'ultima impressione del Furioso (pag. 625 dcU'odiziono del Furioso del 1584). 



— 19 — 

que Canti non sono quindi un anello nella progressione naturale 
dal poema cavalleresco al poema eroico. 

Non ignoro che il Pigna cercò di redarguire il Giraldi anche 
in questo, e scrisse {Rom., 117) che « quei cinque canti sono il 
principio di un nuovo poema, che l'Ariosto intendea di fare in 
continuazione del Furioso, come V Odissea che seguita Vlliade ». 
Ma io credo che si debba prestare maggior fede al Giraldi, il 
quale, intimo dell'Ariosto, poteva sapere le cose meglio del Pigna, 
della cui indole subdola si hanno parecchie prove (i). 

Di più, a proposito dell'Ariosto noi sappiamo che in lui av- 
venne una evoluzione contraria a quella che ci descrivono pa- 
recchi critici: TAriosto da un tentativo di poema epico passò al 
poema cavalleresco, e non da questo a quello, come abbiamo fatto 
osservare (-). 

Secondo me dunque dal Furioso si passò alla Liberata, non 
per i Cinque Canti e per il solo Rinaldo. Dal Furioso andiamo 
di botto al piì^i compiuto e regolare tentativo di poema eroico 
con Vltalia Liberata. Non riuscito questo tentativo, si fanno al- 
tre prove, tentando altre vie [Girone, Ercole, Eroici, Amor di 
Mar fisa, Rinaldo, Costante, Alatnanna, Avarchide), e Analmente 
con la Gerusalemme, che è un tentativo che ha i caratteri prin- 
cipali identici -àW Italia Liberata, abbiamo la nostra Iliade e la 
nostra Eneide. 



All'opinione del Ruscelli propendeva il Serassi {Lettere di B. Tasso, voi. Ili, 
nota a pag. 160). 

Per questa questione vedi anche Giuguenè, Hist. Liit. d'Italie, TV, 509. — 
Casello, Stor. della lett. ital. nel secolo XVI, pag". 124. — Gaspary (in Zeitschrift 
fùr rom. phil., Ili, 232-33). — L. Bonollo, / Cinque Canti di L. A., Mantova, 1901. 

(1) Vedi, fra l' altro, Francesco Beneducci, Scampoli Critici, Oneglia, 1899, 
pag. 43 e segg. ; e Fontanini, Bibl. El. Ital., voi. I, class. Ili, cap. I; Tiraboschi, 
Stor. della lett. ital., tom. VII, libro III; e Sekassi, Yita, I, 295-6. 

(2) Vedi a pag. 11 di questo volume. 



CAPITOLO IL 
La mente del Tasso <^^). 



Molto probabilmente il Tasso fu indotto a scrivere un poema 
sulla prima crociata dalle ragioni che dicono i critici ('•^), ed ebbe 
ad ispiratori il Cataneo ed il Verdizzotti (^); ed anche molto pro- 
babilmente, come sostiene il Solerti, il poema fu cominciato a 
scrivere il 1559-60 ('^). Allora egli non era che a sedici anni; 
aveva fatti i suoi studii in Napoli nella scuola dei Gesuiti e poscia 
in Roma e nell'università di Urbino, e, innamorato della poesia 
e desideroso di cingersi la chioma dell'alloro poetico, moltissimo 
aveva letto e studiato da sé. Per rendersi pieno ed esatto conto 
delle vere fonti del suo poema, bisogna sapere, prima, quali erano 
questi suoi studii e queste sue letture. E questa indagine non è 
molto malagevole. E uopo vedere quali fossero gli studii che si 



(1) Per questo capitolo mi sono g-iovato specialmeiife di tutte le prose del 
Tasso, e dei tre elenchi, pubblicati dal Solerti, di opere possedute e postillate 
da lui. Due di quegli elenchi erano gik stati pubblicati, l'uno dal Cavedoni e 
poi dal Guasti, e l'altro dal Prinzivalli. 

(2) Solerti, Vita. 43 e seg. — Skuassi, Vita, 156 e scg. — Fabroni, Elor/i. 242-43. 
— Vedi anche D. Luigi Tosti, T. Tasso e i Benedettini Cassinesi. tip. di Monte- 
cassino, 1877, pag. 17. 

(3) Mazzoni G., Un maestro di T. Tasso (nel volume Tra libri e carte). — 
Solerti, Vita, 4A e seg. — Cittadella, T. Tasso e G. M. Verdizzotti (in Atti dell'A- 
teneo Veneto, Venezia, 1870). — Belloni, Di un altro isjtiratore del Tasso (in 
Gior. star, della lett. ituL. voi. XXVIII, pag. 176 e seg.). — E. Photo, Quistioni 
tassesche, II. 

(4) Soleuti, Vita, 51. 



^ — 21 — 

facevano comunemente nella seconda metà del secolo XVI, quali 
libri il Tasso lesse e postillò, e di quali ci lasciò ricordo nelle sue 
opere, prima e durante la composizione del suo poema, che era 
già terminato il 1575. 

Nella seconda metà del secolo XVI dunque la nostra let- 
teratura già da un pezzo si studiava con serietà ed amore. Ca- 
duta nel discredito l'opinione di coloro, i quali sostenevano che 
essa non potesse assurgere all'eccellenza della letturatura la- 
tina e greca W, i nostri migliori poeti e prosatori venivano stu- 
diati con non minor cura di quello che si facesse dei migliori 
scrittori delle letterature classiche. Era non solo bisogno di co- 
noscere ciò che si era prodotto nella nuova lingua, ma anche 
necessità di avere una guida sicura, volendo scrivere in essa. 
Dante, Petrarca e Boccaccio ebbero quindi in quel secolo edi- 
zioni e commenti quanti in nessun altro secolo della nostra storia 
letteraria (2); e insieme con essi, studiati furono anche ed i mag- 
giori della prima metà del secolo XVI, ed i minori del '300 e 
del '100. E molte di queste letture si facevano non per iscopo di 
studio, ma per piacere e per diletto. Durava ancora quello spirito, 
che aveva prodotti tanti romanzi di avventure e tante novelle; 
da qui il desiderio irrefrenabile di leggere i poemi cavallereschi, 
di cui in Italia vi era stata una produzione fioritissima e che 
continuò a dare i suoi frutti anche nella seconda metà del secolo 
di cui parliamo. Non solo le persone colte quindi, ma anche le 
persone del popolo sapevano di Orlando e di Carlomagno e di 
Bradamante e di Ruggiero, ed i nomi del Pulci, del Boiardo e 
dell'Ariosto erano popolari. Si aggiunga che il francese faceva 
parte della coltura delle persone di lettere, le quali quindi, oltre 
ai romanzi cavallereschi italiani, leggevano i poemi cavallereschi 
francesi, di cui in Italia da più secoli vi era stata una conside- 
revole importazione. 



(1) Vedi il capitolo precedente, a pag. 1 e seg'g. di questo volume. 

(2) Vedi la Biblioteca Italiana dell' Haym ed il Manuel du Libraire del 
Brunet. 



— 22 — 

E se la letteratura nostra era conosciuta e studiata, che non 
si può dire della letteratura latina e greca? Lo studio della let- 
teratura latina in Italia non fu intermesso nemmeno nei secoli 
barbari: s'immagini ora con quale ardore essa fosse studiata, 
dopo quel periodo, che fu detto dell'umanesimo. E si studiava non 
solo con lo scopo d'intendere pienamente ogni autore di quella 
classica antichità, ma anche per poter scrivere il latino con l'ele- 
ganza e l'abbondanza di eloquio, onde l'avevano scritto Virgilio 
e Cicerone. Sapratutto nella prima metà del secolo avemmo tanti 
poeti latini, quanti forse non vi furono in volgare W. Nella se- 
conda metà del secolo, certo, questo ardore per lo studio del la- 
tino andò scemando; però ogni persona colta si credeva in debito 
di leggere nell'originale grande parte della letteratura del Lazio, i 
capolavori della quale continuavano ad essere postillati ed imitati. 

La lingua greca già si studiava da piìi di un secolo, ed era 
dessa una delle più serie e delle più indispensabili materie di 
studio di quei tempi. Specialmente dopo la venuta in Italia dei 
Greci, alla caduta di Costantinopoli (1453), la lingua di Omero fu 
studiata con passione ardente ed anteposta perfino alla lingua 
latina, tanto che Leone X scriveva, che nisi litterae graecae es- 
serli, Latini nihil eruditionis haberent. E parecchi dotti, non solo 
greci, ma anche italiani, ai tesori della classica antichità romana 
anteponevano quelli della classica antichità ellenica; ed alcuni di 
essi scrissero anche contro l'Eneide per esaltare V Iliade e l'Odis- 
sea (il Musuro, lo Speron Speroni). Leone X faceva di più: pre- 
gava il Musuro di far venire dalla Grecia dieci giovani, e più 
ancora, se lo credesse, perchè formassero un collegio, ove gl'Ita- 
liani avrebbero potuto essere istruiti delle regole della gramma- 
tica e della pronunzia della lingua greca. E non parlo degli onori 
e delle ricompense, che avevano i maestri di Greco in Italia. Il 
Lascari, uno dei promotori degli studii del Greco fra noi, fu 
innalzato da Leone X alla dignità di Vescovo di Malvasia (2). 



(1) Flamini, Il Cinquecento, cap. III. 

(2) CiAMi'oijNi, op. cit., 1.3 o sgg. 



— 23 — 

Certo, non tutti pervenivano ad avere una conoscenza estesa e 
profonda di Greco, né conoscevano i più insigni lavori di quella 
classica antichità; però dei principali si avevano già delle tradu- 
zioni in latino ed in francese. 

Ma questo quadro è troppo generico e non ci può menare a 
delle conclusioni precise quanto al nostro studio sulle fonti della 
Libeìmta. Facciamoci quindi più da vicino al nostro argomento, 
e ricordiamo le opere, che il Tasso certissimamente lesse, prima 
e durante la composizione del suo poema, cominciando dalla let- 
teratura greca (^). 

Fin dai primi suoi scritti, il Tasso mostra di aver grande 
lettura delle opere di Platone e di Aristotele, delle quali ricorda 
anche parecchi commentatori. Di altri prosatori greci, in queste 
prime scritture del Tasso, si fa parola di Demostene, di Massimo 
Tirio e di Proclo. E sono ricordati anche spesso Demetrio Falereo, 
Plutarco, Senofonte, Strabone, Eliodoro, di cui il Tasso dice di 
essere stato imitatore. E ciò è vero, poiché tracce di Eliodoro si 
trovano anche nel Rinaldo (2). 

Di poeti greci ricorda frequentemente Omero, del quale si 
mostra grande ammiratore e di cui si vale molte volte per giu- 
stificare parecchie situazioni del suo poema. Ricorda pure Apol- 
lonio Rodio e Quinto Calabro; e mostra di aver lette moltissime 
tragedie {EdijW, Medea, Tieste, Oreste, Elettra, Supplici, Filottete). 

Di poeti latini ricorda spessissimo con grande ammirazione 
Virgilio neW Eneide ; e poi Lucano, Silio Italico, Orazio, Ovidio, 
Catullo, Stazio e Lucrezio. Di prosatori, ricorda Cicerone, Aulo 
Gelilo, Cesare, Livio, e dei commentatori di Virgilio ricorda Ser- 
vio. Degli scrittori latini di cose cristiane ricorda Lattanzio Fir- 
miano e S. Tommaso. 



(1) Le opere, di cui parleremo, si trovano ricordate nelle lettere del Tasso 
dal 1556 al 157G, specialmente in quelle ai correttori romani ; nei Discorsi cìel- 
l'arte poetica, nelle Conclusioni amorose e nelle Considerazioni alle canzoni del 
Pigna; tutti lavori da lui composti tra il 1568 e il 1570. 

(2) Vedi il lavoro di E. Pkoto, Sul Rinaldo di T. Tasso. 



— 24 — 

Quanto alla letteratura nostra, degli scrittori del '300 ricorda 
spessissimo Dante nella Divina Commedia ed il Petrarca nei Trionfi 
e nel Canzoniere. E del Canzoniere del Petrarca il Tasso posse- 
deva la esposizione, che di esso aveva fatta il Castelvetro. Del 
Boccaccio ricorda il Filocopo ed il Decamerone. Di altri scrittori 
del '300 ricorda il Villani, le prose antiche toscane e due poemi 
antichissimi, il Boro d'Antona e VAncroia. 

Degli scrittori del secolo XV e XVI ricorda, di poeti caval- 
lereschi, il Pulci, il Boiardo, l'Ariosto ed il padre Bernardo. Di 
poeti eroici ricorda l'Alamanni (Avarcliide) ed il Trissino (Italia 
Liberata dai Goti). E di poeti lirici e tragici, il Bembo, il Casa 
e lo Speroni. 

Certo, non è possibile che siano queste le sole letture, che 
aveva fatte il Tasso, prima e durante la composizione del suo 
poema. Queste sono le letture certe, fatte durante quel tempo. 
Di altre letture egli dovè lasciare ricordo nelle sue prose poste- 
riori al 1575, e di esse ci dan prova le molte opere da lui pos- 
sedute e postillate. Io ricorderò le più importanti di queste opere 
da lui certamente lette. Sceverare quelle che egli lesse, durante 
la composizione del poema, da quelle che lesse dopo, mi pare 
opera impossibile, ed io nemmeno la tento. Non potendosi aver 
precisa cognizione delle une e delle altre, è uopo che siano te- 
nute tutte presenti dallo studioso delle fonti della Liberata (^). 

Di poeti greci, nelle prose del Tasso posteriori al 1575 e ne- 
gli elenchi di libri da lui postillati, si trovano ricordati parecchi 
lirici (Pindaro, Teocrito C'^), Alceo, Stesicoro, Saffo, Orfeo, Ana- 
creonte), e quasi tutte le tragedie. Si trovano ricordati pure Eì^o 
e Leandro di Museo, il Ratto di Elena di Coluto Tebano, Esiodo, 
la BatracomiomacWa e il Margite di Omero e le opere di Oppiano 
e quelle di Aristofane. 



(1) Le opere, che ricordo da qui innanzi, sono desunte dalle altre prose 
del Tasso, meno quelle, di cui alla nota 1 di pag. 23, e dai tre elenchi di libri 
posseduti e postillati da lui. 

(2) Il Resini {Oliere di T. Tasso, II, 2) ricorda un Teocrito tutto segnato e 
postillato dal Tasso. 



— 25 — 

Delle opere greche in prosa, il Tasso ricorda quelle di Lu- 
ciano, fra cui il dialogo De Bea Si/ria, il romanzo di Achille 
Tazio, di cui si trovano tracce anche nel Rinaldo, le storie di 
Tucidide, di Erodoto, di Teopompo e di Polibio. 

Moltissime sono le opere di quella classica antichità attinenti 
a filosofia, scienze politiche e morali, e questioni letterarie, che o 
egli ricorda o furono postillate da lui. 

Quasi tutte le opere di Platone e di Aristotele; quelle stori- 
che e filosofiche di Senofonte, le Mutuae Accusationes di Demo- 
stene ed Eschine, le quattro orazioni di Demostene contro Filippo, 
gli opuscoli di Plutarco, le antichità di Beroso Caldeo, le opere 
di Giuseppe Flavio, gli scritti di Stobeo, V Almagesto di Claudio 
Tolomeo, le opere di Jamblico, gli aurea verba et symbola di 
Pitagora, il libeì^ de morte di Senocrate, il De historia plantarum, 
e de sensu, phantasia ecc. e la Metaphysica di Teofrasto, le ora- 
zioni d'Iperide, d'Isocrate, di Lisia, di Dione Crisostomo e quelle 
di Elio Aristide. E Dionigi Alicarnasso, Plotino, Libano Sofista, 
Alessandro Afrodiseo (Pi^oblemata). E dai suoi scritti e dagli elen- 
chi di libri sopraccitati apparisce che il Tasso non solo prendeva 
diletto di leggere queste opere, ma amava anche di sapere quello 
che e Greci e Latini ed Italiani avevano scritto intorno ad esse, 
e fra' suoi libri si ricordano parecchi commentatori delle opere dei 
sommi poeti e filosofi greci. 

Fra le opere da lui postillate abbiamo Alessandro Afrodiseo, 
(supra Topica, et Elencos, e Commentarla in XII Aristotelis li- 
bros de prima Philosophia) , Simplicio fin Epictetum stoicum et 
Cebetis Tebanus e Commentationes in praedicamenta Aristotelis), 
Seusippi (liber de Platonis definitionibits), Alcinoi CDe doctrina 
Platonis), Philiponi (Commentarla super libros prior resolutio- 
num Aristotelis), Lucilio Filoltei (in TV libros Aristotelis de Coelo 
et m,undoj, Pietro Vittorio (Commentarli in I libruyn Aristotelis 
de arte poetica), Antonio Montecatini {lectmm in III librum Ari- 
stotelis de anima), e cosi altri commenti del Robortello, del Ma- 
lantone, di Olimpiodoro, di Temistio, del Vimercato, di Proclo 
{in Platoniciim Alcibiadem de anima), Ammonio Hermias (in 



— 2G — 

Porphyrii Tnstitutionem), di Sebastiano Fozio, di Marziano Ca- 
pella, di Egidio, di Alessandro Onerino, di Giuniauo Maggio, di 
Eustazio commentatore di Omero, di Filostrato di Lemno, di 
Ateneo, di Averroe, di Plotino. 

Della letteratura latina, agli epici di cui abbiamo detto più 
innanzi, bisogna aggiungere Valerio Fiacco, Claudiano ed Ennio 
(i frammenti). Di lirici, ricorda anche Tibullo e Properzio. Di tra- 
gici, Seneca, e di commediografi, Terenzio. 

Ai prosatori dobbiamo aggiungere, fra gli storici, Varrone, 
Curzio Rufo, M. P. Catone, Fabio Pittore, Svetonio {XII Cesari), 
Sesto Aurelio Pittore {a Caes. Aug. iisque ad Theodosium ex- 
cevpta), il De gestis Romanoìmm di Eutropio e le aggiunte ad 
Eutropio di Paolo Diacono. E poi Macrobio [Saturnali e Sogno 
di Scipione), Quintiliano, Apuleio, C. Sempronio, Frontino; e a 
questa branca di libri mettiamo anche Pomponio Mela. 

In nessuna delle opere del Tasso, se non m'inganno, mi pare 
che sia ricordato Tacito. Pure mi pare difficile che egli non lo 
leggesse; ed in un altro punto di questo volume farò vedere quanto 
siano opportune alcune citazioni, che fecero di esso parecchi com- 
mentatori della Liberata W. 

Fra gli scrittori cristiani il Tasso lesse: Clemente Alessan- 
drino, Giov. Crisostomo, Tertulliano, Dionigi Areopagita, S. Ago- 
stino, Atanasio, Cecilio Cipriano, Eusebio [Stor. EccL), Ermogene, 
Boezio, S. Bernardo, S. Ambrogio, Giustino, Basilio Magno, Gre- 
gorio Nazianzeno, Pietro Lombardo (Sententiae), il Sermo de 
vita aeterna di un anonimo ecc. E credo qui il luogo di ffir 
notare che il Tasso fu amantissimo delle opere, che trattano del 
mondo invisibile, degli angeli e dei demoni ; e fra' libri da lui 
postillati vi sono molte opere di questo genere (2). 



(1) Vedi il cap. VI di questi Prolegomeni. 

(2) P. e., PoKi'uiio, De clivinis atque daemonibiis. — Pskllo, De daemoni- 
bus ecc., ecc. Nella lettera 532 ricorda quest'altro libro, che domandava ad un 
amico per servirsene nella Conquistata: « Nuovo discorso de l'arme e lacci dei 
demoni, ridotto in forma d'arte, dal reverendo don Giulio Canuiotti di Sinigaglia, 
arcidiacono de la Santa Casa di Loreto ». 



- 27 - 

Quanto alla nostra letteratura, ai libri più innanzi ricordati 
bisogna aggiungere questi altri: le poesie di Federico li, di Enzo 
re e di altri antichi rimatori; il Convivio e il De vulgari elo- 
quentia di Dante, V Africa del Petrarca, quasi tutte le opere del 
Boccaccio compreso il Be Genealogia Deorum, le liriche di Guido 
Cavalcanti, di Gino da Pistoia, quelle del Guidiccione, il Ciriffo 
Calvaneo di Luca Pulci, V Ercole del Giraldi, il Costante del Bo- 
lognetti, il Girone delFAlamanni, il Floridante e Plramo e Tisbe 
del padre Bernardo, il Sacripante e V Achille del Dolce, V Ange- 
lica Innamorata dell'Aretino (i), gli Eroici del Pigna, la Marfisa 
di Danese Cataneo, le opere di Andrea dell' Anguillara, quelle 
del Caro, del Tansillo, del Rota, del -Piccolomini, del Capello, 
del Coppetta, del Castiglione, del Rucellai, del Giovio, di Pierio 
Valeriano, di G. B. Guarino, di Lorenzo dei Medici, del Molza, 
del Martelli, del Poliziano, di Giulio Camillo, di Prospero Mar- 
tinengo, del Benivieni e del Bonfadio, di Pico della Mirandola, 
di G. C. Scaligero, V Arcadia del Sannazaro, le liriche di Vit- 
toria Colonna. E poi le rime piacevoli di Cesare Caporali, i ca- 
pitoli del Perni e del Mauro, la retorica di B. Cavalcanti, le rime 
e VHistoria di Napoli di A. Di Costanzo, i dialoghi di Speron 
Speroni, le storie del Giambullari e del Guicciardini, la difesa 
di Dante del Mazzoni. E poi ancora il Sermo de eucharistia di 
Lorenzo Valla, il libro Be liominis felicitate e Le conclusioni amo- 
rose di Flaminio Nobili, l'altro Be sepulchro di Agostino Nifo, 
Gli obelischi di Roma di M. Mercati, il libro Be voluptate di M. 
Ficino, il Be providentia di G. A. Viperano, il tractatus de Co- 
mitis di A. Gatto, ecc. ecc. 



(1) Il Tasso ricorda quest'opera dell'Aretino in fine del libro VI dei suoi 
Discorsi del 'poema eroico; ma il titolo del lavoro dell'Aretino non è quello dato- 
gli dal Tasso, invece ò questo : « De le lagrime di Angelica di M. Pietro Aretino. 
Due primi canti, 1538 e 1543 ». — U Angelica Innamorata è il titolo di un poema 
cavalleresco in XXXVII canti, pubblicato da Vincenzo Brusantini in Venezia il 
1550; e questo lavoro non è mai ricordato dal Tasso. La confusione dei titoli 
delle due opere non potrebbe essere argomento che il Tasso aveva letto anche 
il lavoro del Brusantini? 



— 28 — 

È una coltura non indifferente, che del Tasso fa uno dei più 
grandi eruditi del cinquecento. A proposito di questa coltura del 
Tasso il Mazuy scrisse di lui: « il est scientifìquement instruit; 
il reflète tout ce que son epoque a de thèories sur la philosophie, 
sur les sciences exactes et les arts d' immagination ». Ed in un 
altro punto del suo lavoro: « ce n'est pas seulement un ècrivain 
d r imagination vive, feconde, un de ces esprits qui vivent d'ab- 
stractions; le Tasse, nous le répctons, reflète à lui seul toutes les 
connaissances scientifiques de son epoque; e' est un genie univer- 
sel; plus on l'ètudie, plus on le pénètre, plus il commend Vad- 
miration » (0. 

Ed ora facciamo qualche osservazione; e cominciamo dal di- 
mostrare quello che dicevamo poco innanzi, che molte delle opere 
da noi ricordate, le quali il Tasso cita nei suoi lavori posteriori 
al 1575 di cui si fa parola nei tre elenchi di libri da lui pos- 
seduti e postillati, egli dovette certamente leggerle prima della 
composizione della Liberata. Questo fatto apparisce chiarissimo a 
chi pensi che di quelle opere vi son tracce evidenti nel Rinaldo, 
composto dal Tasso tra il 1560 e il '62. L'egregio prof. E. Proto, il 
quale ci ha dato un importante studio sulle fonti di quel lavoro 
giovanile del Tasso, dopo un'analisi accurata di tutto il poemetto, 
viene a questa conclusione: « Pochissimo è preso dai poeti greci, 
e quel poco da Omero e da Teocrito; qualcosa dal romanziere 
Eliodoro, che forse per allora conobbe in una traduzione. Mol- 
tissimo invece dai classici latini, che certo in quel tempo cono- 
scea più dei greci, specialmente da Virgilio, Ovidio, Stazio. Dei 
classici italiani Dante, Petrarca, e, per non dir di altri quattro- 
centisti, il Poliziano, e in fm l'Ariosto gli hanno fornita gran 
parte della forma; e il Poliziano, il Boiardo e l'Ariosto, in qual- 
che proporzione, anche episodi e incontri sostanziali per la tela 
del poema. Ma quel che sopratutto Torquato tenne presente fu 
il poema del padre, VAmadigi ecc. ecc. » v'^). Ed oltre a questi 



(1) Mazuy M. A., L'rusalem Délivrèe, Paris, 1838, pag. 197 e 304. 

(2) Sul Rinaldo ecc., pag. 273. 



— 29 — 

autori, il Proto nei suoi raffronti ricorda, di scrittori greci, Museo, 
Saffo, Mosco, Apollonio, Eschilo, Partenio, Achille Tazio e qual- 
che altro. Di autori latini, Properzio, Cicerone in molte opere, 
Catullo, Lucano, Valerio Fiacco, Lucrezio, Ovidio anche in pa- 
recchie opere, Claudiano, Sallustio. Di autori italiani non solo 
ricorda moltissimi di quelli, di cui il Tasso fa parola nelle sue 
prose posteriori al 1575, ma aggiunge molti romanzi in prosa, 
specialmente del ciclo di Amadis di Gaula, quali: il Rinaldo da 
Montalbano, Le Roman de la Rose, La Draga di Orlando di F. 
Tromba, V Aspy^monte, La Tavola Rotonda, Girone il Cortese di 
Rusticiano, T Reali di Francia, Guerino il Meschino, la Sto?Ha 
della guerra di Troia, Le grandi prodezze e le commoi^enti av- 
venture di Doolin conte di Magonza ecc. 

Certo, e non so come il Proto non vi abbia pensato, è im- 
possibile che il Tasso, all'età di 17 anni, avesse lettura di tutti 
questi libri: gli sarebbe mancato il tempo materiale di farla. 
Poiché il Proto vede tracce di queste opere nel Rinaldo e si ri- 
chiederebbe uno studio lunghissimo per sceverare quali di esse 
lesse veramente e quali no, è uopo che si tengano tutte presenti 
dallo studioso delle fonti della LibetYtta, anche perchè, essendo 
quei libri comunissimi nel '500, se il Tasso non li aveva letti 
quando compose il Rinaldo, è possibile e verosimile che li leg- 
gesse durante la composizione della sua opera maggiore. 

Quanto ai romanzi scritti in lingua francese, che il Proto ri- 
corda nei suoi raffronti, parleremo più giù. 

E passiamo ad un'altra osservazione. Parecchie opere dal 
Tasso ricordate, secondo me, non furono da lui lette, quindi le 
sue citazioni sono di seconda mano. P. e,, io non credo che egli 
leggesse Tucidide, e questo dubbio mi nasce dalle stesse cita- 
zioni, che il Tasso fa di quello storico greco. Sempre che deve 
dire qualche cosa di quello storico, si riferisce ai giudizii degli 
altri (i); e ricorda altri, anche quando deve citare qualche sen- 
tenza di lui. Nel suo discorso della virtù feminile e donnesca 



(1) Prose Diverse, II, pag. 110, 117, 126, 127. 



— 30 — 

scrive : « Fu famosa sentenza di Tucidide, che quella donna mag- 
gior laude meritasse, la cui laude e la cui fama tra le mura della 
casa privata fosser contenute. La qual sentenza addotta da Plu- 
tarco nell'operetta che egli scrisse delle donne illustri, ivi è da 
lui rifiutata » (i). Da questo paragrafo emerge chiaro che il Tasso 
non aveva letto quello storico greco, e, come Tucidide, egli dovè 
ricordare nelle sue prose altri autori, dei quali non aveva diretta 
conoscenza. 

Quanto alla letteratura greca, a me pare che il Tasso leg- 
gesse i lavori più innanzi ricordati non nel testo originale, ma 
nelle traduzioni latine. Certo egli non ignorava il Greco, che 
anzi fin dal 1555 egli faceva da ripetitore di Greco al cugino Cri- 
stoforo (2), e nei suoi lavori fa delle citazioni in quella lingua. 
Però se si pensi che nelle sue prose fino a dopo il 1575 egli per- 
fino della Poetica di Aristotele riporta brani della traduzione 
latina ^^), e che fra' libri da lui postillati i classici greci son tutti 
nelle traduzioni latine, apparirà molto fondata la mia induzione, 
la quale è confermata da altre prove. 

Il 1580 il Tasso ad Annibale Ippoliti scrive: « Avrei bisogno 
di Seneca e di Euripide; e renderei l'uno e l'altro assai presto; 
ma gli vorrei latini. Se V. S. non sdegna gli amici men dotti, può 
chiederli a chi nel leggere cerca la minima fatica » (lett. 668). 
Ed il Tasso doveva essere appunto uno di quelli, che per mmor 



(1) Prose Diverse, II, 204. 

(2) Lettere di B. Tasso, III, 80. — Sekassi, Vita. I, 86. — Solerti, Vita. I, 21 ; 
e II, parto II, doc. Vili. 

(3) Vedi Lettere del Tasso, 1, pag. 153 e 154. Anche nei suoi Discorsi del 
poema eroico, in cui vi sono più citazioni di parole e di brani greci, di Sofocle 
(pag. 173), di E)uripidc (176) e ùqW Odissea di Omero (190) non cita il tosto ori- 
ginale, ma la traduzione latina. Nel Giudizio sovra la Conquistata poi, che è uno 
dei suoi scritti dell'età matura, non solo di moltissimi scrittori greci fa le cita- 
zioni in latino (Archiloco, Museo, Orfeo, Pindaro, Eschilo, Euripide, Plutarco ecc.); 
ma fa in latino perfino le citazioni doir//t7r/t' e dell'Odissea, e di Aristotele e 
di Platone; ed anche in qualche lettera (216) dolV Iliade cita la versione latina, 
e la versione latina in im' altra lettera cita dello opero d'ippocrate (lett. 1139) 



— 31 — 

fatica leggono le opere greche non nel loro testo, ma nella tra- 
duzione latina; ed infatti di li a poco ad Ascanio Mari ripete: 
« Prego V. S. che mi trovi un Sofocle ed un Euripide latino, da 
qualche amico suo che non sia dottissimo; perchè i dottissimi gli 
amano greci » (lett. 682). Nella lettera 683 domanda un Demo- 
stene ed un Apollonio tradotto. E v'è ancora di più. 11 1591, 
scrivendo a Giovanni Giolito, gli chiede « un'operetta di Luciano 
De Dea SijìHa, o tradotta in latino, o non senza il latino » (lett. 
1335). Questa prova mi pare decisiva per persuaderci che il Tasso 
leggesse le opere greche non nel loi'O testo originale. 

Il Proto, che, come abbiam detto, è uno dei più benemeriti 
studiosi del Tasso, per giustificare alcune imitazioni deir.4rg-o- 
nautica di Apollonio Rodio e del romanzo di Eliodoro d' Emesa 
nel Rinaldo, poiché all'età in cui il Tasso compose questo poe- 
metto non poteva, certo, leggere gli autori greci nel testo origi- 
nale, argomenta che potè conoscerli in una traduzione latina; e 
di traduzioni latine deìVArgonautica vi era quella di Giovanni 
Hartung, pubblicata in Basilea il 1550; del romanzo di Eliodoro 
poi vi erano parecchie traduzioni francesi e due italiane i^). Se- 
condo me, non solo allora, ma anche dopo, il Tasso lesse le opere 
greche nelle traduzioni latine o italiane. 

Degli studiosi del Tasso finora, a quanto io sappia, il solo 
Parlagreco è venuto alla conclusione mia, e la convalida, rife- 
rendosi alle prove addotte da me C^). Il Parlagreco però fa male 
nel suo lavoro a ricordare qualche volta i classici greci nel testo 
originale. Se voi credete che il Tasso leggesse quegli scrittori 
nelle traduzioni, di esse dovete servirvi nel vostro lavoro di fonti 
della Liberata, poiché esse il poeta tenne presenti. 

Quanto alla letteratura latina abbiam poco da dire: il Tasso 
mostra di aver lette, e nella loro lingua originale, le opere dei 
più reputati scrittori di quella classica antichità. Com'è risaputo. 



(1) QuAUKio, Storia e ragione ecc., voi. Yl, lib. II, dist. I, cap. Ili; ed anche 
Fontanini, voi. II, caf). V. 

(2) Paelagekco, Siudii sul Tasso, nota alla pag. 50. 



— 32 — 

delle principali opere della letteratura del Lazio ai tempi del 
Tasso si avevano delle non molto spregevoli traduzioni, ed il Tasso 
ne ricorda qualcuna; ma per il suo lavoro mostra di avere at- 
tinto direttamente ai testi latini. Molte di quelle traduzioni erano 
in ottava rima, metro da lui preferito nel suo poema; e, se mai, 
ad esse avrebbe dovuto ricorrere, non volendo leggere le opere 
latine nelForiginale. E Lodovico Dolce in quel metro aveva tra- 
dotte e parafrasate V Eneide (^) e le Metamorfosi, da lui intitolate 
Trasformazioni (1558); e nello stesso metro le Metamorfosi erano 
state tradotte e quasi parafrasate da Niccolò degli Agostini, pri- 
ma (1522-23), e da Andrea dell'Anguiilara, poi (1561). Ed Erasmo 
di Yalvasone anche in ottava rima aveva tradotta la Tehaide (1570); 
e delle altre opere latine, che il Tasso certissimamente lesse, vi 
erano traduzioni ed in ottava rima ed in verso sciolto ed anche 
in terzina (2). Ora, paragonate queste traduzioni con la Gerusa- 
lemme, nei punti in cui il Tasso certissimamente s' ispirò nei poeti 
latini, apparisce chiaro che il poema del Tasso non ha alcuna 
relazione con l'opera dei traduttori; ne ha moltissima invece con 
le opere originali. 

Solo lo Scherillo, a quanto io sappia, sostenne che il Tasso, 
invece d'ispirarsi direttamente in Ovidio, per alcuni episodi del 
suo poema tenne presente la traduzione, che delle Metamorfosi 
aveva fatta Andrea dell'Anguiilara; ma, esaminando questi epi- 
sodi, mostrerò che l'osservazione dello Scherillo non risponde al 
vero (^). 

Della letteratura nostra egli non ricorda parecchi autori, che 
senza dubbio aveva letti. Non ricorda il Mamhriano di Francesco 
Bello, né le tragedie, gli Ecatommiti e le altre opere di G. B. Cintio- 



(1) UEneidc, tradotta dal Caro, il Tasso la domanda in una lotterà del 
1590 (n. 1277 della Raccolta del Guasti). Ma ossa Ai publilicata il 1581; quindi 
il Tasso non se ne potè servire per la Liberata. 

(2) Vedi Haym, Bib, hai., voi. II. — Fontankm, Bib. ilcll'FA. It. con le ann. 
di A. Zeno, voi. I, cap, V. — Quadrio S., Star, e Ha;/, ecc., voi. VI. 

(3) Vedi il II voi. di quest'opera, cap. XI. 



— 33 - 

Giraldi, del quale fa solo menzione deW Ercole. Il Giraldi era stato 
in intime relazioni col padre Bernardo, con cui si era consultato 
spessissimo intorno al suo lavoro: avea vissuto lungo tempo in 
quella stessa corte, nella quale ora egli viveva; e col suo Ercole 
avea cercato di allontanarsi dalla molteplicità di azioni dei poemi 
cavallereschi. Si aggiunga che in un capitolo in line degli Eca- 
tommiti, il 1565, egli non solo loda Bernardo per V Amadigi, ma 
anche Torquato per il Rinaldo. Questi dunque non potè non leg- 
gere i lavori di un letterato cosi famoso, che vantava tanti titoli 
alla sua stima ed al suo affetto. 

Anche col Bolognetti il Tasso era stato in intime relazioni, 
e aveva frequentata la casa di lui in Bologna il 1563 (i). Niente di 
più facile quindi che sapesse dallo stesso Bolognetti l'argomento 
del suo lavoro e che ne sentisse da lui qualche brano o qualche 
canto. Ed egli nelle sue prose ricorda il Costante. Non ricorda 
però dello stesso poeta l'altro poema: « La Cristiana Vittoria 
Marittima », venuto in luce a Bologna il 1572, che dovè certo 
leggere. 

E per gli ultimi canti del suo poema il Tasso potè giovarsi 
deìVAvarchide dell'Alamanni, venuta in luce a Firenze il 1570; e 
fa meraviglia come il Parlagreco ricordi questo poema a propo- 
sito del canto I e del VII C-2). Che l'avesse letto però è certo, poi- 
ché egli lo ricorda in lettere del 1575 e '76 (lett. 42 e 82). 

E lo stesso anno 1870 a Venezia fu stampato V Achille e VEnea 
del Dolce (^), però il Sacripante dello stesso autore era stampato 
fin dal 1536: dunque il Tasso potè leggerlo e prima e durante 
la composizione del suo poema, e certamente prima, se son vere 
le imitazioni, notate dal Proto, del Sacripante nel Rinaldo ("*). E 



(1) Solerti, Vita, I, 45 e 80. Il Tasso ricorda il Bologrietti nella lettera 2 della 
Raccolta del Guasti. 

(2) Stiidii sul Tasso, nota a pag. 115. 

(3) Il solo Enea, tratto à&lV Eneide, era stato stampato a Venezia il 1568 ; e 
l'Ulisse, tratto dall'Odissea, fu stami^ato il 1573. 

(4) Sul Rinaldo, passim. — 



— 34 — 

credo che, durante la composizione del suo poema, egli leggesse 
due altri lavori dello stesso Dolce: il Palmerino d' Oliva ed il Pri- 
maleone, l'uno stampato a Venezia il 1561, e l'altro nella stessa 
città Tanno dopo (i). Si ricordi che il Dolce fu in intime rela- 
zioni con Bernardo Tasso, di cui corresse i tre libri degli Amori 
ed altri componimenti, stampati in Venezia il 1554, e alle lettere 
del quale premise gli argomenti (-); e si resterà persuasi che il 
Tasso non poteva ignorare i lavori di lui, che nel suo secolo fu- 
rono molto pregiati. Dello stesso Dolce il 1572 venne in luce a 
Venezia un altro poema: « Le prime ùnprese del conte Orlando », 
che il Tasso potè anche leggere, e giovarsene per gli ultimi canti 
del suo lavoro. Però questo poemetto non ha comune con la Libe- 
rata che solo qualche immagine e qualche verso, che i due poeti, 
indipendentemente l'uno dall'altro, poterono avere dai poemi latini. 
Il Tasso dovè anche aver lette le novelle del Bandello (1554), 
da cui si vuole derivata qualche immagine della Gerusale'tnme. 
E dovè anche leggere V Alamanna di F. A. Oliviero, il quale cantò 
la guerra di Carlo V contro i collegati di Smalcalda, poiché nei 
suoi Discorsi del poema eroico -egli biasima quei poeti, che, scri- 
vendo di Carlo V, avevano preso ad argomento di poema eroico 
fatti avvenuti troppo di recente (3). E, parlando in numero plurale, 
non deve aver avuto intenzione di volgere il suo biasimo al solo 
Cataneo. Forse il suo biasimo va a colpire, non meno l'Oliviero, 
che il Dolce {Stanze composte nella vittoria cristiana nuovamente 
avuta dal serenisshno Imperatore Calalo V, Roma, 1535) ed il 
Filogenio, cioè Sigismondo Paoluccio (/ trionfi di Carlo V nel- 
l'Africa, e V Impresa di Tunisi, 1543), i quali avevano preso a 
materia dei loro lavori le gesta di quell'imperatore. 



(1) Il Tasso nei Discorsi del poema eroico (Pros. Dir., I, 269) dol Dolce ri- 
corda il Sacripante, V Achille e yli altri poemi; e sotto questa espressione « gli 
altri poemi » credo che vadano compresi il Primaleone ed il Palmeriìw d'Oliva. 

(2) Vita di D. Tasso di A. F. Skoiiezzi, promossa al I voi. dello lettore dello 
stesso Bernardo (pag. XXXI e XXXVHI). 

(3) Prose Diverse, 1, 112. 



— 35 — 

Il Proto poi, studiando le fonti del Rinaldo, trova in esso 
reminiscenze di questi altri lavori della nostra letteratura: il 
Briadeo d'Amore di Luca Pulci, il Dittamondo di Fazio degli 
liberti, il Quadriregio del Frezzi, il Rinaldo Ardito dell'Ariosto. 
Ed io credo che il Tasso avesse letti questi altri lavori, poiché 
erano comunissimi nel '500; e quindi qualche traccia poterono 
lasciarla, come nel Rinaldo, cosi nell'opiw magnum di lui. Molti 
altri libri ricordano i commentatori della Geruaale'innie, dei quali 
non è cenno nelle opere del Tasso e negli elenchi dei libri da 
lui letti: Marco Pacuvio, Ostio {Guerra IstùHca), Accio, Lodovico 
Romano, Apollodoro, Floro, Valerio Massimo ecc. ecc.; e noi ve- 
dremo, studiando le fonti della Liberata, se il Tasso li avesse 
davvero presenti nello scrivere. 

Parecchi commentatori della Gerusalemme (D'Alessandro, 
Beni, Parlagreco) hanno illustrato qualche punto del poema del 
Tasso, riferendosi alle cronache di Ditti Cretese e Darete Frigio (i). 
Credo che si sia fatto male a riferirsi a questi due storici della 
guerra troiana: mi pare che il Tasso non li avesse letti, durante 
la composizione del suo lavoro, ed ecco perchè. Nei Discorsi del 
poe^na eroico, parlando il Tasso della guerra troiana, ricorda Da- 
rete Frigio; ma ecco che cosa ne scrive: « Omero nondimeno, il 
quale fu dopo Lino e dopo Orfeo..., e fu ancora inferiore d'età ad 
Orebanzio Trexenio e a Darete Frigio, il quale fece istoria della 
guerra di Troia, come scrive Eliano » (2). Carile scrive Eliano: dun- 
que egli non lo aveva letto; e si badi che i Discorsi del poema 
eroico furono scritti probabilmente dopo la composizione della 
Liberata; e, se allora il Tasso avesse letta l'opera dello storico 
greco, non avrebbe usato la locuzione: come scrive Eliano. 

Non ignoro che in un altro punto delle sue prose (lettera 343 
della Eaccolta del Guasti) il Tasso ricorda e Darete e Ditti, e scrive 
in modo da ingenerare il sospetto che li avesse letti. Ma quella 



(1) A quelle cronache mi riferii anch'io nel mio lavoi'o Sulle fonti della Li- 
berala, edito il 1893. 

(2) Prose Diverse, I, 94. 



- 36 — 

lettera è del 1585, quando la Liberata già da più di cinque anni 
correva dall'uno all'altro capo d'Italia. La conoscenza, che egli 
potè avere allora di quei due scrittori, non smentisce la igno- 
ranza, che egli mostra di essi, quando scriveva i Discorsi del 
poema eroico. 

Ciò che fa meraviglia è il non trovare, nei tre elenchi di 
libri dal Tasso posseduti e postillati, un solo scritto in francese 
ed in spagnuolo. Eppure egli conosceva l'una e l'altra lingua; 
ma dovè essere lettore poco tenero dei lavori di quelle due let- 
terature. 

Che il Tasso conoscesse il francese ci è attestato non solo 
dalla sua andata in Francia, ma anche da molti paragrafi delle 
sue lettere. In una parla di una storia francese della prima cro- 
ciata da lui letta (lett. 82); ed in due altre (813 e 817) domanda a 
Gherardo Borgogni un libro scritto in francese del passaggio d'ol- 
tremare. Nel II dei suoi Discorsi del poema eroico poi biasima 
gli scrittori di romanzi della Francia, e ad essi antepone l'autore 
&Q\VAmadigi di Gaida, o di quel di Grecia, o di Primaleone. Fa 
però un'eccezione, benché anche con qualche restrizione, per il 
romanzo Girone il Cortese (i). Ma dalle sue parole non apparisce 
che egli avesse letti i romanzi francesi, di cui parla, nella lingua 
originale: ha ben potuti leggerli nelle traduzioni italiane, e in- 
fatti anche del romanzo, di cui dice bene, ci riferisce il titolo 
nella nostra lingua, che è il titolo dato dall'Alamanni al suo ri- 
facimento del romanzo francese ('-\ E del Primaleone ci dà il ti- 
tolo della traduzione italiana e del rifacimento in versi di Lodo- 
vico Dolce, e non il titolo del romanzo spagnuolo (^). 



(1) Prose T)ivers>\ I, 119-20. 

(2) Ecco parecchi titoli del romcanzo fraiiccso del Girone: — /,'• Roman (ir 
Mrliaflus, et de Gtjron le Corlois. — Roman de Giron le Courtois, oii drs Che- 
vnliers de la Table Ronde. — Histoire de Gi/ron le Courtois. 

(3) Il titolo del romanzo spagnuolo è questo: — Los tres Libros del nini/ esfor- 
radc) Carnllero Prinialeon, y Polendos su Hermano, liijos del Emperador Palme- 
rin de Oliva ecc. — E il titolo della traduzione italiana del romanzo spagnuolo è 
questo : — Priìnnleone — nel quale si narra a — pieno V istoria dei suoi — vaio- 



— 37 — 

So bene che questo non è un argomento decisivo per dimo- 
strare che il Tasso era poco appassionato lettore di cose fran- 
cesi. Se a questo argomento però si aggiunge Taltro, il non 
essersi trovato nessun lavoro francese fra' suoi libri, forse non si 
stenterà ad accogliere la mia opinione, la quale è questa: che il 
Tasso, tutto occupato negli studii delle letterature classiche e della 
nostra, si dilettò pochissimo della lettura di opere francesi. Se no, 
possibile che non avrebbe fatto menzione di quasi nessun lavoro 
francese nei suoi numerosi scritti? possibile che non se ne sa- 
rebbe trovato alcuno fra' suoi libri? 

Si aggiunga che in tutt'i suoi numerosi scritti in prosa egli 
non fa che accenni vaghi ai romanzi del ciclo bretone e carolin- 
gio, ma di preciso non ricorda che una sola volta la Ci^onaca di 
Turpino ed i Reali di Francia. Le altre poche citazioni, che fa 
di personaggi e di avvenimenti di quei due cicli cavallereschi, 
possono ben riferirsi a poemi italiani, che trattano la stessa ma- 
teria, com'è, p. e., quando nella Conquistata (XXI, 14 e seg.) ri- 
corda Carlo, Ferrali ed Orlando, o quando nei Discorsi dell'arte 
poetica ricorda Marganorre ed Archeloro, o quando scrive che la 
morte dei paladini e la rotta di Ronci svalle sono materia infelice 
a poema eroico. Non c'è bisogno di supporre che il Tasso dovesse 
aver conoscenza dei iavori di Francia e d' Inghilterra per scrivere 
queste parole: poteva scriverle, anche avendo solo letto i poemi 
ed i romanzi italiani. Ora, se nei suoi molti volumi di prose il 
Tasso colse l'occasione di ricordare un infinito numero di scrit- 
tori latini, greci ed italiani, se avesse avuto coltura della lette- 
ratura francese ed inglese, ne avrebbe in essi lasciato vestigio. 

E questo ci deve far essere molto cauti nell'affermare de- 
rivazioni da romanzi francesi nella Gerusalemme. Se una im- 
magine od un pensiero potè venire al Tasso da lavori italiani, 
latini e greci, od anche da lavori francesi, io credo che si debba 



rosi fatti, e di Polendo — suo fratello ecc. — E questa traduzione italiana fu 
pubblicata in Venezia da P. Gii'onimo Giglio e Compagni, il 1559; e quindi il 
Tasso potè leggerla, prima di mottor mano al suo popma, come io credo. 



propendere per i primi, se non vi sono ragioni speciali che ci 
facciano decidere per questi ultimi. Ne vale il dire che la bi- 
blioteca degli Estensi era piena di libri e romanzi francesi (i). E 
sappiamo noi quanto il Tasso si servisse dei libri di quella bi- 
blioteca? Se egli se ne fosse davvero servito, e molto, qualche 
traccia apparirebbe nelle sue opere, e questa traccia manca ad- 
dirittura. Questo poco amore del Tasso per i romanzi francesi 
potè esser conseguenza del poco conto che faceva di essi (2). An- 
che il Pigna scrisse « che nei romanzi forestieri poco di buono 
si contiene, ed io perciò di loro mai ho voluto citare alcun 
esempio, ed essendo che dai nostri pigliato è tutto quel buono 
che trovar vi si può, ed è fatto migliore con mutamento conve- 
nevole » (3). 

Quanto alla lingua e alla letteratura spagnuola abbiamo delle 
prove, dalle quali apparisce che il Tasso sapesse Tuna e avesse 
letto qualche lavoro dell'altra. In una lettera a Gherardo Borgo- 
gni scrive: « Io ringrazio V. S. de l'istoria di Giuseppe Ebreo 
tradotta in ispagnuolo; non perchè io l'avessi dimandata, ma per- 
chè la bellezza de la lingua ne la quale è tradotta, non consen- 
tirà che mi sia grave la fatica di leggerla di nuovo » (lett. 817). 
E nel Gonzaga, ovvero del piacere onesto, e nella commedia Gli 
intrighi d'amore cita qualche parola in spagnolo C^^); segno che 
conobbe quella lingua. 

Che egli poi avesse letto qualche lavoro di quella letteratura 
vi è questa prova. ì^qW Apologia del poema scrive: « Sappiate, dun- 
que, che, essendo mio padre nella Corte di Spagna per servizio 
del Principe di Salerno suo padrone, fu persuaso dai principali 
di quella Corte a ridurre in poema l'istoria favolosa AeVCAmadigi; 



(1) A. D'Ancona, Yarietà storiche e letterarie, 1."^ serio, 1883. 

(2) Vedi a pag. 38 di questo volume. 

(3) / Ronmnzi, pag". 41. 

(4) Vedi anche B. Cuoce, La linrjìia spagnuola in Ilalin, Roma, ISOf), pag. 60. 
La commedia Intrichi d'Amore fu ripubblicata dal Solkuti nel volume Aj)- 

pendice alla Opere in prosa di T. Tasso, pag. 177-35G. 



- 39 - 

la quale, per giudizio di molti e mio particolarmente, è la più 
bella che si legga fra quelle di questo genere, e forse la più gio- 
vevole; perchè nell'affetto e nel costume si lascia a dietro tutte 
l'altre, e nella varietà degli accidenti non cede ad alcuna che da 
poi prima sia stata scritta » W. 

Certissimo dunque il Tasso lesse VAmadigi; ma nel testo 
spagnuolo o nella traduzione italiana? Quelle parole del Tasso 
furono scritte il 1585, e già fin dal 1546 correva in Italia una 
traduzione italiana del romanzo spagnuolo, come apprendiamo dal 
Flamini (2). Io però inclino a credere che il Tasso non leggesse 
il romanzo nel testo originale, e per questa ragione. 

Come si sa, il Tasso dal 1557 alla fine del 1558 visse col padre 
in Urbino, attendendo agli studii (3). Ora il 1558 Bernardo, volendo 
dimostrare a Girolamo Ruscelli che Gaules vuol dire Calila, e che 
quindi egli non aveva errato a chiamare il suo eroe Amadigi di 
Francia i'^), si riferisce ad un capitolo del romanzo da cui trasse 
la materia del suo poema, e scrive: « vedete nel secondo li- 
bro al capo vigesimo, dove Giandanello, invidioso della gloria e 
grandezza di Amadigi, dice al re Lisuarte queste parole: « Già 
sapete, Signore, come un gran tempo fu discordia fra questo 
regno della Gran Bretagna e quel di Gaula, poiché di ragione 
quello deve essere a questo soggetto, come tutti gli altri vicini 
vi sono, e riconoscono voi per superiore ». Queste parole non 
sono traduzione di Bernardo del testo spagnuolo, ma si leggono 
tali quali nella traduzione italiana, che abbiamo del romanzo 



(1) Prose Diverse, I, 319. 

(2) Il Cinquecento, pag. 162, dove vi sono pregevoli notizie sulla diffusione 
dell' Amrtrfw in Italia. Vedi anche V. Ciìn, Il Cortegiano di B. Castiglione, pag. 327. 
— Il Quadrio {Della stor. e della rag. ecc., lib. Il, dist. I, cap. Ili) aveva scritto 
che la prima traduzione italiana àeWAmadis è del 1557. 

(3) Seeassi, Yita, lib. I, pag. Ili e seg. — Solerti, Yita, cap. II. 

(4) Il Cantù scrive {Esempi e giudizi ecc., pag. 106): « Amadigi di Gaula 
è un eroe della Tavola Rotonda, ma il Tasso ignorava talmente ogni condizione 
storica di quello, che dubitava se Gaula fosse la Gallia, o (come in fatto) il paese 
di Galles ». 



- 40 — 

spagnuolo W. In un'altra sua lettera allo Speroni C-^), Bernardo, 
parlando dell'Isola ferma, riferisce il primo periodo del capi- 
tolo XVII del libro IV deWAmadigi, e non nel tosto originale, 
ma nella solita traduzione italiana, della quale si è servito nell'al- 
tra lettera, di cui abbiamo parlato (^X Bernardo Tasso dunque 
(se non prima, almeno nel 1558) teneva presente deWAmadigi 
non il testo spagnuolo, ma la traduzione italiana. Ed egli aveva 
ricavato da quel romanzo la materia del suo poema! Quale cosa 



(1) Ecco il brano spagnolo, che nell'edizione del Rivadeneyra è al cap. XIX, 
anziché al XX : « Ya saheis, Seiìor, còrno de grandes tiempos à està parte grandes 
discordias siempre ìioho en el reino de Gaula è da la Gran Bretafia, è còrno de 
razon aquel reino a este sujeto debia ser, reconocièndole senorìo, corno todos los 
comarcanos lo hacen, e' està es una dolencia que la saliid de ella fin no tiene 
hasta que la justa conclusion en esto viniese ». 

Tra le parole riportate da Bernardo o la traduzione italiana del romanzo 
spagnuolo vi è una differenza. Dove nella lettera del Tasso si legge vicini, nella 
traduzione italiana si legge nel confine. Di più, il Giandanello del Tasso è Gan- 
dandelo nel romanzo italiano. Credo che siano errori incorsi nella stampa delle 
Lettere del Tasso. 

(2) B. Tasso, Lettere, UI, pag. 155-56. 

(3) Ecco le parole del romanzo italiano: « Caminando l'Lnp. di Roma e 7 
Re Lisuarte con le lor genti in ordinanza, il primo giorno non fecero più che 
quindici miglia, et accamparono in una gran campagna per quella notte, la mat- 
tina seguente con la medesim,a ordinanza seguirono il lor catnino, finché ebbero 
nova, che il Re Perione veniva col suo esercito ad incontrarlo, e che non era da 
loro j)iù che due giornate lontano ». — E il testo spagnuolo dice: « La historia dice 
que el emperador de Roma y el rey Lisuarte partieron del real que cabe Vendi- 
lisora tenian, con aquellas companas que dicho vos habemos, è acordaron de andar 
mucho despacio porque las gentes è caballos fuesen holgados, è aquel dia no an- 
dovieron mas de tres leguas, è asentaron su real cerca de una fioresta en un 
gran llano, è holgaron all'i aquella noche, è otro dia al alba del dia partieron 
en su ordenanza, corno vos contamos, è asi continuaron su camino fasta que so- 
pieron de algunas personas de la tierra cònio el rey Perion è sus companas ve- 
nian cantra ellos, è que los dejaban dos jornadas de donde ellos estaban ». 

L' italiano si vede che non è una traduzione letterale ; quindi B. Tasso non 
dovè aver presento l'originale spagnuolo nello scrivere, ma la traduzione ita- 
liana. Si aggiunga che so quello parole nel romanzo italiano sono davvero, come 
scrive il Tasso, nel principio del oap. XVII del libro IV doWAmadis, nel testo 
spagnuolo sono il iirimipio del cap. X.W'JII. 



— 41 — 

più facile quindi che il Tasso figlio, convivente allora col padre, 
leggesse di quel romanzo la copia italiana, che quegli possedeva? 

In un'altra sua scrittura (i) il Tasso, a proposito del canto XII 
della Liberata, ricorda il Viaggio di Etiopia, cap. XXII, di Fran- 
cesco Alvarez C^), e scrive: « secondo il costume della Chiesa 

Etiopica, il qual doveva esser osservato da lei (dalla madre di 
Clorinda), non Vera lecito in alcun modo (di battezzarla), perchè 
gli Etiopi non battezzano le donne, se non quaranta giorni dopo 
il loro nascim,ento, e se prima muoioìio, le lasciano ^morire senza 
battesimo: oltre che l'atto del battezzare porta appresso loro 
'tnaggiore difficoltà che altri non presuppone ». Il lavoro del- 
l'Alvarez fu stampato, prima, in ispagnuolo, e poi in francese ed 
in italiano. Però io non credo che il Tasso leggesse il testo spa- 
gnuolo. Io ho l'edizione, che se ne fece in Toledo il 1588 {en casa 
de Fedro Rodriguez mercader de libros), e non porta il titolo, 
che gli dà il Tasso ed anche il Guastavini; ma porta questo ti- 
tolo: « Historia de las Cosas de Ethiopia ecc. ». Di più, le cose 
di cui parla il Tasso e che si trovano davvero nel lavoro del- 
l' Alvarez, non sono nel cap. XXII, ma nel XIX. E di più ancora: 
TAlvarez scrive che i maschi presso gli Etiopi si battezzano dopo 
quaranta giorni, ma le femmine dopo sessanta {a lor ninos bap- 
tizan a los quarenta dias, y a las nihas a los sesenta, despues 
que nacieron. Si mueren antes desta edad, van sin baptismo). 
Da tutte queste prove a me pare di poter concludere che il Tasso 
dovè aver presente nello scrivere del lavoro dell' Alvarez non il 
testo spagnuolo, ma o la traduzione francese, o quella italiana, 
le quali io non ho avuto modo di consultare. 

E di parecchi romanzi del ciclo di Amadis di Grecia, dove si 
racconta degli amori di Abra e Lisuarte, il Tasso si servi indub- 



(1) Dubbi e risposte intorno ad alcune cose e parole concernenti la G. L. — 
Fu ripubblicata ultimamente dal Solerti, Appendice alle opere in prosa di T. Tasso, 
pag. 159-169. 

(2) È anche ricoi'dato da moltissimi commentatori della Librrnta. comin- 
ciando dal Guastavini. 



— 42 — 

biamente nell'ultima parte dell'episodio di Armida 'i); e più su 
ho detto che egli li ammirava moltissimo. Di essi ai tempi suoi 
vi erano traduzioni francesi e traduzioni italiane (2): riesce quindi 
diffìcile il decidere in quale lingua egli li leggesse. 

É molto probabile però che li leggesse nelle traduzioni ita- 
liane, anche perchè quelle traduzioni si pubblicavano dalle tipo- 
grafìe venete e dovevano* essere molto diffuse nel territorio della 
Serenissima Repubblica, dove il Tasso allora viveva. 

E da questi romanzi venne anche al Tasso il nome di Ar- 
mida, la quale si racconta che fosse figlia di Tarisio e d'Agriana 
e che sposasse Frisolo, detto il cavalier del sole. Il Clarus scrive 
che non il solo nome, ma molte circostanze dell'episodio di Ar- 
mida della Liberata vennero al Tasso proprio dal X libro di Ama- 
dis, che è la cronica di Don Florisello di Nicea, scritto da Fe- 
liciano di Sylva. E dallo stesso Florisel de Mquea fanno ispirato 
l'episodio del Tasso ed il Rank ed il Mennung (^). 

Studiando l'episodio della Liberata, io mostrerò da chi il Tasso 
fosse ispirato e quanto valore abbiano le affermazioni di questi 
critici. Quanto al nome di Armida aggiungo che il Tasso potè 
anche averlo dai lavori italiani: di un'Armida si parla nel Pai- 
merino d'Oliva del Dolce, ch'egli non dovè ignorare i"*). 

Ed un'altra osservazione. 

Il Tasso, nel brano deWApologia da me sopra riportato, scrive 
che « l'istoria favolosa dell'Amadigi, per giudizio di molti e suo 
particolarmente, è la più bella che si legga di questo genere e 
forse la più giovevole ». Le parole « di questo genere » si de- 
vono riferire ad altri romanzi che trattano di Amadigi, o ad al- 
tri romanzi in generale e sopratutto francesi, come interpetra il 



(1) Vedi il cap. XIII dol II voi. di qiiest'opera. 

(2) Vedi il QuADKio, Della storia e della ragione ecc., voi. IV, lib. Il, dist. I, 
cap. III. 

(3) Clauos, Stor. della leti, spag., I, 322. — Rankk, Geschichtc der ital. Poe- 
sie, pag. 464. — Mknnung, lavoro sul Car duino. 

(4) Vedi la nota 1 a pag. 34 di questo volume. 



— 43 — 

Quadrio (i)? Nel primo caso il Tasso confesserebbe di avere una 
coltura di romanzi del ciclo di Amadigi, nell'altro di romanzi del 
ciclo di Carlomagno, lettura che non si può desumere da altri 
indizii delle sue opere. 

Se però il brano deW Apologia si mette in relazione col brano 
del II dei Discorsi del 'poema eroico, apparirà, chiaro che il Tasso 
nel primo voleva proprio parlare di lavori francesi. 'HqìV Apologia 
scrive: « T istoria favolosa dell' Amadigi, per giudizio di molti e 
mio particolarmente, è la più bella che si legga di questo ge- 
nere »; e nel II dei Discorsi del poema eroico: « ]\la qualunque 
fosse colui che ci descrisse Amadigi amante d'Oriana, merita 
maggior lode, ch'alcuno degli scrittori francesi ». Anche nel- 
V Apologia, più che a lavori spagnuoli, accenna quindi a lavori 
francesi, di cui però egli confessa di aver poca stima. E che sia 
così, ce ne conferma il Proto, il quale, nella 111 parte del suo 
lavoro sul Rinaldo, in opposizione al D'Ancona, sostiene che in 
quel poemetto giovanile del Tasso non vi sono favole e perso- 
nàggi dell'epopea carolingia. Il Proto crede che in esso vi siano 
favole del ciclo bretone, che sono pure nel Boiardo e nelV Ariosto 
(pag. 275), come dimostra con un'analisi continua e sottile. Que- 
st'altra prova conferma quindi la mia opinione, che il Tasso fosse 
poco appassionato lettore di cose francesi. 

Siano del ciclo bretone però, o siano del ciclo carolingio, o 
di Amadis, dal lavoro del Proto apparirebbe che il Tasso avesse 
avuta molta lettura di romanzi scritti in lingua francese, e ciò 
contro a quanto credo io. Il Proto qua e là nella sua indagine 
delle fonti del Rinaldo ricorda questi lavori in francese: — Les 
princes de l'Amour, Les chevaliers de la Serpente, Le Beau-Tè- 
nèhreux, Le chevalier de la mer, Buzando-le-Nain, Artus de Bre- 
tagne, Gir art de Viane, La chevalier de l'ardente épèe, Galien 
Restaurò, Chanson de Roland, Histoire des quatre fìls Aymon, 
Tristan de Léonois, Huon de Bordeaux, Ogier le Danois. Sarebbe 
una lettura non indifferente di romanzi scritti in francese, e la 



(1) Op. loc. cit. — 



_ 44 — 

nostra meraviglia crescerebbe, pensando che fra le moltissime 
prose del Tasso e negli elenchi dei libri da lui letti e postillati 
non vi è nessunissima traccia di essa. Il Proto stesso però rico- 
nosce che le favole del ciclo bretone, dal Tasso imitate nel Ri- 
naldo, sono pure neìVlnnammoì-ato e nel Furioso, donde il Tasso 
potè averle, più che dai romanzi in lingua esotica; e di molte 
altre imitazioni si potrebbe trovare una fonte italiana, piìi che 
straniera: per lo meno dunque resta ancora non bene accertato 
se il Tasso fosse grande lettore di cose straniere. 

Poiché così pochi indizii di letture francesi e spagnuolc il 
Tasso ci lasciò nelle sue opere, e pure che egli non leggesse nulla 
di quelle due letterature, oltre VAmadigi e qualche altro romanzo 
da lui ricordato, pare difficile, allo indagatore delle fonti della 
Liberata resta il non lieve compito di studiare i lavori più co- 
nosciuti nel '500 in Italia della Francia e della Spagna, poiché 
è possibile che il Tasso li avesse letti e messi a contributo nel 
suo poema, senza aver avuto mai l'opportunità di far menzione 
di essi. 

Né basta aver ricordati i libri che il Tasso lesse: facciamo 
di vedere per quali egli avesse maggiore predilezione. E comin- 
ciamo dalla letteratura greca. 

Le opere di Aristotele e di Platone (i) mostra di averle stu- 
diate molto bene, ed egli stesso in una lettera scrive: « Non ho 
studiati altri libri più volentieri di Aristotele e di Platone, ben- 
ché abbia lette le opere di molti » (lett. 054); ma di esse non si 
potè giovare nel suo poema che per qualche pensiero. Molto at- 
tentamente dovè studiare i due poemi di Omero, che egli pre- 
giava moltissimo. In un sonetto anzi ed in una prosa ad inter- 
pretazione e comento di quel sonetto manifesta il desiderio di 
conseguire gloria simile a quella di Omero (2'. Senza dubbio 
quindi il Tasso dsdV Iliade e dall' Orfmea trasse grande parte delle 



(1) Nella Lezione sojyra un sonetto rìi Mons. Della Casa il Tasso chiama 
Platone padre e dio dei filosofi. 

(2) Prose Diverse, II, da pag. 155. 



— ès- 
sile invenzioni; e ciò è confermato da lui stesso, il quale para- 
gona airniade tutte le azioni del suo poema, che si svolgono presso 
Gerusalemme; aìV Odissea tutti gli errori di Rinaldo (lett. 15), il 
quale dal Tasso stesso è paragonato all'Achille omerico (lett. 32). 

Altro poema greco, che il Tasso ricorda parecchie volte e 
che cita a giustificazione di scene e situazioni della Liberata, è 
VArgonautica di Apollonio Rodio, che imitò parecchie volte an- 
che nel suo giovanile Rinaldo. Molto bene dovè anche il Tasso 
leggere le tragedie greche, che ricorda assai volte nelle sue let- 
tere e nelle sue prose; ma di esse non si potè giovare che poco, 
poiché sono un genere di poesia molto diverso da quello che egli 
scriveva. 

Della letteratura latina immensa stima il Tasso faceva di Vir- 
gilio. Egli lo chiama il mio poeta (i) e principe dei poeti (2); e fin 
dal 1578 si era proposto di difenderlo da tutte le opposizioni, che 
gli venivano fatte (^), e negli ultimi anni della sua vita lo difese 
dalle accuse dei dotti ellenisti dei suoi tempi, che gli antepone- 
vano Omero i^), e con l'autorità e l'esempio deWEneide egli giu- 
stificava parecchie cose del suo poema. Omero e Virgilio dunque 
offriranno maggior numero di raffronti con la Liberata. 

Dopo Virgilio, l'autore latino, che è pili ricordato nelle sue 
lettere e nelle sue prose dal Tasso, è Orazio nell'Ar^^ poetica, dal 
quale non potè trarre nulla per il suo lavoro, poiché un genere 
di poesia assai differente dall'epica. 

Parecchie volte sono ricordati Ovidio, Stazio, Lucano, Silio 
Italico ed i lirici; ma i primi dovevano offrire al Tasso maggiore 



(1) Vedi Dialoghi, 1, pag-. 49, 200, 206, 221, 235, 247, 258, 260, 280, 284, 299, 
311, 319, 321, 331; II, 29, 115, 154; III, 190. 

(2) Prof, al Rinaldo o Dial.. I, 213, 289. — In altri luoglii lo dice: « il iDoeta 
dn lui tanto onorato » {Dial., I, 203, 283), « il mio glorioso poeta » (ibid., I, 205, 
284), « il poeta che è in grande venerazione » (I, 206), « il divino Virgilio » 
{Dial, II, 121; Prose, I, 24, 185, 209). 

(3) Sekassi, Yila. II, 311 e sgg. — Tasso, LelL. I, 88. 

(4) Vedi CiAJu>oi.LNi, voi. cit., pag. 38; ed anche le lettere 128, 1512 e 1517 
della Raccolta del Guasti. 



— 46 — 

opportunità di giovarsene, poiché avevano scritto in quel genere 
di poesia, che egli scriveva. E quanto ad Ovidio, il Tasso dovè 
leggerlo con attenzione e giovarsene nella Gerusalemme per la 
ragione detta dal Gaspary, che egli corrispondeva di più allo spi- 
rito dei tempi, in cui il Tasso visse ed esercitò la sua attività (i). 

Altro scrittore latino, che egli stimava moltissimo, è Lucre- 
zio, che ricorda frequentemente nelle sue prose, e che emulò non 
infelicemente anche in molti punti delle Sette giornate del 'mondo 
creato (2). 

E veniamo alla nostra letteratura. 

Quando anche ignorassimo le postille del Tasso alla Dl- 
vina Commedia (^), dalle lettere e dalle prose di lui apparirebbe 
chiaramente la grande stima che egli ebbe di Dante, e il grande 
studio che dovè fare della Divina Commedia. Perfino nelle prose 
di tanto in tanto intarsia il suo stile con versi e locuzioni dan- 
tesche. Ed in una lettera (82) giunge a sciivere che Dante, jjer 
la sua divinità, non può essere paragonato con Omero e Virgi- 
lio (^). Senza dubbio quindi Dante dovè offrire molti colori allo 
stile del Tasso. Quanto a situazioni potè offrirgliene pochissime, 
poiché il poema dantesco è un genere diverso da quello del Tasso. 
Anche il Trissino avea avuto grande ammirazione per i nostri tre 



(1) Storia della lett. ital., voi. II, p. II, pag. 200. 

(2) Opere minori in versi di T. Tasso, ediz. critica per cura di A. Soleuti, 
voi. n e III. 

(3) Queste xjostillo furono i'ipul)hlicate da E. Ckla.m in un volumetto della 
« Collezione di opuscoli danteschi », Lapi, Città di Castello, 1895. — Vedi anche 
Serassi, Vita del Tasso, 1, 129, e Solkuti, Vita, 40, ed il volume per il /// Cen- 
tenario della morte di T. Tasso (Roma, 1895, pag. 44 e segg., e pag. 57 e segg.). 

Il Tasso postillò anche il Convivio (lott. 487), e quelle postille furono pub- 
blicate dal Trivulzio nella sua edizione di quell'opera dantesca (Milano, 1826). — 
Dei commentatori di Dante chi più accenna allo imitazioni che ne fece il Tasso, 
ò Gregorio di Siena; però spesse volte vede imitazioni dove non sono. 

(4) Vedi anche il lavoro di Pieii Leopoldo Ceochi, T. Tasso, il pensiero e le 
belle lettere nel secolo XVI, Firenze, Lo Mounier, pag. 202; e l'altro del De Cla- 
KiciNi DoRNPAcuEii, Lo studio di T. Tasso in Dante Alighieri (negli Atti dell'Acc. 
Dante Alighieri di Catania), Catania, 1887. 



- 47 _ 

sorami trecentisti (i), specie per Dante, di cui ricorrono frequenti 
reminiscenze neWrtalia Liberata ('•^). E non è diffìcile che l'esem- 
pio del Trissino ed anche dell'Ariosto, le cui imitazioni dantesche 
sono anche frequenti nel Furioso (^), abbia influito sul nostro 
poeta. 

Ed il Petrarca non fu meno studiato dal Tasso, e ciò appa- 
risce, non solo dalle moltissime citazioni che di esso egli fa nelle 
sue lettere e nelle sue prose, ma specialmente dalle Considera- 
zioni ài lui sopra le tre canzoni del Pigna. Chi scrisse quelle 
Considerazioni dà prova di moltissimo studio del Canzoniere pe- 
trarchesco, tanto da averlo quasi tutto presente. Ed in uno dei 
suoi Dialoghi (111, 126) il Tasso chiamò il Petrarca meraviglioso 
poeta. E lo stesso studio egli dovè fare dei Trionfi, che ricorda 
moltissime volte, e àoìV Africa, che egli antepone a Stazio, a Lu- 
cano ed a Silio Italico (4) e che loda sopratutto per la descrizione 
degli amori 0^). 

Di altri trecentisti il Tasso ricorda più volte il Boccaccio nel 
Decamerone, nella Teseide e nel Filocopo e le rime antiche to- 
scane. E di queste rime e delle opere del Boccaccio doveva essere 
lettore appassionato, poiché, il 1589 (lett. 1183), perduti i suoi 
libri, le richiedeva ad un amico i^). 

Dei cinquecentisti studiosissimo dovè essere deìV Orlando Fu- 
rioso. E non fu il Tasso che die il titolo di Omey^o ferrarese al- 



(1) Italia Liberata, lib. IX. 

(2) Vedi il mio articolo Le reminiscenze dantesche nell'Italia Liberata dai 
Goti (in Raccolta di studii critici dedicata ad A. D'Ancona, Firenze, Barbèra G., 
1901), pag. 415-21. 

(3) Uno studio speciale sulle imitazioni dantesche dell'Ariosto io non lo 
so; ma nell'ottimo commento, fatto dal Romizi al Furioso, è accennata la più 
parte di esse. 

(4) Prose Diverse, I, 135. 

(5) Prose Diverse, I, 121; e Lettere, II, 332. 

(6) Non è quindi vero quello che asserisce un critico (/// Centenario della 
morte di T. Tasso, Roma, 1895, pag. 40, nota) che al Tasso il Boccaccio non 
piacesse mai. 



— 48 — 

rAriosto vO?, e in una lettera (04) non confessò apertamente che 
« le corone semper fìorentis Homeri lo avevano fatto assai spesso 
noctas vigilare screnas; e non per desiderio che egli avesse mai 
avuto di sfiorarle o sfrondarle, ma per soverchia voglia d'acqui- 
starne altre, se non eguali, se non simili, tali almeno che fossero 
per conservare lungamente il verde, senza temere il gelo de la 
morte? ». E sentiva tanta stima per l'Ariosto, che nella stessa 
lettera (94) giunse a scrivere che « la famiglia degli Ariosto è 
più famosa nelle lettere, che non fu quella degli Eacidi nelle 
armi ». Il Furioso dunque giustificherà molte immagini e molte 
situazioni della Liberata. 

Meno studiati da lui dovettero essere gli altri poemi caval- 
lereschi: pure quelli, che abbiamo più innanzi ricordati, qualche 
impressione dovettero farla sull'anima del poeta di Sorrento, e 
quindi dovettero lasciare non poche tracce nell'opera di lui. E 
ciò tanto più se si pensi che molti di quei lavori furono da lui 
imitati anche nella sua opera giovanile il Rinaldo, come ha cer- 
cato di dimostrare il Proto. Fra questi lavori bisogna ricordare 
il Morgante, V Iiiìiamorato, il Sacripante, il Girone, i Cinque 
Canti; e, primo fra tutti, VAmadigi del padre, da cui tolse pen- 
sieri, immagini ed intere situazioni. 

Non bisogna dimenticare un altro poeta, che il Tasso pregiò 
moltissimo, il Poliziano, che una volta chiamò uomo di gran 
giudizio e di gran dottrina (-^, e nella descrizione della casa di 
amore scrive che egli versò « tutt'i fiori e tutte le grazie della 
poesia » (**). Le stesse lodi erano state tributate al Poliziano da pa- 
recchi cinquecentisti, fra gli altri dal Giraldi, che ammirava sopra- 
tutto la descrizione della casa di Venere, come faceva il Tasso (^). 



(1) B. Tasso nelle sue lettere (II, 193) aveva dato siicsso all'Ariosto l'epiteto 
di divinissiìììo ; e, prima di lui, quell'epiteto all'Ariosto era stato dato dal Fur- 
nari (op. cit., 9, 13, 34, 342). 

(2) Prose Diverse, I, 2G9. 

(3) Prose Diverse, II, 237. 

(4) Diseorso, pag. 70. 



— 49 — 

Il Proto ricorda molti romanzi cavallereschi italiani, di cui, 
secondo lui, si vedono le reminiscenze nel Rinaldo (i); e molti 
altri di questi romanzi furono ricordati da me nel mio studio 
Sulle fonti della Liberala. Poiché non si hanno certi indizi! che 
il Tasso li avesse letti, bisogna, certo, andare molto cauti nel- 
l'affermare derivazioni da essi nella Gerusalemme. Questi romanzi 
però non si possono trascurare da chi voglia indagare tutte le 
fonti del poema del Tasso. 

Dei poemi eroici italiani il Tasso lesse moltissimo V Italia 
Liberata del Trissino, che lodò assai volte (-), che imitò perfino 
nel Rlìialdo (3) e che desiderò di riavere e richiese istantemente 
ai suoi amici (lett. 1183 e 1277), quando perdette i suoi libri. E 
che egli pregiasse molto quel poema non solo ci è attestato da 
Angelo Ingegneri (^), ma lo confessa il Tasso stesso in una lettera 
ad Orazio Lombardelli: « Il poema, a cui più si assomiglia il mio, 
è r Italia Liberata del Trissino, di cui fo molta stima, perchè egli 
fu il primo che ci diede alcuna luce del modo di poetare dèi 
Greci, ed arricchì questa lingua di nobilissimi componimenti » (S). 
E se disapprovò V Italia Liberata per il modo onde il Trissino 
la trattò, gli piacque sempre l'argomento di essa, tanto che, prima 
di metter mano alla Gerusalemme, fu in dubbio se dovesse di 
nuovo trattare l'argomento trattato dal suo predecessore (^X E che 
la tenesse presente nello scrivere il suo poema fu accennato dal 
Manzoni, e fu dimostrato dal Ciampolini e dall' Ermini (''). 

Gli altri poemi eroici del '500 {VErcole, il Costante, gli Amori 
di Marfìsa, VAvarchide ecc.) ei dovè leggerli con grande atten- 
zione per parecchie ragioni, sopratutto perchè gli autori di essi 



(1) Op. cit., passim. 

(2) Prose Diverse. I, 121. 

(3) Photo, Sul Rinoldo. 

(4) Lettere del Tasso. II, nota a pag. 181. 

(5) Vedi anche la lettera 82 dell'edizione del Guasti. 

(6) Lettera 1551 della Raccolta del Guasti. 

(7) Manzoni, Del romanzo storico. Del Cia-mpolini e dell' Ekmixl vedi le due 
opere da noi più innanzi ricordate. 



— 50 — 

si erano messi per quella via che egli batteva. Che poi pregiasse 
molto le opere dell'Alamanni, tuttoché trovasse non poco a ri- 
dire intorno ad esse (lett. 82), apparisce da altre due sue lettere, 
l'una del 1589 e l'altra del 1590, nelle quali egli fa voti di ria- 
vere le opere di quello scrittore, da lui perdute (lett. 1183 e 1277). 
Senza dubbio quindi troveremo tracce di questi poemi nella Li- 
berata. 

Di altri poeti del '500, quelli che sappiamo il Tasso leggesse 
e pregiasse di più sono il Della Casa ed il Bembo, e ciò appari- 
sce dalla lezione che scrisse sopra un sonetto del primo (3) e dalle 
molte citazioni che fece del secondo. 

Quanto ai poeti latini del quattro e cinquecento, oltre del 
Fontano, del Fracastoro, di Maffeo-Yegio, del cardinale Sfondrati, 
egli ricorda molte volte con lode ed il Sannazaro ed il Vida. 
Di quest'ultimo, che chiama scrittore e dottissimo poeta {Bial., 
Ili, 398), ricorda la Cristiade {Lett., II, 451-52) ed il poemetto 
Bel gioco degli scacchi {Dial., II, 29). Chiama poi nobilissimo 
poema il Be Partu Virginis del secondo (lett. II, 209). 



(1) Prose Diverse II, 111. Vedi anche l'articolo « T. Tasso e Giovanni Della 
Casa » in /// Centenario della morte di T. Tasso, Roma, 1895. 



CAPITOLO III. 
Le idee del Tasso sul poema eroico. 



Il Tasso, accingendosi alla composizione del suo lavoro, volle 
indagare da critico le qualità e la natura del poema eroico per 
sapere a quali norme attenersi; ed espose le sue idee, oltreché 
in molte lettere ed in lavori di occasione, nei suoi Discorsi del- 
l'arte poetica ed in quelli del poema eroico, che sono lo amplia- 
mento del primo lavoro. I Discorsi dell'arte poetica però furono 
da lui composti quando veniva ideando il suo poema (i). Quelli 
del poema eroico furono invece scritti quando già aveva dato 
fine al lavoro, e per nuove letture e nuove considerazioni le sue 
prime idee si erano in qualche modo modificate (2). 

Dovendo indagare quali erano le idee di lui, prima e durante 
la composizione della Liberata, mi varrò sopratutto del lavoro 
del 1564, tenendo presenti anche le lettere ai revisori romani ed 
i suoi scritti polemici: qua e là ricorrerò pure all'altro lavoro. 

Cominciamo da qui, che il Tasso dovè essere spinto a stu- 
diare la natura del poema eroico, accingendosi a scriverne uno, 
dall'esempio del Giraldi, il quale, come abbiam fatto notare, non 
si era messo alla composizione del suo Ercole, se non dopo avere 



(1) Il Serassi li fa composti il lfi64 {Yita, I, 167) e così anche il Mazzoni 
(Pref. alla Lib , pag. XV). Il Solerti invece li fa composti tra il 1568 e il 1570 
{Yita, 121). 

(2) Non direi però col Solerti {Yita, 123) che quelle idee sono molto diverse 
dalle prime. 



— 52 — 

discusso da critico i principii, che regolano il poema eroico ed 
il romanzo. Me ne conferma fra l'altro questa ragione: che egli, 
come avea ftìtto il Giraldi, diede il titolo di Discorsi al suo la- 
voro, il quale ha anche qualche idea attinta da quelli (') stimati 
da B. Tasso dottissimi e giudiziosi (^). Torquato però in molte 
idee nei suoi Discorsi si discosta dal Giraldi, dal Pigna e da tutti 
quelli che avevano, prima di lui, trattato lo stesso argomento; 
si discosta perfino dal padre, che ne avea trattato nelle sue Let- 
tere. Per vedere donde in lui probabilmente sia derivata questa 
diversità'!, è uopo dire qualche cosa dell'ambiente letterario, in 
mezzo al quale egli viveva, non poco diverso da quello, in cui si 
erano trovati (benché nell'intervallo di non molti anni) i critici, 
ai quali abbiamo accennato. 

Quando il Tasso, vagheggiando nella mente un poema eroico, 
imprendeva a studiare i caratteri e la natura di esso, già da quasi 
cinquant'anni il Furioso andava per le mani di tutti e molti altri 
poemi cavallereschi si leggevano avidamente. Il desiderio di un 
poema regolare però, modellato sull'epopea classica, si era andato 
man mano acuendo, anche per gl'infelici tentativi che si erano 
fatti. E questi tentativi abortiti ed il giudizio che si portava sopra 
di essi, dovè determinare il Tasso a richiedere in un poema eroico 
le condizioni, delle quali parla nei suoi Discorsi. 

V Italia Liberata, venuta in luce dopo taata aspettazione, ai 
tempi di Torquato chi la leggeva più, se non qualche erudito? 
Bernardo Tasso, in una lettera del 1559, di quel poema scriveva 
che « quasi il giorno medesimo in ch'ara uscito in luce, era 
stato sepolto ». Né si può dire che ciò fosse avvenuto per man- 
canza di cultura nel suo autore, oppure perchè egli si era dilun- 



(1) Ne accenno una sola, notata anche dal Solerli: l'esempio di Naiisicaa 
che va a lavare i panni al fiume (Tasso, Prose. I, 41 ; Guialdi, Disrorsn. pag. 37). 

Il Solerti, notando questo raffronto, scrivo: « È rnrioso che ». Niente di ni- 

ì'iosn : l'un autore ebbe presento l'altro. Vedi anche (piesto volume a pag. 48 ed 
a pag. G9, 70. 

(2) Lettere di B. Tosso (U, 193). 



— 53 — 

gato dall'esempio di Omero e di Virgilio, o perchè non avea sa- 
puto mettere in pratica i precetti di Aristotele. Lo stesso B. Tasso, 
nella lettera da noi più innanzi ricordata, scrive che « la dottrina 
del Trissino nella nostra età fu degna di maraviglia, e il poema 
di lui non sarà alcuno ardito di negare che non sia disposto se- 
condo i canoni delle J.eggi di Aristotele e con la intera imita- 
zione d'Omero^ e che non sia pieno d'erudizione e atto a insegnar 
di molte cose ». Ed il Giraldi scriveva che il Trissino non era 
stato tanto giudizioso, quanto era dottissimo; se no, non avrebbe 
biasimata la composizione dell'Ariosto come cosa degna del solo 
favore del volgo, ed anch' egli avrebbe scritto diversamente (0; e 
qua e là nel suo Discorso gli muove parecchi biasimi: di fre- 
quenti invocazioni (pag. 70), di sconnessione di episodi (61), di 
descrizioni fuori di proposito (71) e minute e noiose (72, 182). 

Anche il G/ron^dell' Alamanni, venuto in luce aspetta tis- 
Simo (^), era composto, se non in tutto ad imitazione dei migliori 
poeti, ad imitazione di essi nella maggior parte, come scriveva 
B. Tasso. Eppure esso non dilettava: e ai tempi, in cui Torquato 
vagheggiava un nuovo poema eroico, il Girone era quasi addi- 
rittura dimenticato, e si aspettava la pubblicazione postuma del- 
VAvarchide, con la quale l'Alamanni avea sperato di acquistare 
quella gloria, che non gli aveva acquistata il primo lavoro. II 
Proto fece notare che lo stesso Alamanni forse si era accorto del 
difetto del suo Girone, come apparisce dalla lettera di dedica di 
quel poema ad Enrico di Francia (3). E l' infelice successo del 
Girone dimostrò un'altra cosa: che non era vero che V Italia Li- 
berata non fosse piaciuta perchè scritta in versi sciolti e non in 
ottava rima. Il Girone era scritto nella stessa stanza del Furioso, 
e non era piaciuto. 



(1) Lett. di B. Tasso, II, 198. — Discorso dei romanzi, 32. 

(2) Il Giraldi in una lettera a B. Tasso {Lett. di B. Tasso, li, 198) scrive 
che, prima che uscisse il Girone, si facevano tanti roi/iori. 

(3) Il liinaldo, pag. 52. 



— 54 — 

E V Ercole del dottissimo Giraldi non aveva avuto miglior 
riuscita, tanto che, pubblicati l'autore i primi ventisei canti, aveva 
lasciato in asso il lavoro (^). T. Tasso poi scrisse che in esso l'au- 
tore non avea saputo unire il verosimile col meraviglioso C-^) e in 
un argomento antico avea introdotte le usanze moderne (3); e che 
neW Ercole tante sono le azioni fatte da Ercole, e cosi di genere 
indeterminato, che di loro non si può formare un'azione ed una 
favola solamente W. E la stessa mancanza di unità di azione 
neìV Ercole rimproverava il Castelvetro al Giraldi (5). Si aggiunga 
che lo stesso B. Tasso avea avuto la velleità di dilungarsi dall'A- 
riosto e scrivere un poema con l'unità di azione, e, battendo 
questa strada, ne avea composti già dieci libri; « ma accorgen- 
domi poi (come scrive egli stesso) che non avea quella varietà 
che suol dilettare, e che da questo secolo, già assuefatto alla 
forma dei Romanzi, si desidera, mi rivolsi alla imitazione del- 
l'Aiiosto, che trovo più vaga e dilettevole, e non piena di sazietà 
e di fastidio » (6). 

Come ho detto, questi tentativi non riusciti, anziché decidere 
a smettere, acuirono di più il desiderio dei volenterosi; e, quando 



(1) Non è però vero quello che ho letto in alcuni moderni, forse sulle orme 
del Corniaui, che « i primi canti deW Errole movevan tanto poco il desiderio dei 
seguenti, che ecc. ». Bell'Ercole furono pubblicati ben XXVI canti, quindi non 
si può parlare di primi canti di esso. L' editore del Discorso dei romanzi del Gi- 
KALDi (Milano, G. Daelli e C., 1864) ci apprende che nella Biblioteca di Modena 
esiste manoscritto il canto XXVII, che doveva compiere il poana. Io non credo 
che quel poema dovesse solo essere composto di XXVII canti : non per un solo 
canto il Giraldi lo avrebbe pubblicato incompiuto. E forse è vero quello che 
scrive lo Zeno {Note ni Fontanini) che il lavoro del Giraldi avrebbe dovuto avere 
il séguito di altri XXIV canti. Il Flamini {Il Cinquecento, pag. 168) scrive che 
avrebbe dovuto avere il séguito di altri XXII canti. 

(2) Lettera premessa al Rinaldo nell'ediz. di Aldo del 1588; e Discorsi del 
poema eroico {Prose ecc., I, 85, 109). 

(3) Prose Diverse, pag. 111. 

(4) Prose Diverse, I, 514. 

(5) Part. Princ, IV, Parte I. 

(6) Leti, di B. Tasso, U, 397. 



— 55 — 

il Tasso volgeva il pensiero alla sua Gerusalemme, G. B. Pigna 
pubblicava i suoi Eroici (1561) e Danese Cataneo Gli amori di 
Marfìsa (1562): il Bolognetti e l'Oliviero lavoravano attorno al 
Costante ed bì{^ Alamanna, venuti in luce il 1565 ed il 1567. 
UAvarchide dell'Alamanni fu pubblicata il 1570, benché Fautore 
di essa fosse morto quasi tre lustri prima, il 1556. 

Degli Eroici non dico parola: sono un frammento di poema, 
da cui non si potevano certo desumere delle norme per questo 
nuovo genere di poesia, benché il suo autore si vanti di averli 
composti a questo scopo. Il Tasso li ricorda, perchè il Pigna nello 
scriverli si era servito anche deli' ottava rima W. 

Degli Amori di Marfìsa il Tasso dice molto bene nella pre- 
fazione al Rinaldo; però nel secondo dei suoi Discorsi del poema 
eroico (pag. 112) biasima quei poeti, che hanno fatto argomento 
di lor poemi le azioni di Carlo Y. Esse sono così recenti, che il 
poeta non potrebbe alterarle: quindi a lui mancherebbe il modo 
d'introdurre delle cose inventate nel vero, ed il suo lavoro non 
sarebbe che una storia versificata. Questo colpo, come si vede, 
va a ferire non solo forse V Alamanna dell'Oliviero, ma anche il 
poema del suo amico Cataneo, che, cantando di Marfìsa, aveva 
cercato di trattare anche delle imprese di Carlo V (-). 

Quanto sdVAvarchide dell'Alamanni ed al Costante del Bo- 
lognetti, si facevano non buoni prognostici. 

B. Tasso, molto tempo prima della pubblicazione delVAvar- 
chide, scriveva che egli prevedeva che non diletterebbe. « Nella 
composizione di essa, aggiungeva, l'eruditissimo ingegno dell'Ala- 
manni ha osservato in tal modo e si minutamente l'artificio che 
usò Omero neW Iliade, che nulla vi si può desiderare. Nulla di 
meno, per relazione di molte persone di molto giudicio che 
l'hanno e vista e considerata, non diletterà: forse piìi per difetto 
del giudicio di chi la leggerà, che di chi l'ha composta » *'). E 



(1) Prose Diverse, I, 269. 

(2) Vedi questo volume a pag. 34. 

(3) Leti, ecc., II, 194-95. 



_ 56 — 

le stesse previsioni faceva il Giraldi (i). A Torquato poi il poema 
dell'Alamanni non poteva piacere per la ragione, che egli dice 
nel primo di questi suoi Discorsi, parlando della novità della fa- 
vola, e la novità, secondo lui, è una delle condizioni che si de- 
vono richiedere nella favola di un poema epico. Egli scrive: 
« Novo non potrà dirsi quel poema in cui fìnte sian le persone 
e finto l'argomento, quando però il poeta l'avviluppi e districhi 
in quel modo, che da altri prima sia stato annodato e disciolto ». 
E che il Tasso, scrivendo queste parole, avesse presente, non 
solo la tragedia a cui accenna, nella quale la materia ed i nomi 
son fiditi, ma 'l groppo è così tessuto e così snodato, come presso 
gli antichi Greci si ritrova; ma avesse anche presente VAvar- 
chide, di cui, come abbiamo appreso dalla lettera di Bernardo, 
da molti si sapeva già la tela ed il contenuto, è prova chiaris- 
sima questa, che egli, rifacendo il suo lavoro, nel III dei Discorsi 
del poema eroico, proprio in quel punto dove parla della novità 
della favola del poema, introdusse l'esempio doiVAvarchide, bia- 
simandola di mancare di quella condizione (-). 

E per un'altra ragione il poema dello Alamanni non poteva 
piacere al Tasso; perchè, quantunque seguisse più fedelmente che 
gli altri poeti l'esempio di Omero, esso era fondato sopra un 
argomento in tutto finto e favoloso, come poi scrisse nel Giudi- 
zio sovì^a la Conquistata (^). 

E le previsioni di questi letterati mioYno'dAVAvarchide si 
avverarono, che VAvarchide, appena pubblicata, venne subito in 
dimenticanza, e Niccolò degli Oddi il 1585 a proposito di essa 
scriveva che non tantosto venne in luce, che finì miseratìiente 
la vita (4). 



(1) Leu. ecc., U, 194-95. 

(2) Prose Diverse, I, 104. — Anche il Pigna aveva scritto che « chi volesse 
gli stessi avvenimenti ripetere, privo d'invenzione si mostrerebbe e insieme ver- 
rebbe a noia » (pag. 98). 

(3) Prose Diverse, I, 509. 

(4) Opere del Tasso, ediz. Tartini e Franchi, voi. V, 552. 



— 57 — 

Del Costante del Bolognetti il Giraldi e B. Tasso dicono piut- 
tosto bene; ma quale differenza tra le frasi scolorite di elogio 
per quel poema e le lodi entusiastiche, che essi tributano quasi 
in ogni loro lettera al Furioso'^ E quell'elogio non è nemmeno 
schietto: tanto Bernardo, quanto il Giraldi erano intimi del Bo- 
lognetti, e questa amicizia faceva loro ingrandire il buono del 
lavoro dell'amico. Il Tasso poi biasimò il Costante, perchè in 
esso, cantandosi un avvenimento storico, come deve fare il poema 
epico, di quell'avvenimento è mutato l'ultimo fine, ciò che, secondo 
lui, non è permesso al poeta di fare, e lo vedremo più giù ^^). 

Il vero è che, pubblicati il Bolognetti i primi sedici canti del 
suo poema, non si vide incoraggiato a pubblicare gli altri quat- 
tro, con cui doveva aver fine l'opera; tuttoché, a quanto scrive 
lo Zeno, egli avesse già bello e compiuto il lavoro. 

Quale stima facesse il Tasso di tutti questi poemi, scritti 
con le norme aristoteliche, oltre che dalle censure particolari, 
che egli qua e là nei suoi scritti mosse a parecchi di essi, appa- 
risce da un punto del secondo dei suoi Discorsi del poema eroico, 
in cui scrive che la favola deWAvar chicle è la meglio tessuta e 
la più perfetta di quante se ne siano immaginate fino allora. E, 
pure essendo tale, la biasima di mancanza di novità, E se la fa- 
vola deWAvaixJiide, pure essendo la più perfetta, non va esente 
da difetti, immaginarsi che cosa egli dovesse pensare di quella 
degli altri poemi! 

Ed ecco che cosa trovava il Tasso, quando anche a lui venne 
in mente di cimentarsi in un poema eroico: dall'una parte vedeva 
lodatissimo l'Ariosto, e in generale i poemi cavallereschi; dall'al- 
tra vedeva addirittura dimenticati i parecchi tentativi di poemi 
eroici che si erano fatti (2). La prima domanda che ei dovè vol- 



ti) Prose Diverse, I, 133. Vedi questo volume a pag. 69. 

(2) Di questo piacere, con cui erano letti i romanzi, e dell' oblio in cui orano 
caduti i pochi tentativi di poemi eroici, ci parla lo stesso T. Tasso nel II dei suoi 
Discorsi e nel libro III dei Discorsi del poema eroico {Prose ecc., I, 30, 140, 153), 
e B. Tasso in una lettera di Roma al Giraldi (Lett., II, 194). Vedi pure il lavoro 



— 58 - 

gersi dunque fu questa: è uopo smettere di scrivere poemi eroici, 

perchè essi non possono dare quel diletto che danno i romanzi; 

può scriversi un poema eroico, che si legga con lo stesso pia- 

-.cere dei poemi cavallereschi? Ed il Tasso richiedeva nella poesia 

^' anche l'approvazione del volgo, benché, per conto suo, sostenesse 
che di essa sola non era contento e desiderasse anche l'appro- 
vazione della gente istruita (i). 

E per dare una risposta affermativa a questa domanda, ei 

y cominciò dal non porre alcuna differenza tra poema eroico e ro- 
manzo, discostandosi da molti che avevano fino allora scritto su 
quella materia ed anche dal padre, il quale nelle sue Lettere 
aveva sostenuto che i romanzi ed i poemi eroici sono differenti C^). 
« Se il romanzo, scriv'egli, è spezie distinta da l'epopeia, chiara 
cosa è che per qualche differenza essenziale è distinta; perchè le 
differenze accidentali non possono fare diversità di spezie: ma, 
non trovandosi fra il romanzo e l'epopeia differenza alcuna spe- 
cifica, ne segue chiaramente che distinzione alcuna di spezie fra 



di G. Malatesta, Della nuova jìo^sia ovvero delle difese del Furioso, sopratiitto a 
pag. 137 e seg. ; il lavoro di Simon Furnari sili Furioso, pag. 3 e 338; Pigna, / 
Romanzi, 69 seg., e Gli Eroici, pag. 83. 

È falso quindi ciò che scrive l'Ermini, che, ai tempi del Tasso, « il poema 
romanzesco, odiato dai dotti, non dilettava più neanche il popolo, sazio delle fa- 
vole del ciclo sassone e del ciclo di Carlomagno » (op. oit., pag. 222). 

Nello stesso dialogo di Camillo Pellegrino, il quale fu la scintilla che destò 
la polemica contro la Liberata, è scritto che « la lode e la fama dell'Ariosto è 
così invecchiata ed ha preso così salde radici nella mente della maggior parte 
degli uomini, che i>siv loro un sacrilegio di scemargliene pure un poco: e con- 
tinuandosi questa buona opinione di lui d'età in età, non è fuor di ragione il 
credere che egli viva e che abbia ad aversi in pregio finché si ragioni la volgar 
lingua ». 

La stessa falsa opinione che ai tempi del Tasso i romanzi piacessero i^oco, 
è sostenuta dal Foscolo {Discorso sul T'anso e la Ctcrusahnimc). 

(1) Leu., I, 102. 

(2) Lettere di li. Ta^so. 31, 193-4. Vedi anche G. B. Pigna, G8 e 101, Nir- 
coLÒ uKGLi Ouui e Giulio Guastavini {C)j>. del Tassa, cdiz. Tartiiii e Fianchi, V, 
529, 569). 



— 59 — 

loro non si trovi ». E più giù : « Da la convenienza dunque delle 
azioni imitate e degli strumenti e del modo d' imitare, si conclude 
essere la medesima spezie di poesia quella che epica vien detta 
e quella che romanzo si chiama » W. 

E poiché una delle principali differenze tra poema eroico e 
romanzo, secondo i contemporanei del poeta, era l'unità di azione, 
il Tasso spende gran parte del secondo suo discorso a discutere 
di essa. 

E l'unità di azione una condizione sine qua non per il poema 
eroico? Egli risponde di sì, anche perchè Aristotele non avrebbe 
ragionato di essa, s'egli non avesse giudicata questa condizione 
necessaria i'^). E avendo il Tasso sostenuto che tra eroico e ro- 
manzo non v'è alcuna differenza, se l'unità della favola è ne- 
cessaria all'eroico, dev'essere anche necessaria al romanzo. « lo 
giudico, scriv'egli, che l'Ariosto non sia da esser seguito nella 
moltitudine delle azioni: la qual moltitudine scusabile nel poema 
epico può ben essere, rivolgendo la colpa o a l'uso dei tempi o 
al comaìidamento di principi o a preghiera di domia o ad altra 
cagione; ma lodevole non sarà però mai reputata ». 

Dunque il poema eroico deve avere unità di azione; e per 
non essersi attenuto ad essa l'Ariosto può essere scusato, ma 
non lodato. Bernardo Tasso però scriveva che condizione dei ro- 
manzi è la moltiplicità delle azioni, per la quale quindi essi non 
devono essere biasimati, come si faceva, ed aggiunge che « se 
vivesse oggi Aristotele, consentirebbe che si possan fare poemi 



(1) Questa idea fu rij^etuta dal Tasso anche nei Discorsi del poema eroico, 
pag. 145, 56; e nelle Lettere II, 439. 

Anche lo Speroni sostenne che poema eroico e romanzesco sono una cosa 
{Opere, Venezia, 1740, voi. IV, pag. 530 e sgg.); ed anche il Salviati {Stacciata 
prima in Opere del Tasso, ediz. Tartini e Franchi, 1724, voi. V, 407), Oklando 
Pescetti, il GuASTAviNi {Opere del Tasso, ed. cit., V, 569), ed il Summo {Discorsi 
poetici, Padova, 1600). Il Guastavini i^are che credesse che l'eroico ed il romanzo 
differissero solo per gli accidenti. 

(2) Prose Diverse, I, 42. 



— Go- 
di più azioni » (1). Siamo agli antipodi di Torquato, il quale 
non solo sostiene che il romanzo dev'essere soggetto alle re- 
gole deli'unitti, ma aggiunge che Aristotele, con la sua grande 
acutezza d'ingegno, previde l'esistenza del romanzo, a cui si deb 
bono anche applicare tutte le regole da lui date per il poema 
eroico C-^). 

E intanto come va che i parecchi tentativi di poema eroico, 
con unità di azione, non erano letti, ed invece molto letto era il 
Furioso, che manca di quell'unità? 

Per rendersi ragione di questo fatto, il Tasso dovè molte 
volte mettere a confronto i due poemi principali, di genere diffe- 
rente, che allora si avevano, il Furioso e V Italia Liberata^; ed i 
giudizi che dà dell'uno e dell'altro dimostrano per quale ragioni 
egli credesse che, mentre l'uno era tanto letto e destava cosi 
grande interesse, l'altro era quasi addirittura dimenticato. 

Vltalia Liberata destava meno diletto del Furioso, anzi era 
quasi addirittura dimenticata, non perchè avesse unità d'azione; 
ed il Furioso si leggeva con tanto diletto non per la moltiplicità 
delle azioni (^). Secondo il Tasso, due sono le ragioni che spie- 
gano ed il diletto che produceva il Furioso, e l'oblio in cui era 
caduta V Italia Liberata. La prima, 'perchè nel Furioso si leggono 
amori, cavallerie, venture ed incanti, ed in somma invenzioni 
pili vaghe e pia accomodate alle ìiostre oi^ecchie, che quelle del 
Trissino non sono. La seconda è, perchè nella convenevolezza delle 
usanze e nel decoro attribuito a le persone, mollo più eccellente 
si dimostra il Furioso (^). Qua e là nei suoi Discorsi il Tasso 



(1) Leti, di n. Tasso. U, 425. 

(2) « E poiché molti hanno creduto che il romanzo sia specie di poesia non 
conosciuta da Aristotele, non voglio tacere questo, che specie di poesia non è 
oggi in uso, né fu in uso negli antichi tempi, nò per lungo volger di secoli di 
novo sorgerà, nella cui cognizione non si debba credere che penetrasse Aristo- 
tele » {Prose ecc., I, 36). La stessa idea ò riiìfluta a pag-. 14(>. 

(3) Vedi sopratutto Prose Ihcerse. I, 157. 

(4) Ibid., ibid., 43 e 153. 



— 61 — 

muove qualche altro appunto al poema del Trissino W: però le 
due che abbiamo dette, secondo lui, sono le ragioni, per le quali 
V Italia Liberata non si legge con lo stesso diletto col quale si 
legge il Furioso. 

E in altri punti dei suoi Discorsi insiste su queste due ra- 
gioni; ed a pag. 41, parlando della convenevolezza dei costumi, 
scrive che il Trissino si mostrò poco giudizioso, avendo imitato 
in Omero quelle cose ancora, che la mutazione dei costumi avea 
i-endute men lodevoli. A pag. 44 poi biasima il Trissino « per 
non aver condito coi sapori di questa varietà il suo poema (e per 
questa varietà il Tasso intende l'introduzione degli amori, delle 
cavallerie, delle venture e degli incanti) »; ed aggiunge che, se 
non tentò di introdurre nel suo poema questa varietà, si fu perchè, 
non ne conobbe il bisogno, o il disperò come impossibile. Ed in 
un altro punto scrive: « Se il Trissino avesse procacciato di 
conciliar l'unità della favola ed altre virtù degli antichi poeti con 
la vaghezza delle invenzioni, che ci rendono si grati i romanzi ecc., 
avrebbe ottenuto il plauso tanto degli uomini volgari, che degli 
intelligenti ». 

Un poeta, che volesse scrivere un poema eroico e destare 
quel diletto che desta il Furioso, o se non quello appunto, almeno 
equivalente (2), dovrebbe dunque non solo attenersi all'unità della 
favola, come fece il Trissino e come non fece l'Ariosto; ma do- 
vrebbe anche badare alla convenevolezza delle usanze e al de- 
coro attribuito a le persone, e non tralasciare gii amori, le ven- 
ture e gV incanti, che tanto piacevano nel secolo del Tasso. 



(1) Lo rimprovera per aver voluto che soggetto del suo poema fosso tutta 
la spedizione di Belisario contro i Goti, e perciò molte volte riuscì digiuno ed 
arido (22), imitando più Silio Italico che Omero (Prose, I, 509). Lo rimprovera 
di disonestà (79) ; di essersi molto dilungato in descrizioni di battaglie terrestri e 
marittime, di assalti di città, di ordinanze di eserciti e del modo di alloggiare (124); 
di soverchia lunghezza (127); di avere introdotto nel suo poema costumi an- 
tichi (151) e dispute inopportune (1G6); di essere molto licenzioso negli episodi 
(lett. 82). 

(2) Lettera 36. 



— 62 — 

Come abbiamo fatto osservare nel capitolo precedente, è ve- 
rissimo che il Trissino, per servile imitazione di Omero, si lasciò 
andare a delle cose non compatibili coi costumi del '500 ed anche 
nostri. Però^per me il Trissino fu quasi addirittura dimenticato, 
quasi subito dopo la pubblicazione del suo poema, sopratutto per 
mancanza di fantasia creatrice: se egli avesse avuto quella fan- 
tasia, che poi ebbe il Tasso (l'argomento del suo poema era splen- 
dido, come riconobbe lo stesso Tasso) (i), egli non sarebbe stato 
cosi presto dimenticato. Né è poi vero che il Trissino escludesse 
addirittura dal suo poema ogni elemento cavalleresco, come vuole 
il Tasso: parecchi hanno accennato alle imitazioni dei romanzi, 
che ricorrono qua e là neìV Italia Liberata C^): il Tasso però ne 
avrebbe voluto in maggior copia, come poi in maggior copia ne 
introdusse nel suo lavoro. Con le parole dello stesso Tasso resta 
però dimostrato che egli ebbe intenzione d'introdurre l'elemento 
cavalleresco nel suo poema, e tanto, che biasimò il Trissino per 
non averlo introdotto nell'opera sua. E nel primo dei suoi Di- "v 
scorsi dell'arte poetica scrive (pag. 12): « Poco dilettevole è ve- ^ 
ramente quel poema, che non ha seco quelle meraviglie, che tanto 
muovono non solo l'animo degl'ignoranti, ma dei giudiziosi an- 
cora; parlo di quelli anelli, di quelli scudi incantati, di quei cor- VX 
sieri volanti, di quelle navi converse in ninfe, di quelle larve che "\^' 
fra' combattenti si tramettono, e d'altre cose si fatte; delle quali, '^ 
quasi di sapori, deve giudizioso scrittore condire il suo poema; 
perchè con esse invita ed alletta il gusto degli uomini vulgari 
non solo senza fastidio, ma con sodisfazione ancora dei più inten- 
denti » (3). 



(1) Prose Diverse, I, 121 o la lettera 1551. Vedi anche di questo volume a 
pag. 49. 

(2) Vedi di questo volume a pag. 10-11. 

(3) Da quanto abbiamo scritto, apparisco chiaro che il Parlagroco con poca 
ragione sostenne che « il Tasso, e per natura e por omaggio allo dottrine ari- 
stoteliche, che non potevano comprendere l' elemento romanzesco, si sarebbe ver- 
gognato di attingere alle fonti già sfruttate dal Pulci, dal Boiardo e dall' Ariosto. 



— 63 — 

E volendo l'elemento cavalleresco nei fatti eroici, il Tasso 
non vagheggiava cosa nuova: a questo impasto era riuscito, fin 
dal'SOO, il Boccaccio con la Teseide W. 

E che questa teoria del Tasso non resti in lui nello stato di 
pura intenzione, ma sia stata recata in atto nel suo poema, cioè, 
che la Libeì^ata abbia molti elementi di poemi cavallereschi, fu 
avvertito dagli stessi correttori romani, ed il Tasso tentò di giu- 
stificarsi dalle loro censure. 

Scipione Gonzaga scriveva al Tasso ed allo Scalabrino che 
la Liberata aveva del romanzevole (lett. 44): ed il Tasso riconobbe 
che il modo con che si uniscono la venuta di Armida al campo ^^_^ 
cristiano, la contenzione di Rinaldo e Gernando ed il ritorno di 
Armida è più tosto da romanzo che da poema eroico (lett. 25); e i 
se ne giustifica cosi: « che egli non si propose mai di piacere al volgo - 
stupido; ma non vorrebbe però solamente soddisfare ai maestri \ 
dell'arte. Anzi è ambiziosissimo de l'applauso degli uomini me- 
diocri; e quasiché altrettanto affètta la buona opinione di questi 
tali, quanto quella dei più intendenti » (lett. 40). In altri termini, 
scrivendo romanzo, egli piacerebbe al solo volgo stupido e non 
è contento del solo plauso di esso. Scrivendo un poema eroico 
e mantenendosi stretto alla imitazione classica, piacerebbe esclu- 
sivamente ai maestri dell'arte, e non sarebbe nemmeno contento 
della loro sola approvazione. Si appiglia quindi al partito d'in- 
nestare alla materia eroica l'elemento romanzesco per piacere agli 
uomini mediocri, il cui applauso egli stima quasi quanto quello ^ 
dei più intendenti. È quell'innesto dell'elemento classico con l'eie- ^^ 
mento romanzesco, di cui parla nei suoi Discorsi. "~ 

Giustissimo è quindi ciò che scrive il Paravia, che « il 



Nondimeno quella parte di romanzesco che c'è nella Gerusalemme è effetto di 
qualche tipo e di qualche tradizione radicata indissolubilmente nello spirito del 
poeta, senza che egli ne avesse coscienza » (voi. cit., pag-. 53). 

(1) Proto, Sul Rinaldo ecc., pag. 7. — De Sanctis, Storia lett., I, pag. 306 
e sgg, — Volpi, R Trecento. Milano, Vallardi, pag. 96 e sgg. — Geigek op. cit. 
pag. 67. 



64 - 

Tasso, dando il più illustre esempio dell'epopea eroica, quando 
l'epica romanzesca aveva già tutte occupate le menti italiane, se 
voleva trovare in Italia ammiratori e seguaci, dovea di necessità 
indulgere a questo genio, che proprio era dei suoi tempi ». 

Lo stesso prof. Paravia fa un'altra acuta osservazione: che 
nell'argomento stesso dal Tasso preso a trattare era inevitabile 
l'elemento cavalleresco. « I cavalieri delle crociate, scriv'egli, 
'erano succeduti ai cavalieri della tavola rotonda ed ai paladini di 
Carlo Magno, e però non potevano d'un tratto spogliarsi di quel 
bizzarro miscuglio di galanteria e di superstizione, che fu per 
tanto tempo la divisa della cavalleria. E la cavalleria medesima, 
quella schiera cioè di nobili cavalieri, che peregrinavano il mondo 
in cerca di avventure, proteggendo i deboli e gl'innocenti e ster- 
minando gl'infedeli; la cavalleria intervenne pure essa alla prima 
crociata, e la religione (dice il Michaud) che ne aveva consacrato 
l'istinto e benedette le spade, li chiamò in sua difesa » (^X 

E si potrebbe trovare un'altra ragione del desiderio del Tasso 
dell'elemento cavalleresco in un poema eroico: la sua natura emi- 
nentemente cavalleresca, di cui parlano tutt'i biografi di lui ('-). 

Sopratutto quindi perchè spinto dall'indole dei propri tempi 
e sua, e poi anche per l'argomento preso a trattare, il Tasso non 
avrebbe potuto fare a meno dell'elemento cavalleresco nel suo 
poema; e giunse a tale da stimarlo come indispensabile in un 
poema eroico. Non è quindi interamente vero quello che si ri- 
tiene dai più, che « il poema del Tasso scaturisce solo dall'epopea 
omerica e virgiliana e dalla Poetica d'Aristotele » G^). Imitazione 
omerica e virgiliana quanta ne volete nel poema del Tasso, ed 
anche uniformità alla Poetica d'Aristotele: però si deve ricono- 
scere, per confessione dello stesso poeta, che nella Liberata vi è 
un elemento, che non è nei due poemi classici, su cui il Tasso 



(1) Ar-K8. Pajiavia, Tjv Irziuni sulla vitti rd opere di T. Tiissn. S. Benigno 
Canavosc, 1884, pag. 87. 

(2) Vedi sopratutto il Di; Sanctis, Stnrin dell,, leder, ital.. voi. ll.pag. 165, 172. 

(3) CiAMPOLiNi, U>i. poema eroico ecc., pag. 11. 



— 65 — 

sopratutto si modellò, e del quale non parla, perchè non poteva 
parlarne, il sommo Stagirita. Lo stesso Tasso in parecchie let- 
tere (24, 25, 82) confessa che « procurando dilettare, si è allon- 
tanato più che altri da Virgilio e da Omero, pure mantenendosi 
ristretto ai termini d'unità d'azione ». 

E r imitazione dei poemi cavallereschi nel Tasso si sente an- 
che nella scelta dell'argomento. Come sappiamo dal Tasso stesso, 
egli vagheggiava uno di questi tre argomenti: 1. «'spedizione di 
Goffredo e degli altri principi contro gl'infedeli e ritorno; 2. espe- 
dizione di Belisario contro i Goti ; 3. espedizione di Carlo Magno 
contro i Sassoni (lett. 1551). E se poi si decise a trattare il primo, 
niente di più facile che ciò sia avvenuto per la ragione che dice 
il Canello. « Le crociate sono state la continuazione e l'esagera- 
zione della guerra di resistenza, iniziata dai Carolingi alla testa 
dell'Europa cristiana, contro l'Asia e l'Africa infedeli. Non è 
quindi a meravigliare che l'età, la quale tanto s'era compiaciuta 
dei poemi di natura carolingia, vedesse sorgerne un altro che 
abbellisse con l'arte i gloriosi fatti di Goffredo » (i). 

E poiché il Tasso voleva nel poema eroico l'elemento caval- 
leresco, per destare quel diletto che destavano i romanzi, eccoci 
condotti a trattare del fine della poesia, di cui, o di proposito o 
fuggevolmente, si occuparono molto i critici del '500. 

Ai più di essi sembrò che, se fine dei romanzi è il diletto, 
non hanno lo stesso fine i poemi eroici. Secondo questi critici, 
fine dei poemi eroici, ed in generale delle altre forme della poesia, 
è l'utile, ed il diletto non è che un mezzo: oppure, non l'utile 
solo, ma l'utile ed il dilettevole è il fine della poesia, giusta la 
teoria di Orazio deW utile dulci. E così la pensava B. Tasso, cosi 
il Giraldi ed il Pigna; e cosi la pensavano pure Camillo Pelle- 
grino, Niccolò degli Oddi ed il Patrizio (2). 



(1) Storia della letter. ital. nel secolo XVI, pag. 136. 

(2) B. Tasso, Lettere, voi. II, 195. Le stesse idee ripete a pag-. 250, 251, 374, 
369, 424. E II, 298, 299, 350. Del Pigna vedi qua e là il Discorso sui Romanzi 
e i discorsi che precedono i suoi Eroici. Per il Pellegrino, Niccolò degli Oddi 



— 66 — 

Ai cinquecentisti pareva quasi di profanare la poesia, asse- 
gnandole per fine il diletto, però riconoscevano che il diletto è 
il fine dei romanzi; e solo verso lo scorcio di quel secolo, un inge- 
gno davvero ardito e spregiudicato, Giuseppe Malatesta, che non 
è apprezzato quanto meriterebbe, facendo vedere i tentennamenti 
di Aristotele e di Orazio, dimostrava, contro alle teorie di essi, 
che fine della poesia non è che il diletto. La dimostrazione del 
Malatesta è calzante, e precorre i più acuti trattatisti moderni (i). 

Il Tasso in questa questione è ondeggiante, e se nei Discorsi 
del 1564 sostiene che il diletto è fine della poesia, nei Discorsi 
del 1594 sostiene tutto il contrario. In quelli scrive che « il poeta 
deve aver molto riguardo al giovamento, se non in quanto egli 
è poeta (che ciò come poeta non ha per fine), almeno in quanto 
è uomo civile e parte della repubblica » (2). In questi però scrive 
« che si può negare che il diletto sia il fine della poesia » (^). 
E se fine della poesia non è il diletto, essa non può avere altro 
fine che il giovamento, come sostiene il poeta in un altro punto 
del suo lavoro (4). Non ne esclude però il diletto, ed ora scrive 
che esso, insieme al giovamento, sia anche fine della poesia C^); 
ora scrive che esso non è che un mezzo, e si deve mirare a gio- 
vat^e co 'l diletto C^). 

E se fine della poesia è il giovamento, non si può in tutto 
seguire i poemi cavallereschi, i quali non mirano se non al di- 



ed il Patrizio vedi le Opere del Tasso, ed. Tartini e Franchi, voi. V, pag. 411, 
538 e 155. 

Questa questione a proposito dol Giraldi è stata trattata bene dal prof. Al- 
cibiade Vecoli (L' intento morale negli Ecatommiti, Camaiore, 1890), ed anche hanno 
ad essa accennato il Bu.AN'cmi (G. Giraldi e la tragedia italiana nel secolo XVI), 
il Flamini (op. cit., pag. 255-428) ed il De Niscia {Propug., N. S., voi. II, pag. 134-35). 

(1) Vedi G. Malatesta, op. cit., passim. 

(2) Trose Diverse, I, 15. 

(3) Ibid., ibid., 153. 

(4) Proso Diverse, I, 78. 

(5) Ibid., ibid., 79. 

(6) Ibid., ibid., 80. 



— 67 — 

letto. Però si deve accettare qualche cosa da essi, se no la poesia 
non diletterebbe: ed il diletto è richiesto nella poesia, se non come 
secondo fine, almeno come mezzo. E a questo proposito il Tasso 
si vale della similitudine del fanciullo egro, poi ripetuta da lui 
nella terza stanza del suo poema: e questa similitudine egli la 
tolse da una lettera del padre, che l'usò allo stesso fine (i). 

Questa teoria estetica non è chi non veda come sia stata 
effetto dei tempi. Come l'età diveniva più seria, si disdegnava il 
diletto, e si voleva qualcosa di più sodo: come bene fece osser- 
vare il Proto, già l'Alamanni fin col Girone aveva cercato di 
mirare più all'utile che al piacevole (2). 

E ammesso l'elemento cavalleresco nel poema eroico, non 
può essere più tutto storico, e da esso non si può escludere il 
_soprannaturale ed il maraviglioso. E quanto a questi due capi il 
Tasso è esplicito. L'argomento del poema epico, scriv'egli, dev'es- 
sere ricavato dalla storia, e ne adduce parecchie buone ragioni (3). 
Fra l'altro, se l'argomento del poema epico non è ricavato dalla 
storia, si ricasca nel romanzo, il quale, come aveano fatto osser- 
vare il Giraldi ed il Pigna, ha materia finta (4). Ed il Tasso vo- 
leva l'argomento storico nel poema epico, forse anche pensando al 
Trissino, l'argomento del cui lavoro non può essere storicamente 
più vero (5). 

Però, poiché il poeta non è storico e non si deve obbligare 
a tutt'i minuti particolari contenuti nelle storie, deve ingegnarsi 
di prendere il suo argomento da una storia non molto recente, 
se no, si toglierebbe quasi in tutto la licenza di fìngere, poiché 



(1) B. Tasso, Lettere, II, 399. Vedi anche VAynadigi, canto 41, 1. 

(2) // Rinaldo, pag. 46 e sgg. 

(3) Prose Diverse, I, 16, 94, 95, 97, 104. — Lettere, II, pag. 331. Anche il 
Pigna scrive che nell'epopea e nella tragedia è necessario che vi sia il fonda- 
mento di cosa vera (p. 11). 

(4) GiBALDi, Discorso ecc., 14, 15, 16. — Pigna, / Romanzi, 20. 

(5) CiAMPOLiNi, op. cit., 42. — MousoLiN, Un poeta ipocrita del secolo XVI 
(in Nuova Antol., anno XVII, ser. II, fase. XI, 1 novembre 1882, pag. 40-54). 



- 68 — 

« gli uomini non possono soffrire di essere ingannati in quelle 
cose che o per se medesimi sanno, o per certa relazione dei padri 
e degli avi ne sono informati ». Non deve nemmeno prendere l'ar- 
gomento del suo poema da una storia molto antica, poiché, quan- 
tunque esso gli darebbe grande facoltà di fingere, lo costringe- 
rebbe anche ad attenersi agii antichi costumi, e ciò non riusci- 
rebbe certamente grato ai lettori moderni. Con un argomento 
nò molto antico, nò addirittura recente, il poeta avrebbe agio di 
esercitare la sua facoltà inventiva, e di attenersi agli usi ed ai 
costumi dei nostri tempi, destando interesse e diletto (^). 

E a questo si ponga mente, che il Tasso concedeva al poeta 
ampia libertà di fingere, anche talvolta alterando il vero storico. 
In principio del secondo dei suoi Discorsi dell'arte 'poetica scrive : 

« il poeta deve avvertire che se nella materia, ch'egli prende 

a trattare, v'c avvenimento alcuno, il quale altrimente essendo 
successo, più del verosimile, o %dù del mirabile, o per qualsi- 
voglia altra cagione, portasse maggior dilettole tutti i successi, 
che sì fatti troverà, cioè che m,eglio in un altro modo potessero 
essere avvenuti, senza rispetto alcuno di vero o d'istoria, a sua 
voglia muti e rimuti, e riduca gli accidenti delle cose a qìiel 
modo ch'egli giudica migliore, co 7 vero alterato il tutto finto 
accompagnando » (2). 

Questa facoltà al poeta non era Torquato il primo a conce- 
derla. Il padre Bernardo, scrivendo da Sorrento a D. Luigi D'Avila 

e parlandogli del suo Amadigi, diceva: « siccome Aristotele 

e Orazio, primi maestri dell'arte del poetare, c'insegnano, « ninna 
cosa che a ricevere vaghezza ed ornamento atta non sia, nei no- 
stri poemi dev'essere introdotta ». Però molte cose che nell'istoria 
d' Amadigi scritte si trovano, ne lascerò, e alcune v'aggiungerò, 
che non vi sono » (^). Ed il Giraldi, parlando del suo Ercole, scri- 
veva: « sapendo che è concesso a chi scrive poeticamente fìn- 



(1) Prose Diverse;, I, 111. 

(2) Prose Diverse. I, 25, 130. 

(3) Lettere di B. Tasso. I, 200. 



— 69 — 

gersi cose che diano bellezza e ornamento alle cose che da sé 

non l'hanno, come veggiamo aver fatto Omero e Virgilio mi 

sono dato a traporre tra le cose datemi dagli autori antichi, le 
Ante da me, atte, per quanto a me n'è paruto, a levar con la 
loro piacevolezza quello che poteva da sé arrecare noia e fasti- 
dio » (i\ E lo stesso avea sostenuto il Pigna (2). E poiché il poeta 
ha facoltà di fingere, deve badare che la materia ch'egli prende 
a trattare sia atta a ricevere ornamento e splendore. Di questa 
dote della favola del poema parlò primo il Giraldi, il quale fu 
poi quasi ripetuto alla lettera dal Tasso ('). E tanto il Giraldi, 
quanto il Tasso aggiungono che chi non fìngesse, chi si obbli- 
gasse a tutt'i particolari della storia, non meriterebbe il nome 
di poeta (^), 

Al poeta dunque il Tasso riconosce la facoltà di alterare 
la storia: purché però non alteri l'ultimo fine degli avvenimenti, 
come se qualcuno ci descrivesse « Roma vinta e Cartagine vinci- 
trice, Annibale superato a campo aperto da Fabio Massimo » (^). 

Quanto al maraviglioso, il Tasso, riconosciuta la necessità di 
esso nel poema eroico (6), sostiene che il poeta moderno non si 
possa servire del meraviglioso delle antiche religioni, a cui più 
non si crede: deve servii'si del meraviglioso della nostra religione, 
« attribuendo alcune operazioni, che di gran lunga eccedono il 
potere degli uomini, a Dio, a gli Angioli suoi, ai demoni, o a 
coloro ai quali da Dio o dai demoni é concessa questa podestà, 
quali sono i santi, i maghi e le fate ». In questo solo modo il 
meraviglioso diventa credibile e non si contravviene alle leggi 



(1) Lettere di B. Tasso, II, 304. — Guìaldi, Discorso ecc., 56. 

(2) Pigna, Gli Eroici, pag. 11 e seg'g. 

(3) Lettere di B. Tasso. — Giealdi, Discorso, 11-19, 

(4) GiEAJLDi, Discorso, 63. — Tasso, Prose Diverse, I, 25, 130. 

(5) Prose Diverse, I, 25, 132, 133. 

(6) « Io stimo che in ciascun poema eroico sia necessariissimo quel mirabile 
ch'eccede l'uso de l'azioni e la possibilità de gli uomini: o sia egli effetto de gli 
dei, com'è nei poemi dei gentili; o de gli angeli, o vero dei diavoli e dei maghi, 
com'è in tutte le moderne poesie » (lett. 60). 



— 70 — 

del verosimile. E per il Tasso, ed anche per il Giraldi {Disc, 60), 
la prima condizione della favola del poema era la verosimiglianza. 
Si noti poi che l'idea del Tasso di rendere verosimile il maravi- 
glioso, attribuendolo ai santi ed ai diavoli, era stata manifestata, 
prima di lui, da parecchi altri; p. e., anche da Simon Furnari 
nella sua Spositione ecc. (pag. 41-42) e dal Pigna {Romanzi, 39). 

Il Tasso parla anche di qualche altra condizione, che deve 
avere il poema eroico, come: che l'azioni, che devono venire sotto 
J^artificio dell'epico, siano nobili ed illustri (17); che la favola sia 
di convenevole grandezza, che sia intera (26) ecc., ma su questo 
non mi fermo. E, compendiando, ecco quali erano le condizioni, 
che voleva il Tasso in un poema eroico, soddisfacendo alle quali, 
esso sarebbe stato letto con non minore diletto dei romanzi. 
Un'azione, parte vera e parte fìnta (e vera nei fatti principali e 
nell'ultimo fine); che non mancasse dell'elemento cavalleresco e 
del soprannaturale della nostra religione; che fosse illustre e no- 
bile; e finalmente che il poeta nel trattarla si attenesse all'unità 
di azione. 

E una teoria, i cui addentellati si trovano in scrittori ante- 
riori, come abbiam fatto notare, ma che nell'insieme fu conce- 
pita e sostenuta dal Tasso. E questa teoria è logica conseguenza 
dei tempi, in cui viveva il poeta, il quale anche in questa, come 
in tante altre cose, è il fedele rappresentante di quelli. L'età del 
Tasso non era più l'etri festevole e spensierata dell'Ariosto: all'al- 
legrezza dei tornei e delle feste delle corti italiane erano sotten- 
trate cure più serie, e la memoria delle guerre combattute, di 
cui l'Italia era stata il teatro, e la paura dell'Inquisizione ag- 
ghiacciava il cuore di tutti. Si noti però che questa maggiore 
serietà acquistata dalla vita non avea potuto scacciare addirittura 
dal cuore degP Italiani la ricordanza della spensieratezza e della 
gioia dell'età precedente: era come in una giornata splendida 
della fine di estate, quando il cielo si oscura e minaccia la piog- 
gia, pure l'aria tiepida che aleggia d'intorno e mille altre circo- 
stanze fanno sentire che, se l'agosto è passato, non siamo ancora 
nell'autunno, benché si abbiano i segni precursori di esso. Si 



— 71 - 

era in un periodo di transizione, in cui i caratteri di due epoche 
si confondono, e, attraverso al passato persistente, leggi chiaro i 
caratteri del nuovo tempo, che incalza; o, meglio, la rappresen- 
tazione della vita nuova, che comincia ad affermarsi, risente an- 
cora molto della vita che già volge al suo tramonto. Ed il Tasso, 
come nell'arte e nella vita W, cosi anche nella sua teoria estetica, 
è il fedele portato dei suoi tempi. Non è soddisfatto del poema 
cavalleresco, ed aspira a qualche cosa di più serio, al poema 
fondato sulla storia, ma la storia usata con grande libertà. In 
esso vuole l' imitazione classica, ma con mistura di elementi ca- 
vallereschi. Vuole il soprannaturale, ma della nostra religione, 
cioè fondato sulla verità: in altri termini, un soprannaturale, che 
non solo diletti l'immaginazione, ma appaghi anche la ragione. 
Vuole l'utile, ma col mezzo del dilettevole. Era la seconda metà 
del secolo XVI, che s'imponeva sulla prima metà; oppure era 
la prima metà di quel secolo, che ancora reclamava i suoi diritti 
sopra un'arte ed una vita nuova, che allora allora si affacciava 
sull'orizzonte (2). 

E la Gerusalemme Liberata non potrebbe corrispondere più 
esattamente a queste norme astratte, e lo faremo vedere nei due 
volumi del nostro lavoro. 

E vero quindi che, quando il Tasso scriveva i suoi Discorsi 
dell'arte poetica, già aveva bella e formata nella mente tutta la 
tela del suo poema; e molte di quelle norme non sono che con- 
seguenza di quello schema, e non questo è un'applicazione di 
quelle. In fine del secondo Discorso, egli, per darci l'idea del 
perfetto poema epico come lo concepiva lui, scrive: « da l'eccel- 
lente poeta un poema formar si può, nel quale, quasi in un pic- 
colo mondo, qui si leggano ordinanze d'eserciti, qui battaglie 
terrestri e navali, qui espugnazioni di città, scaramucce e duelli. 



(1) Vedi sopratutto il De Sanctis (Storia della letter. ìtaL. II, pag. 144), e i 
più recenti storici della nostra letteratura. 

(2) Vedi Geigek, op. cit., cap. XVI. — E. Salvadoki, Le postille del Tasso 
alla Comedia di Dante (in Terzo Centenario della morie di T. 2'asso). 



— 12 — 

giostre, qui descrizioni di fame e di sete, qui tempeste, qui in- 
cendii, qui prodigi; là si trovino concilii celesti e infernali, là si 
reggiano sedizioni, là discordie, là errori, là venture, là incanti, 
là opere di crudeltà, di audacia, di cortesia, di generosità; là 
avvenimenti d'amore, or felici or infelici, or lieti or compassio- 
nevoli; ma che nondimeno uno sia il poema, che tanta varietà 
di materia contenga, una la forma e la favola sua, e che tutte 
queste cose siano di maniera composte, che l'una l'altra riguardi, 
l'una a l'altra corrisponda, l'una da l'altra o necessariamente o 
verisimilmente dipenda; sì che una sola parte o tolta via o mu- 
tata di sito il tutto rovini » (J-). 

Questa perfetta idea di poema eroico, in cui sono applicate 
tutte le norme astratte del Tasso su quel genere di poesia, è il 
ritratto vivo della Liberata. Ciò che, secondo me, è un altro ar- 
gomento per sostenere che, quando il Tasso nella prefazione del 
Rinaldo prometteva cosa più degna, già pensava alla Gerusa- 
lemme Liberata, com'è stato affermato da parecchi critici (2). 



(1) Prose Diverse, I, 44-45. 

(2) Mazzoni, Pref. alla G. L. dell'edizione di G. C. Sansoni, 1883, pag. XVI 
e XVII. — Solerti, Vita, pag. 50. 



CAPITOLO IV. 

Continuazione del capitolo precedente, ed opportunità 
dell'argomento dal Tasso preso a trattare. 



Oltre alle condizioni, delle quali abbiamo parlato, che il Tasso 
richiedeva in un poema eroico, ve n'è un'altra, della quale par- 
leremo in questo capitolo. 

Goffredo Buglione non fu veramente il capo della prima cro- 
ciata, come lo immagina il Tasso. Dei critici, che hanno trattato 
questo argomento, il solo Beni ha sostenuto che anche questa 
circostanza nel poema del Tasso è storicamente vera W. I più 
hanno riconosciuto che Goffredo non fu mai capo della prima 
crociata (2). A questo proposito il Michaud scrive : « Goffredo non 
fu il capo della crociata, ma ottenne quell'imperio che danno il 
merito e la virtù. In mezzo alle discordie ed alle risse, i prin- 
cipi ed i baroni imploravano sovente la saviezza di Goffredo; e 
nei pericoli della guerra i suoi consigli erano ubbiditi come or- 
dini supremi ». E se si volesse, prendendo ad esame le cronache 
delle crociate, che il Tasso ebbe presenti nello scrivere, si po- 
trebbe dimostrare quanto siano vere le parole del Michaud. I cro- 
nisti della prima crociata chiamano sempre Goffredo capitano e 
duce di una schiera (^): sono gli storici posteriori invece, che lo 



(1) Vedi sopratutto le pagg. 112 e 176 del Commento del Beni. 

(2) Guastavini, Michaud, Mazu}', Mella, Paravia. 

(3) Vedi Tudebodis imitatus — Tudebodi editus a Duchesnio — Tudeb. ab- 
bretiatus — Gesta Francorum — Roberto Monaco, ecc. 



— 74 — 

fanno capo di tutta la spedizione (i). Questo esame però mi pare 
inutile, quando abbiamo la stessa confessione del Tasso di essersi 
allontanato per quel particolare dalla verità storica. Nella let- 
tera 67 egli scrive: « Io presuppongo nei sei anni precedenti il 
campo, non senza guida, ma con molte scorie pari o quasi pari 
d'autorità; e presuppongo il vero ». E se questo è il vero, poi- 
ché nessun cronista parla della supremazia acquistata da Gof- 
fredo negli ultimi mesi della guerra, è vero altresì che il Tasso 
dunque, non per attenersi alla storia, ma per altre ragioni im- 
maginò quella riunione di principi, nella quale Goffredo è dichia- 
rato sommo duce di tutte le schiere, e per altre ragioni egli fece 
che dei crociati, i quali andarono all'assedio di Gerusalemme, 
capo supremo fosse il Buglione. Anche il Beni, il quale sostiene 
che Goffredo fu veramente capo della prima crociata, riconosce 
che l'elezione, della quale ci parla il Tasso (canto I, 32 e sgg.), 
non fu vera (2). 

E le ragioni, per le quali il poeta dà a Goffredo quella su- 
premazia, sono i suoi principii di arte poetica, e l'imitazione dei 
grandi modelli, che aveva presenti. 11 Tasso riteneva che nel 
poema epico l'azione potesse essere « una di molti, purché questi 
molti convengano insieme sotto qualche unità »; ed aggiunge che 
questo si desume anche dalla Poe^zca d'Aristotele (lettera 32); e 
se la piglia specialmente contro lo Speroni, il quale credeva il 
contrario (^). 

Ma, oltre all'autorità di Aristotele, egli aveva innanzi agli 
occhi i poemi di Omero e di Virgilio, in cui si canta appunto 
azione una di molti, i quali però convengono sotto una sola unità. 
I Greci che vanno a Troia, combattono per un solo scopo, e, 
benché moltissimi, sono sotto il comando di Agamennone. E lo 



(1) BoTEBO, De sap. regia, pag. 17. — Sabellko, Enn., IX, lib. III. — Leonis 
Urbeteta5i, Chronicon (in Deliciae eruditorum di I. Lamius, Firenze, 1737), nota 2, 
pag. 201, ed altri. 

(2) Commento, pag. 76. 

(3) Lettera 32 ed anche 49. 



— 75 — 

stesso si può dire dei Troiani, che vanno nel Lazio e combattono 
sotto la guida di Enea. E i poeti italiani, che avevano seguito 
questi grandi modelli (l'Alamanni, il Trissino), non avevano fatto 
lo stesso? Si aggiunga che la tradizione aveva fatto Goffredo capo 
della prima crociata, come apparisce dal Petrarca e dal Boccac- 
cio, giusta le osservazioni del Beni (i); ed il poeta avverte che 
nell'epica si possono assumere i fatti non quali furono realmente, 
ma quali sono generalmente tenuti (2), 

Ed il Goffredo del Tasso arieggia ora ad Agamennone ed ora 
ad Enea, come abbiamo veduto (2). Il poeta però gli dà molti al- 
tri caratteri, che non hanno quei due sommi duci, e che al suo 
personaggio sono attribuiti dalle cronache della prima crociata W. 

E per le stesse ragioni il Tasso a Gerusalemme dà un re, 
che realmente non ebbe, nel tempo in cui avvenne la prima cro- 
ciata. Il suo Aladino non è storico, come avverti da prima il 
Lombardelli (5) e di poi quasi tutti i commentatori della Liberata; 
ed io ho dimostrato che il poeta nella concezione di esso ebbe 
presente ed Omero e Virgilio, ed il suo Aladino compie quei fatti, 
che compiono e Priamo e Latino, durante la guerra in Troia e 
nel Lazio (6). 

E passiamo ora all'opportunità dell'argomento dal Tasso preso 
a trattare. 

Dopo la caduta di Gerusalemme in mano di Saladino (1187), 
il pensiero dell'Europa civile fu sempre quello di riavere una 



(1) Commento, pag. 112 e 176. 

(2) Vedi Prose Diverse. I, 14. — La stessa cosa aveva anche sostenuto il 
FoKNAEi (Spositione ecc., pag. 41), e questo era un vecchio precetto di Orazio (De 
arte poet., v. 119). 

(3) Vedi il voi. I di quest'opera, pag. 141, 177, 178, 180, 255 e sgg. 

(4) Vedi il voi. I di quest'opera, passim. — Che molte qualità nel carattere 
di Goffredo al Tasso fossero venute dalle cronache, fu avvertito anche dal Fo- 
scolo (Discorso cit.) 

(5) Il Lombardelli scrisse che Aladino è finto ad esempio deìV Eneide e del- 
VOdissea: ma io non so vedere che cosa Aladino abbia di comune con VOdissea. 

(6) Vedi di quest'opera il voi. I, pag. 136, 227. 



- 76 — 

città, centro di tante memorie, e che era stata già acquistata dagli 
Europei nel 1099. E non importa che questa impresa fosse an- 
data fallita (1189) ai tre più potenti monarchi della cristianità: 
Federico Barbarossa, Filippo Augusto e Riccardo d'Inghilterra; 
che anzi quanto più l'impresa appariva difficile, tanto più si fa- 
ceva vivo il desiderio degli Europei di vederla mandata ad effetto. 
E nel medio-evo i più eletti ingegni vagheggiarono un nuovo 
Goffredo Buglione, e Dante e Petrarca esortarono a nuove cro- 
ciate (1), 

E per parecchio tempo questo desiderio non fu che conse- 
guenza di sentimento religioso: si amava di veder tolta dalle 
mani dei cani una città di Cristo albergo eletto^ 

Dove morì, dove sepolto fue, 
Dove poi rivestì le membra sue. 

Dopo il 1453 però al sentimento religioso si aggiunse anche 
un altro sentimento. Costantinopoli, che era un baluardo per 
l'Europa contro le scorrerie dei Musulmani, da questi era già 
stata presa e fatta capitale del loro impero; e, inoltrandosi verso 
Occidente con le loro imprese guerresche, Dio sa dove sarebbero 
andati a finire, se l'Europa non si fosse loro opposta: per lo meno 
avrebbero tolto alle potenze europee tutt'i possedimenti che ave- 
vano all'Oriente, come infatti poi avvenne. 

Dopo il 1453 quindi le esortazioni ad una nuova crociata si 
fanno più frequenti e più vive nei nostri poeti e nei nostri pro- 
satori; ed esortazioni simili si leggono in Francesco il Bello, nel- 
l'Ariosto (2); e r Invernizzi ricorda Ippolita Sforza, figlia del duca 
Francesco, la quale nel concilio di Mantova, indetto da Pio II, 
fece un discorso per incitare i Cristiani contro i Turchi v^). Ed il 



(1) Damte, Farad., IX, 136. — Petbarca, Trionfo della Fama. II, 142, e De 
Yita Solitaria, sez. IV, cai^. III. 

(2) Francesco il Bkllo, Mambriano. XXXI, 2. — Ahiosto, Furiiiso. XYII, 
73 e 75. — Vedi anche la Spositione sopra il Furioso del Furnaiu (pag. 362). 

(3) G. Invkknizzi, // Risorf/iitìeììto, pag. 101. 



— 11- 

Crescimbeni ricorda la Batista di Montefeltro, la quale in lavori 
poetici esorta i Cristiani alla stessa impresa (i). 

Intanto il minacciato pericolo di un'espansione verso Occi- 
dente dei Musulmani si andava un dì più che l'altro avverando; 
e Venezia già avea perduto Negroponte (1470), varie piazze sulle 
coste dell'Albania e della Grecia e da ultimo Malvasia e Napoli 
di Romania. Né i Musulmani parevano disposti a contentarsi di 
queste sole conquiste: specialmente sotto Solimano I, detto il 
grande (1520-1566), il quale si spinse fin presso le mura di Vienna, 
ed ingrandi il suo regno con tante altre terre, la cristianità stette 
in continui palpiti. 

Il 1517 Leone X pubblicò la crociata e per mandarla ad ef- 
fetto avviò trattative con tutti i regnanti dell'Europa; ma l'anno 
dopo, la questione della crociata, nella dieta d'Augusta, s'intral- 
ciava con quella nata allora, di Lutero: e gli animi e le forze si 
dividevano. Anche di lì a qualche anno, dopo la battaglia di Pa- 
via (1525), Carlo V si prostra dinanzi a una Madonna e giura, 
poiché ora é liberato dal competitore francese, di liberare Co- 
stantinopoli e Gerusalemme. Ma gli Ottomani trovano un fido al- 
leato nella Francia, desiderosa di vendetta; né le condizioni d'Italia 
e di Germania per allora sono tali da confortar Carlo all'im- 
presa C'^). 

Se però la nuova crociata non potè essere mandata ad effetto 
per le condizioni politiche dell' Europa, il desiderio di essa non 
si spense nel cuore degl'Italiani; anzi, dopo il primo ventennio 
del secolo XVI, esso si acuisce sempre più, e specialmente negli 
scrittori del nord-est d' Italia, dove la paura di una invasione 
dei Musulmani nei possedimenti di Venezia dell'Oriente era più 
viva. 

E Lodovico Dolce con vero entusiasmo canta, il 1535, la vit- 
toria di Carlo V sul Barbarossa, riportata nei lidi dell'Africa. Al 



(1) Crescimbeni, Istor. della volg. poesia, voi. II, parte II. 

(2) Canello, Storia della Ictter. ital. nel secolo XVI, cap. I. 



- 78 — 

poeta quella vittoria sembra un trionfo della cristianità sui Mu- 
sulmani; e trae occasione da essa ad incitare il nuovo Carlo ad 
acquistare il Sepolcro, 

che non destino, 
Ma viltà nostra, sol per van disegno 
E inutil cure, lassa in man dei cani 
Con eterna vergogna dei Cristiani (1). 

Si aggiunga che erano oramai assai frequenti le scorrerie e 
le rapine dei corsari barbareschi sulle coste italiane. Per dirla 
con le parole di lacobo Soldani : « la rabbia Turchesca, per tante 
vittorie e per lo conquisto di tanti regni insolente, e fatta nelle 
cristiane discordie orgogliosa, venuta in Ungheria e quivi le più 
forti Città debellate, all'Italia, al sacrosanto seggio della religione 
minacciava » (2). 

E a nuove crociate esortano il Dei Lodovici, il Giraldi, il 
Cataneo, l'Oliviero, Pier Augello da Barga; scrittori tutti con- 
temporanei del Tasso. 

Il primo scrive (/ Trionfi ecc., p. II, e. LXXV) : 

Egli è pur mal ch'i santi alti e sovrani 

Luochi che volse Iddio per stanza in terra, 

Debbin star sempre ne le man dei cani. 
Ah voi cui tanto '1 cor l' invidia serra 

Che per far altrui mal, anch' a voi il fate. 

Fatevi pur tra voi sempre la guerra, 
E che creschin costor sempre lasciate, 

Che un giorno ancora (e voglia Dio ch'io menta) 

Vi trattcran^come voi meritate, 
Che volete che sia del tutto spenta 

Questa povera fé, eh' ancor tra noi 

Tanto popolo oggi ha che la tormenta? 



(1) Loi). DoLCK, Stanze composte nella vittoria nuovamente avuta dal Sacra- 
tiss. Imperatore Carlo V, Roma, 1535. 

(2) Orazione in lode di Ferdinando I, granduca di Toscana (è la decima 
dello orazioni raccolte dallo Smarrito Accademico della Crusca nelle Prose Fio- 
rentine). 



— 79 
E quindi continua: 



Ah valorosi eccelsi almi signori, 

Pel vostro onor, se non per quel di Dio, 

Non fate più gridar sì gli scrittori. 
Ponete insieme il cor giocondo e pio 

E con la lancia in man tutti d'accordo 

Itevene in Turchia con par desio ecc. 

Ed il Giraldi (XXVI, 108): 

E per la virtù sua (di Carlo V), si vegga tolto 
Il sepolcro di Cristo da le mani 
Degl'infedeli, che, con danno molto, 
E con eterno obbrobrio dei Cristiani, 
Ci è stato, già tanti anni, di man tolto. 
Da quei malvagi e scellerati cani ecc. 

Né meno vibrata è l'esortazione dell'Oliviero nella sua Ala- 
manna (VI, pag. 122), e quella del Cataneo negli Amori di Mar- 
fisa (X e XI), e di Pier Augello da Barga nel Cinegetico (lib. V, 
154 e sgg.). E, spigolando in altri libri dei contemporanei del 
Tasso, potrei dimostrare con altre prove che fu pensiero potente 
degl'Italiani nell'età di lui quello di portar guerra al Turco, fiac- 
cargli l'orgoglio e scacciarlo dalle terre, sulle quali era andato 
man mano stendendo il suo dominio. Il Tasso stesso avea mani- 
festato il medesimo desiderio nel Rinaldo, scritto quand'egli com- 
piva appena il quarto lustro (I, 5). 

E dati questi desiderii e queste disposizioni di animo degl' Ita- 
liani, non era un farsi eco della coscienza di tutti il cantare di 
un'impresa che si desiderava allora ripetuta, e che era un tacito 
rimprovero ed una tacita esortazione ai degeneri ed infiacchiti 
discendenti dei Buglioni, dei Baldovini, dei Tancredi, dei Ri- 
naldi ecc. ecc.? Non deve fare quindi meraviglia se, quasi con- 
temporaneamente al Tasso, altri vagheggiasse lo stesso tema, e, 
anche qualche tempo prima, altri lo facesse argomento di poema 
eroico (1). Farebbe anzi meraviglia, se, date quelle disposizioni di 



(1) Vedi il cap. VII di questo volume. 



— 80 - 

animo negF Italiani e quei desiderii, quell'argomento non si fosse 
affacciato alla mente dei nostri poeti. 

E che il Tasso, scegliendo ad argomento del suo poema la 
glorificazione dei Cristiani contro i Musulmani, si fosse fatto eco 
della coscienza di tutta l'Italia, apparve anche mentre scriveva: 
la battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571) era una gloriosa con- 
ferma che la cristianità la pensava all'unisono di come avea de- 
siderato il poeta di Sorrento, e può darsi che quella vittoria, 
scrive il Prinzivalli W, riportata dalle armi cristiane sui Musul- 
mani, da lui udita narrare a Roma, giovasse a confermare in lui 
il divisamento di proseguire l'incominciato poema. 

E per altre ragioni si giustifica l'opportunità della materia, 
dal Tasso presa a trattare. Il poema del Tasso, come hanno bene 
notato parecchi critici, per credenze, corrisponde a quel ritorno 
alla fede cattolica, che si ebbe sopratutto in Italia dopo la Ri- 
forma luterana ed il Concilio di Trento; e, per principii di arte, 
corrisponde al desiderio di un poema più serio e fondato sulla 
storia, dopo i tanti poemi cavallereschi, dei quali era stata fe- 
conda la prima metà del secolo XVI e che erano tutti lavori 
d'immaginazione. Il Tasso volle nel suo poema anche l'elemento 
cavalleresco, come abbiamo dimostrato: e questa è l'eredità che 
egli avea dal passato; ma sopratutto volle darci un poema sto- 
rico, secondo le esigenze dello spirito italiano nei suoi tempi (2). 



(1) Torquato Tasso a Roma (in Terzo Centenario della morte di T. Tasso). 

(2) Hanno accennato bene all'opportunità dell'argomento, dal Tasso preso 
a trattare nella Liberata: il Tebalducci {(Jrazùme in lode del Tasso, in iVo.sv 2'\o- 
rentine); il Foscolo {Della G. L.. in Saggi di critica storico-letteraria); il MAzirjf 
(op. cit., pag. 20); Abborio Mella (op. cit., Delle opere del Tasso); il Mouestino 
(Disc, II, pag. 218 e sgg.); il Pablaoreco (pag. 26-27); il Sacchi (op. cit., pag. 31); 
il Mazzoni (Pref. alla Lib., pag. XI e sgg.), ed ultimo il Solerti (Vita, pag. 43 
e sgg.). 



CAPITOLO V. 

Da quali cronisti della prima crociata il Tasso 
attinse per il suo lavoro. 



Avendo scelto ad argomento del suo lavoro la prima crociata, 
per i suoi principii di arte poetica, il Tasso era costretto a degli 
studii storici per conoscere fatti e luoghi e persone. Il poema do- 
veva avere un fondamento storico; da qui il bisogno in lui di 
ricorrere ai cronisti, che avevano trattato di quel grande avve- 
nimento. 

Nelle sue lettere il Tasso ricorda cinque cronisti della prima 
crociata, da lui letti; e do in parentesi le indicazioni delle lettere, 
nelle quali si fa menzione di essi, perchè queste indicazioni non 
sono molto esatte e compiute nel lavoro del Ferrazzi. Questi cro- 
nisti sono: Guglielmo arcivescovo di Tiro (25,28, 29, 47, 60, 82, 
532, 707, 1378); Paolo Emilio (47,82,532, 707); Roberto Monaco 
(52, 82); l'abate Urspergense (57) e Procoldo conte di Rochese 
(25, 60, 82). 

Nel Giudizio sovra la Conquistata il poeta però non ricorda 
che i tre primi soli cronisti (i); ma dà ad intendere di averne 
letti altri (2). 

Quanto al conte di Prochese, il Tasso non è molto esatto 
nel darci il nome di lui: una volta lo dice Rocoldo conte di Pro- 
chese (25), un'altra volta lo dice Procoldo conte di Rochese (60). 



(1) Prnse Diverse, I, 455-57-58-61. 

(2) Prose Diverse, I, 155-57-71. 



— 82 — 

In un'altra lettera non segna per nulla il nome di questo conte, 
o lo segna così male, che nella stampa, in luogo del nome, hanno 
dovuto mettere dei puntini. E dico cosi, perchè a me pare, come 
al Guasti (i), che il Tasso nella lettera 82 torni a parlare di questo 
conte. Del quale il Tasso scrive che è persona che fu in quella 
guerra (25); e, nella Conquistata, facendo la rassegna dell'eser- 
cito crociato, scrive (I, 52): 

Né Procoldo avverrà eh' il desio cange 
D' andar coi primi e più famosi a paro ; 
Coi settecento suoi che scelli a prova 
Furo in Prochese; e non fu gente nova (2). 

Ma, per quante ricerche si siano fatte, la cronaca di questo 
conte di Prochese è stata irreperibile. Io però non direi, come 
poco consideratamente fa il Multineddu, che quella cronaca e 
quell'autore siano inventati dal Tasso: « non è difficile che il 
poeta, seccato dai revisori del poema e dagli altri censori, per 
farli tacere, si sia inventato quel nome e gli abbia accollato un 
fatto, di cui non si fa parola in nessuna cronaca e che forse non 
è avvenuto » (pag. 103). 

Il Tasso, non una volta, ma ben tre volte, ricorda la cronaca 
di Procoldo. E che quel nome sia inventato dal poeta, può dirlo 
chi non abbia letto od abbia letto molto fuggevolmente la Con- 
quistata (3). Del fatto poi narrato dal Tasso nei canto IX, ingran- 



(1) Vedi le Lettere del Tasso, voi. I, pag. 312. 

(2) II Guastavini (pag. 168) ed il Birago (pag. 212) nei loro commenti ripe- 
tono dal Tasso che Rocoldo conte di Prochese prese parte alla prima crociata e 
fu storico di essa. Il Gastavini anzi si riferisco a Guglielmo Tirio ; ma io non 
ho trovato in Guglielmo Tirio ricordato nessun Procoldo o Rocoldo conte di Ro- 
chese o Prochese. Un Ugone conte di Rechest, sì (lib. I, XVII). Forse in questo 
Ugone il Guastavini identifica il crociato cronista, di cui fa parola il Tasso. 

(3) Anche il Crescini, che aveva promesso un lavoro completo sulle fonti 
della Liberata, scriveva che egli non aveva potuto ripescare la cronaca di que- 
sto conte di Prochese, ma non che nome doli' autore e cronaca fossero un' inven- 
zione del Tasso {Giorn. star, della letter. ital.. voi. XVI, pag. 314). 



— 83 — 

dendolo, non solo fa cenno Roberto Monaco, ricordato dallo stesso 
poeta, ma anche altri cronisti, che il Tasso forse non aveva letti, 
come vedremo. Né il nome del cronista quindi, né il fatto che 
ha dato materia ad uno dei migliori episodi della Liberata, sono 
inventati dal Tasso ^i). 

Il Multineddu, parlando di questo cronista, scrive che « mal- 
grado le lunghe e pazienti ricerche non gli fu possibile rintrac- 
ciare questa cronaca ». Veramente le sue ricerche non poterono 
essere né lunghe, né 'pazienti: se no, non avrebbe scritto quello 
che scrisse. 

Ma lasciamo questo benedetto cronista, e veniamo ad altro. 

Quelle cinque sole sono le cronache lette dal Tasso per il 
suo lavoro? 

Egli lasciò scritto che lesse molte atorie del passaggio d'ol- 
tremare (lett. 813); e altrove ripetè che le storie particolari della 
prima crociata sono molte, benché fra loro molto varie e discordi 
(lett. 60 e 82). — Ora in quel molto non pare che si possano com- 
prendere le sole cinque, di cui egli ci lasciò ricordo nei suoi 
scritti. 

Ed anche da un altro paragrafo di lettera si può desumere 
che il Tasso dovè leggere altre cronache, oltre alle cinque fin 
qui ricordate. Ad Orazio Capponi scrive (lett. 82): « Be l'assalto 
notturno nulla se ne legge ne la 'maggior parte degli istorici; 
pur in alcuni se ne vede accennato non so che; ma fu legge- 
rissima fazione ». Ora dei cinque storici ricordati dal Tasso, 
due accennarono a quell'assalto (Procoldo conte di Rochese e Ro- 
berto Monaco); tre, no. E non pare che l'espressione del Tasso 
« la maggior parte degli storici » debba solo accennare a tre 
cronisti, e l'altra « in alcuni » debba accennare a due soli altri. 
Dunque il Tasso, oltre alle cinque che ebbe opportunità di ricor- 



(1) Il Multineddu, per il canto IX della Liberata, ricorda pure, come aveva 
fatto il Tasso, la cronaca di Roberto Monaco ( pag. 103) ; ma non si è dovuto pi- 
gliare la pena di vedere a quale brano di quella ci'onaca 'il poeta accenni. Se 
no, non avrebbe scritto che (pici fatto è inventato. 



— 84 — 

dare, dovè leggere altre cronache della prima crociata; e con 
. questa convinzione, dei critici e commentatori della Gerusalemme, 
chi ha potuto consultare maggior numero di cronache, più ne 
ha citate, e questi critici e commentatori non si son domandati, 
se il luogo della Liberata, che essi volevano illustrare nelle sue 
fonti, era bene illustrato dalle cronache, che il Tasso confessa di 
aver lette, senza ricorrere a brani di cronache, di cui egli potè 
ignorare perfino l'esistenza. 

In questa parte dello studio della Liberata si è proceduto 
proprio con poco discernimento. I critici della Gerusalemme fino 
a tutto il secolo XVIII si limitarono a ricordare due o tre soli 
cronisti della prima crociata, quelli più facilmente reperibili: Gu- 
glielmo Ti rio, Roberto Monaco e Paolo Emilio. Solo il Pignoria e 
il padre Matteo Ferchie da Veglia mostrarono di aver letti altri 
cronisti. Quest'ultimo nel suo lavoro di commenti alla Liberata 
ricorda anche Raimondo d'Agiles e Baldrico di Dola. Il primo poi 
diede una lunga nota di cronisti della prima crociata, ma della 
Liberata egli non studiò che i soli nomi propri di persona, cer- 
cando d'indagare donde al Tasso fossero venuti. 

Nel secolo passato, le cronache delle crociate divenute meno 
diffìcili ad avere, i critici cominciarono a ricordarne quanto loro 
era venuto fatto di leggerne. Primo il Michaud, avendo dovuto 
studiare tutt'i documenti conosciuti ai suoi tempi intorno alla 
prima crociata per servirsene nella sua storia, cercò d'illustrare 
parecchi punti della Liberata con molti brani delle cronache. 
Dopo di lui, un altro francese, il Mazuy, nel suo commento alla 
Liberata da lui tradotta in prosa francese, non solo ricordava 
Guglielmo Tiiio e Roberto Monaco, ma anche Alberto d'Aix, 
Raimondo d'Agiles, Oderico Vitale, Guiberto di Nogent, Raoul di 
Caen e Baldrico di Dola. Ed i commentatori italiani posteriori, 
per illustrare la parte storica del poema del Tasso, ricorsero ai 
lavori di questi due benemeriti francesi, dai ({uali ripeterono 
quasi alla lettera le citazioni. Ultimamente il Falorsi ricorreva 
ad un'altra cronaca, a quella di Bernardo il Tesoriere, e con 
essa cercava di giustificare storicamente molte cose della Libc- 



— 85 — 

rata, che fino a poco tempo dietro erano state giustificate con 
brani di altri cronisti. E poiché da parecchio tempo delle cro- 
nache delle crociate abbiamo pii^i di una raccolta, non so come 
i commentatori ed i critici della Liberata non abbiano pensato 
di ricorrere ad altri autori. Raccontano tutti gli stessi fatti quasi 
con le stesse circostanze; e quindi ad un brano di Guglielmo di 
Tiro e di Roberto Monaco e di Paolo Emilio, per illustrare qual- 
che scena della Liberata, è facile sostituire un brano, poniamo, 
di Marino Sanuto, di Bertoldo Constantiense, di Enrico Untindo- 
niense e di non so quanti altri. Ma siamo noi sicuri che questi 
cronisti erano stati letti dal Tasso? e, quando non vi siano ra- 
gioni particolari che c'inducano a fare il contrario, perchè ri- 
correre ad essi, se i fatti storici, per i quali si adducono, sono 
benissimo giustificati nelle loro fonti dai brani dei cronisti, che 
il Tasso certissimamente avea letti? 

Cercherò di dimostrare che gli studiosi più recenti della Li- 
berata hanno fatto male a chiamare in causa parecchi cronisti, 
di cui forse il Tasso ignorò perfino il nome; ed aggiungerò per 
quali ragioni a me sembra che, nello studio delle fonti storiche 
del poema del Tasso, oltre ai cronisti ricordati da lui, si debba 
ricordare il solo Alberto Aquense. 

Nella prima dimostrazione sarò forse troppo analitico; ma i 
lettori mi accorderanno facilmente venia, se penseranno che il 
mio esame tende a mettere in sodo dei fatti di non poca impor- 
tanza per gli studii sul Tasso. 

Cominciamo dal I canto. Non discuto dei personaggi della 
Liberata, di cui il Tasso fa parola nella rassegna dell'esercito 
crociato, poiché di essi ho già detto nel I volume di quest'opera, 
facendo notare che il poeta attinse alla cronaca di Guglielmo 
di Tiro (vedi a pag. 4), da cui attinse pure per alcune notizie 
delle stanze 74 e sgg., come ho fatto notare anche in quel vo- 
lume (pag. 50 e sgg.). Vengo quindi subito all'ottava 79, dove il 
Tasso parla degli aiuti, che dall' Europa venivano ai crociati. 
Per quella stanza il piìi dei critici hanno rimandato a Guglielmo 
Tirio, il quale scrive (VII, 21): « Erant auton in nosirorum classe, 



— 86 — 

non solum Guinimeri, sociorumque eiiis, qui a FlandìHa, Norman- 
nia et Anglia, ut praemislrnus, descenderant ; veruìn et Jcmuen- 
Slum, Venetorimi, Graecorumque naves, quae a Cypì^o, Rhodo et 
aliis insulis rebus onustae venalibus frequenter accedehant, quae 
nostris legionibus tnultam afferebant consolationem ». 

Il padre Matteo Ferchie da Veglia però, non solo a Guglielmo 
di Tiro 1), ma rimanda pure a Raimondo d'Agiles, a Baldrico Do- 
lense, ad Andrea Morosini e a Filippo Bergamasco. Ora questi 
autori non dicono, se non quello che si legge nel cronista tirense 
e che poi ripete il Tasso. A che dunque ricordarli, quando l'ot- 
tava del Tasso è già giustificata nelle sue fonti dal brano del 
cronista di Tiro? 

Raimondo d'Agiles, p. e., scrive (in Bono., 174 5): « Sed an- 
tequmn ad reliqua perveniamus, de his praetermittere non de- 
bemus, qui prò amore sanctissimae expeditionis, per ignota et 
longissima aequora Mediterranei et Oceani navigare non dubi- 
taverunt. Etenim Angli audito nomine ultionis Domini nostri 
Jesu Christi, in eos qui terimm natiritatis Domini et Apostolo- 
rum eius indigne occupaverant, ingressi 'iuare Anglicum et cir- 
cinata Hispania, transfretantes per mare Oceanum, atque sic 
Mediterraneum mare sulcantes, portum Antiochiae, atque civi- 
tatem Laodiciae, antequam exercitus noster, per terram illuc 
veniret, laboriose obtinuerunt. Profuerunt eo tempore nobis tam 
istorum naves, quam et Genuensium etc. ». 

E gli altri non dicono più di questo. Si farebbe bene a ri- 
cordare questi altri cronisti, quando avessero qualche particolare, 
contenuto nei versi del Tasso e non contenuto in Guglielmo Ti rio 
e nei cronisti, che egli confessa di aver letti. Allora sorgerebbe 
il dubbio che il poeta, oltre a quelli ricordati, dovè anche attin- 
gere da altri cronisti, che egli non ebbe opportunit<'i di ricordare. 
Ma, quando essi ripetono puramente e semplicemente ciò che leg- 
giamo nei quattro cronisti letti dal Tasso, non mi pare che si 



(1) Il padre Matteo Ferchio da Voglia, invoce di rimandare al § 21 del 
libro VIJ della cronaca di Guglielmo Tirio, rimanda per orrore al § 22. 



— 87 — 

dia prova di molta avvedutezza ad allontanarsi dalle fonti indi- 
cate dallo stesso poeta, per fonti, di cui egli molto probabilmente 
ignorò perfino l'esistenza. E lo stesso potrei ripetere per altre 
notizie storiche delle ultime stanze del I canto, che ho detto ri- 
cavate dal solo cronista di Tiro (i). 

Nelle stanze 54 e 55 del II canto il Tasso parla delle sevizie, 
che il re Aladino fa ai Cristiani dimoranti in Gerusalemme: ri- 
tiene, quasi in ostaggio, i fanciulli, le donne, i deboli ed i vecchi, 
e scaccia gli altri, dopo averli spogliati. Anche queste circostanze 
furono suggerite al Tasso da Guglielmo Tirio, il quale scrive 
(VII, 23): « Nec etìam hoc eis visum est sufficere, sed extortis 
a plebe per quaestiones et gravia tormenta bonis omnibus, exce- 
pits solis senibus et valetudinariis, mulieribus et parvulis, omnes 
alios urbe depulerunt » ('-). Il Parlagreco non solo a Guglielmo 
Tirio, ma rimanda pure a Roberto Monaco ed a Paolo Emilio; 
ed è possibile che il Tasso li abbia avuti presenti, poiché sap- 
piamo che li aveva letti. 

Il Mazuy, e dopo di lui anche il Sacchi, il Bertinatti ed il 
Mella, rimandano ad Alberto d'Aix, il quale scrive che ai cro- 
ciati, fermatisi presso Emaus, si fa incontro una legazione di 
Cristiani di Betlem, nella quale vi erano anche molti Cristiani 
scacciati da Gerusalemme (V, 44): « et praecipue illorum, quos 
Saraceni suspectos traditionis adventu Christianorum ab leriisa- 
lem eiecerant, oninas mortls adhuc inferentes ». — Ci vuol tanto 
a vedere che, quanto alle sevizie fatte da A ladino ai fedeli di Ge- 
rusalemme, le parole del Tasso sono più simili a quelle di Gu- 
glielmo di Tiro che a queste di Alberto dWix, benché nelle pa- 
role di quest'ultimo, come vedremo, vi sia una circostanza, che 
il Tasso non potè attingere se non da lui (^)? 



(1) Vedi il voi. I di quest'opera, pag-. 51 e sgg. 

(2) Rimandano a Guglielmo Tirio il Guastavini, il Beni, il Ferrari e il Mul- 
tineddu. 

(3) Vedi il cap. seguente. 



E si noti che il Mazuy, per aver bon gioco, attribuisce ad 
Alberto d'Aix tutto quello che scrive Guglielmo Tirio. Egli forse 
copia dal Michaud, e crede che quello che scrive il Michaud sia 
ricavata dal solo Alberto Aquensi, di cui rimauda al libro VI e 
non al V. 

E veniamo all'ambasceria del II canto. 

Mentre per essa gli altri critici e commentatoli della Liberala 
avevano rimandato a' cronisti letti dal Tasso, il Falorsi rimanda 
a Bernardo il Tesoriere. Lo stesso Falorsi però riconosce che le 
parole proferite da Goffredo innanzi ad Argante ed Alete sentono 
molto di quelle, che si leggono in Pioberto Monaco, messe in 
bocca ad un crociato, che risponde agli ambasciatori egizi (i). Se 
dunque il Tasso qui tenne presente Roberto Monaco, a che l'i- 
mandare ad un cronista, che forse neppure aveva letto? 

E Bernardo Tesoriere non fa che ripetere da Guglielmo Tirio. 
L'arcivescovo tirense scrive che questa seconda legazione del re 
di Egitto ai crociati era dissimile dalla prima; e B. Tesoriere: 
« Erat autem legatio a Calipha Aegypti Latinis hac secunda 
vice transmissa, a prima valde diversa » (§ 55). 

Del contenuto delle due legazioni Guglielmo Tirio scrive: 
« Cum enim multa pi'ius obtinere laborassent preciim instantia, 
ut nostrorum Principuin cantra insolentiam Turcorum et Per- 
sarum haberent gratiam et auxilium: nunc mutato cantico, prò 
summo benefìcio se arbitrabantur nostins indulgere, si Hierosoly- 
mam ducentos aut irccentos simul permitteret inermes accedere 
et completis orationibus redire incolumes » (ibid., VII, 10). E Ber- 
nardo ripete (ibid.): « Bum enim Latini Antlochiam, obsiderent, 
mandaverat eis ipse Calipha, quod si cantra Soldanum Persa- 
rum, veriliter agerent, thesauri et victualium eis copiam, mini- 
strar et. Nunc cum fortunae successibus animum rariasset, man- 
dabat, quod si eis concederei, ut si CC aut CCCC. ex ipsis depo- 
silis armis passent Hierusalem ingredi, grande quid reputar^ent, 
ipsum illud esse facturum ». 



(1) Nola .'illa sl.'inza 5(5 del canto li. 



— 89 — 

Se dunque il Tesoriere non fa che ripetere Guglielmo Tirio 
(e nel 1 volume della nostra opera, pag. 68 e sgg., abbiamo di- 
mostrato che per questo episodio il poeta s'ispirò in Roberto Mo- 
naco), a che ricordarlo, quando non abbiamo nessuno indizio che 
il Tasso l'avesse letto? — 

Per tutte le circostanze, contenute nelle prime ottave del 
canto III, oltre ai cronisti letti dal Tasso, sono stati anche ricor- 
dati l'abate Guiberto Nogent, l'anonimo autore dei Gesta Fran- 
corum, Baldovino, Raimondo d'Agiles ed il Baudri. Nel I volume 
di quest'opera ho fatto vedere che tutte queste citazioni sono 
inutili, poiché quello che scrive il Tasso è contenuto nei cronisti, 
che egli certissimamente aveva letti (i). 

Per il primo fatto d'arme tra Crociati e Musulmani (III, 13 
e sgg.), senza dubbio, il Tasso fu ispirato da Guglielmo Tirio, 
come abbiamo veduto C^): quasi tutte le circostanze di questo cro- 
nista sono passate nella poesia. 

Parecchi commentatori della Liberata, però, più che all'arci- 
vescovo di Tiro od insieme con l'arcivescovo di Tiro, hanno ri- 
mandato a Raoul di Caen, il quale racconta il fatto così diverso 
da come lo racconta il Tasso e Guglielmo di Tiro, che non so 
proprio come essi si siano persuasi a chiamare in causa lo sto- 
rico di Tancredi. 

Secondo Raoul di Caen, Tancredi era già salito sul monte 
Oliveto e pregava, quando esce da Gerusalemme una schiera di 
Musulmani, ai quali si fa incontro e li rompe. E del Gardo, di 
cui si parla nella Liberata (Casto in Guglielmo di Tiro) non v'è 
parola in Raoul di Caen; e dell'uccisione dei Musulmani per opera 
di Tancredi, di cui parla quest'ultimo cronista, neppure un'ombra 
nella Liberata. Piì^i che a Raoul di Caen, i critici e commentatori 
della Liberata non sarebbero stati tanto da biasimare, se avessero 
ricordato Alberto d'Aix (Bono., V, 45), Raimondo d'Agiles (Bono., 
II, pag. 174) e Gauterius Cancellarius (Bono., II, pag. 397), il primo 



(1) La Gerus. Lib. studiata nelle sue fonti, voi. I, pa^r. 80 o sgg. 

(2) Ibid., ibid., pag. 89 e sgg. 



— go- 
dei quali racconta quosito fatto d'arme tra Crociati e Musulmani 
quasi con le stesse circostanze di Guglielmo Tirio e del Tasso: 
gli altri due poi accennano ad esso fuggevolmente. Avrebbero 
fatta cosa non molto opportuna, poiché il Tasso per quel fatto 
s'ispirò in Guglielmo Tirio, come è dimostrato a parecchi segni; 
ma almeno avrebbero ricordato brani storici non molto dissimili 
dalla poesia, di cui volevano indagare le fonti. 

E dopo il primo fatto d'arme tra fedeli ed infedeli, in cui 
resta ucciso il povero Dudone, Goffredo dispone l'assedio intorno 
alla città. Per questa disposizione di assedio, oltre a Guglielmo 
Tirio ed insieme con esso i critici hanno rimandato a Roberto 
Monaco, a Guiberto di Nogent ed a Raoul di Caen. A suo luogo 
ho dimostrato che il Tasso ebbe presente il cronista tirense nello 
scrivere (^^i qui farò osservare quanto inopportunamente siano 
stati chiamati in causa gli altri cronisti. 

Roberto Monaco scrive (IX, in principio): « A septentrione 
castramentati sunt duo comites, Normannus et Flandrensis, iuxta 
Kcclesiam Sancii Stephani protomartyris, ubi lapidatus est a 
ludaeis. Ah occidente Dux Godefridus et Tancredus. A meridie 
vero Comes Sancti Aegidii, scilicet in monte Sion, circa Eccle- 
siam Sanctae Mariae mairis Domini, ubi Dominus coenavit cum 
discipuUs suis ». E quasi le stesse cose ripete Guiberto de Nogent 
(VII, 2): « A septentrionali igitur plaga, Comes eam Rothbertus 
obsederat Nort1im,annorum, iuxta eam. beati Stephani Ecclesiam., 
ubi propter fdium ìiominis, quem a dextris Dei se vidisse cla- 
viaverat staniem, a, ludaeis est obriUus imbibe saxorum. Ab oc- 
cidentali autem. opponitur Dux Godofridus Comes Flandrensis et 
Tancredus. A meridie obsedit eam Comes Sancti Aegidii, in 
monte videlicet Syon, circa Ecclesiam beatae Mariae genitricis 
Domini, ubi Dominus cum suis ad coena pridlem quam pater etur, 
fertur discubuisse discipuUs ». Si direbbe che l'un cronista abbia 
dovuto tener presente l'altro nello scrivere, tanto si corrispondono. 
Raoul di Caen si allontana da tutti e due. Ecco le sue parole 



(1) Vedi il voi. I doUa mi.a opera, pag. 134-35. 



— 91 — 

(CXVI): « Tgitur Comites Normanmis et Flandrenn^ line in parte 
obsident ei, quae aduc S. Stephani dicitur portae oppositi. Dexteì' 
ab his Tancredus imminet, si tanien ad Pìioebi ortum terrae 
situm metiris, tunc quidem inferior : si vero ad depressioneìn, 
tumoremque loci pauJo superior. Tpsi praescriptum illud cornu 
expugnandum contingit, linde adhuc expugnata turris Tancredi 
appellatur. At Ducis castra vallis opacat, cujiis frons supradicta 
eminentem Tancredi pertingebat viciniam. Porro mons Si/on Rai- 
mundo Comite metatore gauclet etc. etc. ». 

Questi cronisti dicono da chi fu assediata la parte settentrio- 
nale, da chi la parte occidentale e da chi il mezzogiorno della 
città; mentre il Tasso non dice questo. Il Tasso parla di potata 
aquilonare e di tot^re angolare, come precisamente fa Guglielmo 
di Tiro. Se dunque egli ebbe presente lo storico tirense nello 
scrivere, male si è fatto a tirare in ballo gli altri cronisti. 

E lo storico tirense ebbe presente il poeta nello scrivere che 
la selva, di cui si parla in questo III canto, fu indicata ai Cri- 
stiani da un uom di Soria (LXXIV, 6). Guglielmo Tirio aveva 
scritto (Vili, 6): « quidam fidelis indigena, natioìie Syrus ». 

Alcuni critici della Liberata v^) ricordarono invece Raoul di 
Caen, il quale racconta che, mentre i crociati non sapevano donde 
avere le legna per le opere militari che ideavano, allontanan- 
dosi Tancredi spesso dall'esercito, nella cavità di una rupe rin- 
venne delle legna attissime a macchine murali: « quibus nulla 
proposito operi desidet^aìH poterant aptiora ». Si ritenne illa ipsa 
eì'ant, quor^um ope Rex Aegiptius Hierusalem expugnaverat : e il 
fatto fu creduto un miracolo (CXX), Questo racconto mi conferma 
che il Tasso non dovè conoscere la cronaca di Raoul di Caen. Se 
no, egli, che inventò tanti episodi per magnificare il suo Tan- 
credi, possibile che non avrebbe parlato di questo fatto, in cui 
un buon cristiano non può non vedere la predilezione che Dio 
aveva per questo benemerito crocesignato? 



(1) Bertinatti, Sacchi, Falorsi. 



- 92 — 

E non dovè nemmeno leggere l'anonimo pubblicato dal Ma- 
billon (voi. 1, pag. 117), il quale racconta lo stesso fatto raccontato 
da Raoul di Caen. Ma anche a non accogliere questa mia indu- 
zione, bisogna convenire ancora un'altra volta che si è fatto male 
a citare Raoul di Caen, mentre la fonte dell'episodio del Tasso è, 
senza dubbio, il cronista tirense. 

Ed allo stesso Raoul di Caen rimanda il Falorsi per ciò che 
si dice di Solimano nel canto Yl (IO e 11), mentre gli altri com- 
mentatori e critici avevano rimandato a Guglielmo Tirio (lib. III). 
Ma Raoul di Caen non contiene che ciò che si legge in Guglielmo 
Tirio. È meglio quindi rimandare al cronista tirense, il quale era 
stato letto dal Tasso, anziché a Raoul di Caen, che non sappiamo 
se egli avesse mai conosciuto. 

Lo stesso Falorsi, per il duello singolare tra Tancredi ed 
Argante, ricorda di Raoul di Caen un combattimento singolare 
fra Tancredi e tre Turchi. Chi legga lo storico ed il poeta, si ac- 
corge che fra essi non vi è alcuna relazione, tanto più quando si 
pensi che il Tasso fu indotto a questo episodio da reminiscenze 
classiche e dei poemi cavallereschi, come vedremo. 

E non ha nulla che fare il fatto narrato da Raimondo d'Agiles 
dell'apparizione a Raimondo ammalato (in Bono., pag. 142), con 
ciò che racconta il Tasso dell'angelo, mandato da Dio a proteg- 
gerlo nel suo duello con Argante. Questo ricordo, fatto dal Mazuy 
e poi ripetuto dal Mella e dal Francesia, è addirittura inoppoi- 
tuno. Si aggiunga che il Tasso nel Giudizio sovra la Conquistata 
dice che la ragione, ohe lo indusse a far Raimondo protetto da 
un angelo « non fu altra, che rimitazione dei poeti, i quali mi- 
steriosamente ar'ruarono Achille ed Enea, eroi dei Gentili » (i). 
Se dunque egli non parla del racconto di Raimondo d'Agiles, 
vuol dire che non lo aveva letto. E quale opportunità migliore 
di questa a ricordare quel cronista, se vei-amente da lui fosse 
stato ispirato? — 



(1) Prose Diversi'. I, éB'). 



— 93 — 

Del fatto di Sveno parlano molte cronache delle crociate. 
Però per il suo episodio il Tasso ricorda il solo Guglielmo di 
Tiro, ed aggiunge che quel fatto dal cronista di Tiro è riferito 
in quel modo cli'è scritto da lui (lett. 25). Da queste parole ap- 
pare evidente che si fa male a rimandare ad altri cronisti, specie 
perchè fra questi cronisti ed il Tasso non vi sono di comune che 
quelle circostanze, che sono comuni fra il Tasso e l'arcivescovo 
Guglielmo, e peggio ancora ha fatto il Mazuy a chiamare in causa 
parecchi storici danesi. 

A suo luogo ho dimostrato (i) che il Tasso, per la processione 
che descrive nelle prime quindici stanze del canto XI, s'ispirò 
anche in Guglielmo di Tiro. I critici intanto hanno tirato in ballo 
per questo episodio quanti più cronisti era venuto fatto loro di 
conoscere. 

E cominciamo da Raoul di Caen, ricordato da prima dal Mazuy 
e poi da altri. Il Mazuy anzi scrive che il Tasso s'ispirò sopra- 
tutto in quel cronista, ed aggiunge che a lui par di riconoscere 
fra il poeta e lo storico una certa rassomiglianza di stile: « mais 
c'est surtout dans le rècit de Raoul di Caen qu' il s'est inspirò; 
on croit m,ème recoìinaìtre une certaine ressemhlance de style ». 
Devo credere che il critico, dando questo giudizio, non abbia vo- 
luto parlare dell'episodio, del quale stiamo discorrendo, ma di 
tutta l'opera del Tasso e di Raoul di Caen, che veramente il cro- 
nista Raoul ha qua e là un fare da ispirato: est un ccrivain spi- 
rituel, ingènieux, d'une imagination vive, vraie, quelquefois bril- 
lante, come bene s'esprime il critico francese; e perciò somiglia 
al Tasso. Ma sono somiglianze di natura e d'ingegno, che uno 
scrittore può avere, senza aver letto le opere di un altro. E, per 
tornare all'episodio della processione descritta dal Tasso, farà 
meraviglia, ma è proprio così: Raoul di Caen ad essa nemmeno 
accenna. Più che sostenere la diretta filiazione di quest'episodio 
della Liberata da esso, non dev'essere nemmeno ricordato. Lo 
stesso critico, a proposito della processione dei crociati sul monte 



(1) Vedi il voi. I della nostra oyera, pag. 235-6. 



— U4 — 

Olivete, ricorda Roberto Monaco, che di quel fatto non dice verbo. 
E queste due citazioni cervellotiche dimostrano che molte volte 
anche critici egregi fanno troppo a fidanza con la buona fede dei 
loro lettori e giocano di fantasia. 

È stato ricordato anche, per questo episodio, Baldrico di 
Dola (^); ma nelle sue parole non vi è nessuna circostanza, che 
ci faccia ricordare del Tasso. Egli occupa quasi una intiera pa- 
gina a riferire il discorso, che in quell'occasione fu fatto al po- 
polo; mentre di questo non dice nulla il Tasso, il quale si occupa 
invece della processione e delle funzioni religiose, alle quali l'ar- 
civescovo di Dola neppure accenna. 

È stato anche citato Alberto Aquensi (2), il quale, in forma 
più breve e più fredda, non dice che quello che si legge in Gu- 
glielmo di Tiro: sopratutto si dilunga in una circostanza, di cui 
non v'è ombra nel Tasso, delle paci fatte, durante quelle ceri- 
monie, dai Cristiani, che erano nemici fra loro. 

Ed è stato ricordato anche Guiberto di Nogent v^); e chi si 
pigli la pena di confrontare il § del suo libro VII con la de- 
scrizione splendida e particolareggiata del Tasso, si accorgerà 
con quanta poca ragione. 

E finalmente il Falorsi ha prodotto in campo Bernardo il 
Tesoriere, il quale parla del fatto diffusamente come Guglielmo 
Tirio, e non contiene che quanto si legge nello storico tirense. 
Si direbbe che chi scrisse l'una cronaca abbia dovuto leggere 
l'altra, tanti sono i punti di somiglianza, anche nelle parole, fra 
le due cronache (^). Poiché sappiamo che il Tasso lesse Guglielmo 



(1) Mella e Multineddu. 

(2) Mazuy, Sacchi, Molla, Multineddu. 

(3) Mazuy, Sacchi. 

(4) Il Raynouard di B. il Tesoriere scrisse che tradusse in francese la cro- 
naca di Guglielmo di Tiro (Journal rles Snvants, 1836, p. 606, ricordato in Re- 
cueil ecc.). E veramente sono tanti i punti di somiglianza tra lo due cronache, 
le quali talvolta si rijìetono anche nello parole, che, senza dubbio, l'autore del- 
l' una ha dovuto aver prosente (niella dell'altro nello scrivere. Vedi un'altra 
prova di questo fatto ancho più là in questo capitolo, a pag. 103. 



— 95 — 

Tirio, e non un accenno nelle sue opere a Bernardo il Tesoriere, 
ragion vuole che la processione del canto XI della Liberata si 
faccia derivare dal primo cronista e non da quest'ultimo, la cui 
citazione quindi è dimostrata inopportuna. — 

Il giorno dopo la processione, i crociati danno il secondo 
assalto alla città di Gerusalemme. 

Quasi tutte le circostanze di questo secondo assalto il Tasso 
le ebbe da Guglielmo Tirio, come ho fatto vedere (i). I critici, 
oltre al cronista tirense per questo canto, ne hanno ricordati 
altri, e primo Alberto Aquensi, il quale è quasi in tutto conforme 
a quello che scrive l'arcivescovo Guglielmo (VI, 9 e sgg.). 

Giacché il Tasso non ricorda mai questo cronista, bisogne- 
rebbe non valersi di lui, ma io più giù dimostrerò che il Tasso 
dovè averlo letto, e non per la sua conformità con Guglielmo Tirio, 
ma per altre ragioni. 

Passiamo agli altri cronisti. — Il Mazuy ricorda Raimondo 
d'Agiles; ed il Mazuy ed il Sacchi ricordano Guiberto de Nogent. 
Questi due cronisti però del secondo assalto, dato dai crociati 
contro Gerusalemme, dicono ben poco (Bong., pag. 177-78 e 535), 
e non hanno circostanze, che non siano anche nel cronista ti- 
rense. 

Anche in Raoul di Caen, ricordato dal Mazuy e dal Falorsi, 
troviamo molte circostanze, che sofio in Guglielmo Tirio; ne man- 
cano però alcune, che il Tasso attinse dallo storico tirense; ed 
esse ci dimostrano che il Tasso non ebbe presente l'apologista 
di Tancredi nello scrivere. Questa, p. e., che il secondo combat- 
timento fu interrotto dalla notte e fu ripreso il giorno dopo. 

E veniamo a Bernardo il Tesoriere, ricordato dal Falorsi. 
Nella sua descrizione vi sono tante circostanze differenti da quelle, 
che si leggono nell'arcivescovo di Tiro e nel Tasso, che non so 
proprio come il Falorsi si sia persuaso a ricordarlo a proposito 
dell' XI canto della Liberata. Questo cronista scrive (cap. LXX): 



(1) Vedi il voi. I di quest'opera al cap. IX. 



— 96 — 

« Tanta ibi erat hinc inde lapidimi et sagittarimi ac spiculorum 
emissio, ut ex collisione condensa igne aerem illustrarent ». Il 
Tasso dice il contrario (XI, 48): 

Tanti di qua, tanti di là fur mossi 
E sassi e dardi clioscuronnc il cielo. 

Ed immediatamente dopo, seguendo Guglielmo Tirio (Vili, 
13), scrive che due nembi di dardi si urtarono nell'aria, e tal- 
volta il telo tornò là donde era stato spinto (XI, 48): 

Tanti di qua, tanti di là fur mossi 
E sassi e dardi ch'oscuronne il cielo. 
S'urtar due nembi in aria, e là tornossi 
Talor respinto onde partiva il telo. 

Nelle parole del Tasso non vi è ombra della circostanza rac- 
contata dal Tesoriere: se lo avesse letto, forse di quella circo- 
stanza avrebbe fatto suo prò. 

Come sappiamo da Guglielmo Tirio e dal Tasso, i Musulmani 
lanciavano sulla torre mobile delle materie infocate per distrug- 
gerla; ed i Cristiani spegnevano quel fuoco con acqua, come rac- 
conta Guglielmo Tirio (VIII, 13): « Nostri vero iniectis ignibus 
occiirrentes, aquas deswper fundebant copiosius, ut incendiorum 
comprimerent importunitatern ». 

Questo cronista invece scrive che « Latim autem indefesse 
pugnantes, vino et aceto ignem extinguebant immissum ». 

Più giù scrive che i Cristiani « habebant asseres et ligna^ 
quibus Gontusiones assidue reparabant, et ipsìim obfirmabant ca- 
stellum ». E di questa circostanza non fanno parola né Guglielmo 
Tirio, né il Tasso. 

Per tutte queste circostanze a me sembra che non si faccia 
bene a ricordare questo cronista a proposito del canto XI. E 
vero che il Falorsi ricorda il Tesoriere per due sole circostanze: 
per il trasporto notturno delle macchine dalla parte più forte 
alla meno forte della città, e per il combattimento delle mac- 
chine stesse. Ma queste due circostanze si leggono anche in Gu- 



— 97 — 

glielmo Ti rio, donde il Tasso potè attingerle, senza ricorrere ad 
altro scrittore. — 

Per la sete, da cui fu travagliato l'esercito dei fedeli nell'as- 
sedio di Gerusalemme e che il Tasso descrive nel canto XIII, i 
più rimandano ai cronisti letti dal Tasso. 11 Mazuy, e, dopo di lui, 
parecchi altri, rimandano invece ad Alberto Aquensi, a Guiberto 
de Nogent ed a Raoul di Caen. Specialmente il ricordo di questi 
due ultimi cronisti mi pare addirittura inopportuno. Essi non 
hanno nessuna delle particolarità, che si leggono negli altri cro- 
nisti e che passarono nella poesia del Tasso; e Raoul di Caen si 
diffonde a parlare anche della fame, che travagliò l'esercito cro- 
ciato, mentre alla fame il Tasso neppure accenna. 

Il Multineddu poi ricorda anche Raimondo d'Agiles e Bal- 
drico di Dola, i quali ci lasciarono di quel fatto descrizioni mi- 
nute e particolareggiate più di quelle di Roberto Monaco e Paolo 
Emilio, e forse anche dello stesso Guglielmo Tirio: però in esse 
vi sono delle circostanze differenti dagli altri cronisti, delle quali 
non vi è ombra nel Tasso. 

Benché questa non sia ragione sufficiente a farci concludere 
che per ciò il Tasso non li abbia letti, pure è ragione che ce ne 
fa nascere il dubbio. Raimondo d'Agiles parla più lungamente 
della sete, da cui erano oppresse le bestie, come appunto fa il 
Tasso. « Per campos vero stahant equi, midi, boves et plurima 
pecora non valentia mutare gressum: sed ubi ex ariditate sitis 
confecta atque siccata fuerant, ubi diu steterant, corruebant: 
unde in castris nostris faetor gravissimus erat ». 

Simile a quella del Tasso è l'idea contenuta nella prima 
parte di questo periodo: l'altra no. E, poiché tra questo cronista 
ed il Tasso non vi sono altre circostanze comuni, non mi pare 
che per questa sola idea si possa concludere che il Tasso abbia 
letto questo cronista. — 

Per il sogno di Goffredo, prima il Michaud scrisse che qual- 
che cosa di simile all'episodio del Tasso si legge in Raoul di Caen 
e più in Raimondo d'Agiles. E, dopo del Michaud, il Mazuy, il 
Mella, il Paravia ed il Falorsi ripeterono l'osservazione del dotto 



— 1)8 — 

storico francese; però il Falorsi accennava pure ad un'altra fonte, 
alla Siriade dell'Angeli, e scriveva: « Ma, forse, più direttamente 
che a queste fonti, a lui fuor di dubbio note, e autorevoli, il 
Tasso attinse al Barga ». E dopo queste parole, egli dimostra 
quante somiglianze abbia l'episodio della Ge?^usalemme con quello 
della Siriade. E se gli episodi dei due poemi sono cosi simili fra 
loro (basti dire che tutti e due gli autori si modellano sul Sogno 
di Scipione di Cicerone), non è possibile che il Tasso abbia cono- 
sciuto la Siriade, senza conoscere Raimondo d'Agiles e Raoul di 
Caen ;* Io non voglio negare le somiglianze tra i brani dei cronisti 
e questo episodio della Liberata. Raimondo d'Agiles racconta (in 
Bono., voi. I, pag. 164) che ad Anselmo de Ripamondi apparve in 
sogno Egelrano di Santo Paolo, morto presso Marra. Anselmo gli 
domanda: « Come mai vivete voi, che vidi morto presso Marra? ». 
Ed Egelrano: « Quelli che finiscono la vita nel servizio di Cristo, 
non muiono mai {Equidem non moriuntur illi, qui in Christi ser- 
vitto vitani finiunt) ». « Ma da che proviene, ripiglia Anselmo, 
la grande vostra bellezza? ». Ed Egelrano: « Non debes mirari 
super piilchritudine mea, cum in tam pulcliram domum habi- 
tem »; e gli mostra nel Cielo un palazzo « {domum), ita pulcliram, 
ut nihil pulchrius ego crederem ». Quindi aggiunge: « Multo tibi 
pulchrior praeparatur, usque in crastinum. Et his dictis, subla- 
tus est ». 

Nella cronaca di Raoul di Caen non è Anselmo di Ripamondi 
che ha la visione, ma un certo Ansello; però la visione è quasi 
la stessa. 

Come dicevo, tra il brano dei cronisti e l'episodio del Tasso 
vi sono delle somiglianze evidenti; però si avverta che nei cro- 
nisti quella visione non è attribuita a Goffredo, né le cose che 
dicono le persone apparse in sogno sono molto simili a quelle, 
che Ugo dice a Goffredo nel Tasso; e finalmente tanto Anselmo 
in Raimondo d'Agiles, quanto Ansello in Raoul di Caen il giorno 
dopo la visione sono uccisi, anzi la visione nei due cronisti pare 
che abbia questo scopo, di avvertire i due prediletti da Dio della 
prossima loro fine. Nel Tasso invece la visione ha un altro scopo: 



— 99 — 

quello di indurre Goffredo a richiamare Rinaldo; e Goffredo muore, 
dopo qualche anno dall'entrata in Gerusalemme. 

E mostrato in che cosa diverga il racconto del Tasso da quello 
dei cronisti, se io facessi vedere quante molte somiglianze ha 
invece l'episodio della Liberata con quello della Siriade, forse 
non sarebbe difficile d'indurre il lettore a credere che il Tasso 
per il suo episodio s'ispirò più nel poeta latino cinquecentista, 
che nei due cronisti ricordati. Ma siccome a proposito dei rap- 
porti tra la Siriade e la Gerusaleinme vi è una questione abba- 
stanza grossa da trattare, mi propongo di ritornare su questo 
episodio, quando tratterò di quella questione nel cap. VII di que- 
sti Prolegomeni. 

Intanto ecco un altro argomento per convalidare la mia cre- 
denza, che forse in quest'episodio il Tasso non fu ispirato dai 
cronisti. 

In una delle sue lettere (1549) il poeta, rispondendo ad alcune 
opposizioni di Niccolò degli Oddi, cercò di giustificare l'episodio 
del canto XIV, di cui stiamo parlando, adducendo l'autorità di 
Omero, appresso il quale si legge che da Giove è mandato il so- 
gno ad Agamenìione, capitano dell'esercito, e ritorcendo contro 
il d'Oddi stesso l'autorità di Aristotele. Ora, se a quel sogno il 
Tasso fosse stato indotto dai cronisti, io penso ch'egli avrebbe 
anche parlato della storicità di esso per giustificare il suo epi- 
sodio, come molte altre volte giustifica parecchi episodi della 
Liberata, facendo notare che essi gli furono suggeriti dai croni- 
sti. Aggiungo che, se noi ammettiamo che il Tasso ebbe la prima 
idea di questo episodio o da Raimondo d'Agiles o da Raoul di 
Caen, è questo l'unico fatto, il quale c'indurrebbe a credere che 
il Tasso avesse letto i lavori di questi due cronisti. In tutto il 
resto Raimondo d'Agiles e Raoul di Caen o sono d'accordo cogli 
altri, e allora è meglio ritenere che il Tasso si sia ispirato nei 
cronisti, che confessa di aver letti; o non sono di accordo con 
gli altri, ed il non trovarsi nella Liberata nessuna delle circo- 
stanze, per le quali essi divergono dagli altri cronisti, è prova 
sufficiente che il Tasso non li aveva letti, o, se letti, non li segui. 



— 100 — 

E cessata l'arsura nel campo cristiano, il Tasso fa che si 
torni al lavoro delle macchine, per potersi quanto più presto as- 
saltare di nuovo la città assediata. 

Il Tasso scrive che fu dato a Guglielmo Ebriaco l'incarico 
di sopraintendere ai lavori delle macchine guerresche (XVIII, 41 
e segg.). Ed i critici obiettano che quest'incarico non fu dato a 
Guglielmo E briaco, ma a Gastone de Beart, come si legge in Rai- 
mondo d'Agiles. 

Ma perchè ricordare Raimondo d'Agiles, quando questo cro- 
nista non dice, se non quello che si legge in Guglielmo Tirio? 

Raimondo d'Agiles scrive (Bono., pag. 177): « Praefecerant 
Dux et Comes Normminiae et Flandriae, Gastonem de Beardo 
operariis qui machinas construebant ». E Guglielmo (Vili, IO): 
« Dux et duo Comites, Normannorum videlicet et Flandrensis, 
quendam egregium et magnifìcmn virum, dominum videlicet Ga- 
stonem de Beart, operi praefecerunt ». II primo (ibid.): « Nihil 
mlnus Comes et sui in monte Syon, qui est civitati ad meridiem: 
sed habebat multos adiutores, scilicet Willelmum Ebriacum, et 
cum eo omnes nautas Genuenses, qui etc. »; ed il secondo (ibid.): 
« Praeerat autem lenuensibus qui adverierant, quidam nobilis 
Wilelmus nomine, cognomento Ebriacus, cuiiis in operis artifì- 
cio, multa pollebat industria ». 

Il Tasso dunque in questo particolare volle allontanarsi dalla 
verità storica, e non sappiamo perchè: ed anche per quest'altro 
fatto la citazione del vescovo d'Aix è inopportuna, perchè esso non 
dice cose diverse da quelle che aveva scritte l'arcivescovo di Tiro. 

Passando alle principali circostanze dell'ultimo assalto, dato 
dai fedeli alla città di Gerusalemme, prima, fo notare in gene- 
rale che, mentre per esso la maggior parte dei critici ha riman- 
dato a Guglielmo Tirio, il Mazuy, ripetuto da altri, più che a 
Guglielmo Tirio, rimanda a Raoul di Caen, scrivendo: « Les dé- 
tails donnés par le Tasse sur l'attaque gihiórale et la prise de 
Jèrusalem soni empruntés viot à mot à Guillaume de Tyr, et plus 
ENCORE à Raoul di Caeti ». Non credo che il critico dica bene. 
Raul de Coen mollo più succintamente dell'arcivescovo Guglielmo 



— 101 — 

narra T ultimo assalto dei Cristiani a Gerusalemme; e in lui non 
solo mancano alcuni particolari, che mancano anche in Guglielmo 
Tirio e che il Tasso desunse da altri cronisti, ma mancano anche 
alcuni particolari, che sono nel cronista tirense. Come si può dire 
quindi che il poeta si sia ispirato più in lui che in altri? S'in- 
tende, anche in Raoul di Caen vi sono moltissimi particolari di 
quell'assalto, che sono in Guglielmo Tirio e in quasi tutt'i cro- 
nisti. Ma per questi particolari comuni io credo che si debba ri- 
correre alle cronache che il Tasso confessa di aver lette, e non 
a quelle di cui egli forse ignorava perfino l'esistenza. 

Per la colomba messaggera, di cui il poeta alla stanza 49 e 
seg. del canto XVlll, si è ricordato il cronista Raimondo d'Agiles; 
e non si è tenuto conto delle confessioni fatte dallo stesso Tasso 
nella lettera 46 W. 

Raimondo d'Agiles fa avvenuto quel fatto, mentre l'esercito 
crociato era accampato presso lo stagno di Cesarea, mxta palu- 
des quae sunt 'prope Caesaream ; mentre Paolo Emilio lo fa av- 
venuto, quando i Cristiani assediavano Gerusalemme: questa sola 
circostanza avrebbe dovuto persuadere i critici e commentatori 
della Liberata che il poeta era stato veritiero nell' indicare la 
fonte, alla quale qui aveva attinto. E questo non basta. Secondo 
Paolo Emilio, la colomba fu presa viva dai crociati (il Tasso 
scrive che essa cadde viva in grembo di Goffredo); mentre, se- 
condo Raimondo d'Agiles, essa cadde a terra mortaliter piagata. 
E questo è ancora poco. 11 Tasso scrive che Goffredo, presa quella 
colomba, in lei guardando, scorse estranea cosa : 

Che dal collo ad un filo avvinta i^ende 
Rinchiusa carta, e sotto un'ala ascosa; 



(1) Hanno rimandato a Raimondo d'Agiles, il Michaud, il Mazuy, il Berti- 
natti, il Sacchi, il Mella, il Carbone, il Fraticelli, il Novara, il Galeazzi ed il Ca- 
merini. — Non bisogna dimenticare che molti scrittori contemporanei ed anche 
anteriori al Tasso parlano di colombe messaggiere: vedi il mio lavoro Sulle foìiti 
(II, 218 e sgg.); e agli scrittori ricordati in quel mio scritto ne potrei aggiungere 
parecchi altri, come Busonk da Gubbio, L'Avventuroso Ciciliano (I, lU). 



— 102 — 

le quali parole corrispondono a quelle di Paolo Emilio: « sub 
alis eius inventa est epistula aràbicis et verbis et literis exaraia ». 
La quale ultima circostanza si trova anche nell'episodio del Tasso, 
il quale ci fa sapere che la lettera, trovata sotto le ali della co- 
lomba, era scritta in barbariche note. Raimondo d'Agiles invece 
non ci dice né che la lettera fu trovata sotto l'ala della colomba, 
né che essa era scritta in lingua arabica. Scrive solamente: « Cam 
autem sustuUsset eam Episcopus Atensis, reperit litteras, quas 
illa deferebat ». E sentiamo il contenuto di questa lettera. Se- 
condo il Tasso, in quella lettera il capitano d'Egitto scriveva al 
signor di Giudea (52): 

Non sbigottir, signor: resisti e dura 
Insino al quarto o insino al giorno quinto: 
Ch'io vengo a liberar codeste mura; 
E vedrai tosto il tuo nemico vinto. 

Precisamente quello che si legge in Paolo Emilio: « Ea per 
interpretem recitata, signifìcabat parari auxilia quae obsessis 
'ìuitterentur ». 

Secondo Raimondo d'Agiles, invece, in quella lettera l'emiro 
di Egitto non solo prometteva aiuti al signore di Cesarea, ma lo 
incitava a recare più male che era possibile ai crociati. 

E ci vuol di più a dimostrare che la fonte dell'episodio del 
Tasso è il brano della cronaca di Paolo Emilio, e che si è fatto 
male a ricordare per esso la cronaca di Raimondo d'Agiles, che 
il Tasso forse non aveva neppure letta (^)? 

Nelle stanze 83 e segg. dello stesso canto, il poeta racconta 
dei fuochi gettati sugli assedianti dai Musulmani, ed aggiunge 
che, sollevatosi un turbine, spinge le fiamme contro i Musulmani 
stessi, girando l'incendio contilo gli aulori di esso. Il Tasso per 
questo fatto ricordò Guglielmo Tirio e Paolo Emilio, e a me sem- 



(1) Il Falorsi, nel commonto alla stanza 50 di q\iosto cauto XVIII della 
Liberata, riferendo il fatto come lo racconta Raimondo d'Agiles, lo attribuisce a 
Guglielmo Tirio. 



— lOR — 

bra che le stanze della Liberata sentano più dell'imitazione del 
secondo che del primo cronista. Guglielmo Tirio scrive che il 
turbine tornò in isfavore dei Musulmani, perchè spinse il fumo 
dell'incendio contro di essi, cosi che non poterono più stare alla 
difesa delle mura. Paolo Emilio ed il Tasso non parlano della 
circostanza del fumo (i). 

Il Falorsi per questo episodio della Gerusalemme ricorda 
Bernardo il Tesoriere e Raoul di Caen. Ma che cosa vi ha in 
Bernardo il Tesoriere, che non sia in Guglielmo Tirio? Ecco i 
brani, nei quali l'uno e l'altro cronista parlano di questo fatto. 
Guglielmo Tirio scrive (Vili, 18): « Qui vero in castello erant, 
hortante Duce, in culcitram bombice plenam, et saccos j^lenos 
stramine ignem iniecerant, qui /tante Borea accensus, fumum 
infra urbem intorquebat caliginosum : quo instante protet^vius, 
qui murum cìefendere tenebantur, ora vel oculos non valentes 
aderire, stupidi et fumidae caliginis turbati voragine, muri dese- 
ruere custodiam ». Bernardo il Tesoriere scrive (cap. 73) : « Quum- 
que iussu Godefridi hi, qui in castello ligneo erant, ignem saccis 
moeniis appositis, bombicine, foeno, et sarmentis refertis immi- 
sissent, nubes adeo fusca et condensa orta est, ut visum omnium 
offuscaret. Sed Aquilone fiante conversa est ad eos, qui moenia 
defendebant, quorum ita obtenebravit visus, et confudit auditus, 
ut coacti sint a moeniis et propugnaculis discedere ». Leggendo 
i due brani, vi accorgerete che chi scrisse l'uno dovè aver pre- 
sente l'altro. Ma, lasciando questo, poiché nelle parole del Teso- 
riere non vi è nessuna circostanza differente dal brano dell'arci- 
vescovo di Tiro, per la quale esso concordi di più coi versi della 
Liberata, a me pare che inopportunamente anche questa volta si 
sia tirato in ballo questo cronista. 



(1) Del fuoco solo, o del fuoco e del fumo che callontana i Saraceni d'in 
sulle mura di Gerusalemme, parlano quasi tutti i cronisti. Vedi Paolo Emilio 
(pag. 136), l'anonimo dei Gesta Francorum (Bokg., II, 576), Raimondo d'Agiles 
(BoNG., II, 178), Marino Sanuto (Bono., II, 147) e l'anonimo pubblicato dal Mabil- 
lon (I, 121). 



— 104 — 

In Raoul di Caen poi troviamo un mutamento di veci, di cui 
non vi è ombra nel Tasso. Il turbo, prima, spira contro i Cri- 
stiani: poi spira in favore di essi e concorre alla loro vittoria 
(cap. 89 e 90). Ma non è per questa variante che io credo il Tasso 
non si sia potuto ispirare in questo cronista. 

Il Tasso ci confessò che per questo episodio ebbe presente 
Guglielmo di Tiro e Paolo Emilio; e poiché nelle parole di Ber- 
nardo il Tesoriere ed in quelle di Raoul di Caen non vi sono 
delle circostanze speciali, che le ravvicinino di più alle ottave del 
Tasso, mi pare che non si possa, scartando le fonti indicateci dal 
poeta, metterne in campo altre, creando enti senza necessità. 

E perchè non fa che ripetere puramente e semplicemente 
quello che si legge in Guglielmo Tirio, mi pare inutile il ricordo 
che il Falorsi ha fatto di Bernardo il Tesoriere, e per le streghe 
che tentano d'incantare le macchine dei Cristiani (Gugl., YIII, 15; 
B. Thes., cap. 72), ed anche per l'apparizione delle anime dei cro- 
ciati caduti nelle battaglie antecedenti (Gugl., Vili, 1(5; B. Thes., 
cap. 72). 

Ed a proposito dell'apparizione delle anime, mentre i più 
rimandano a Guglielmo* Tirio, giusta le confessioni del poeta 
(lett. 47), altri rimandano a Roberto Monaco (i), il quale racconta 
che ad uno dei Turchi apparve sotto le mura di Antiochia, com- 
battente in favore dei crociati, un esercito, i cui soldati avevano 
equos albos. tnirae celeritatis, et vestimenta et ' sciita et vexilla 
eiusdem coloris (Bono., Il, pag. 53); e nella battaglia dei fedeli 
contro Kerboga, anche presso Antiochia, lo stesso cronista scrive 
che, mentre si combatteva, « albatorum militmn numerabilis exer- 



(1) Guastavini, Novara, Multineddu, Falorsi. — E qui mi si permetta un'altra 
osservazione. Chi faccia bone attenzione alle parole del Tasso, si accorge che 
egli con molta precisione accennò a parecchie fonti del suo poema. Nella lettera 47 
scrisse: « E certo, tutto ciò che si legge nel mio poema, de la colomba messaq- 
giera, de V incendio, de l'apparisionr de l'anime, è tolto di peso da Paulo Emilio 
e da Guglielmo Tirio ». E ricordò prima Paolo Emilio e poi Guglielmo Tirio, 
perchè a lui deve i due primi episodi, mentre a Guglielmo Tirio deve l'ultimo. 



— 105 — 

citus visus est de montibus descendere, quorum signiferi et Ducesi 
esse dicuntur Georgius, Mauricius, Demetrius : quos ut primum 
vidit Podiensis Episcopus, exclamavit voce magna dicens : « mi- 
ntesi ecce venit auxilium, quid nobis promisit Deus » (lib. VII, 
BoNGARS, II, 64). — Il Tasso non fa parola di queste circostanze: 
dice che apparvero agli occhi di Goffredo, combattenti per i Cri- 
stiani, e l'Angelo Michele e Dudone ed Ademaro ed altri morti 
nelle guerre antecedenti. E, poiché dell' apparizione di un guer- 
riero tutto splendente parla Guglielmo Tirio, il quale racconta 
pure che si sparse nell'esercito la credenza che fosse visto com- 
battere per i Cristiani il defunto Ademaro, da questo cronista e 
non da altri fu suggerito al Tasso il suo episodio. È possibile 
però che egli abbia ricordato anche Roberto Monaco, benché il 
suo episodio senta più delle parole del cronista da lui stesso ri- 
cordato. 

Paolo Emilio, ricordato dal Guastavini per questo episodio, 
non pai-la dell'apparizione delle anime nella battaglia di Gerusa- 
lemme, ma di quelle sotto le mura di Antiochia, di cui abbiamo 
detto che fa parola Roberto Monaco. Se è possibile quindi che il 
Tasso, scrivendo, abbia ricordato anche questo cronista, é certo 
però che si attenne più da presso all'arcivescovo di Tiro. 

Per l'incanto delle macchine poi, mentre il Tasso confessa 
di avere avuto presente il conte Procoldo di Rochese e Guglielmo 
Tirio, il Mazuy rimanda a Raimondo d'Agiles. Ma che cosa vi è 
in Raimondo d'Agiles che non si legga anche in Guglielmo Tirio? 
Ed allora, per questo episodio, perchè non si è ricordato pure 
Bernardo il Tesoriere, che racconta lo stesso fatto raccontato dai 
due cronisti di cui abbiamo parlato, e dal Tasso? 

Per l'apparizione del vescovo Ademaro, mentre moltissimi cri- 
tici della Liberata (i), seguendo le confessioni dello stesso poeta (-), 
rimandano a Guglielmo Tirio, il solo Mazuy rimanda ad Alberto 



(1) Guastavini, Gherardini, Mella, Ferrari, Multinoddu. 

(2) Lettere del Tasso, voi. I, pag. 113. 



— 106 — 

d'Aix. Però in Alberto d'Aix non v'è motto di quell'apparizione, 
e dal brano che il Mazuy riporta apparisce che egli attribuisce 
ad Alberto d'Aix ciò che scrisse Guglielmo Tirio. 

Di quell'apparizione parlò pure Raimondo d'Agiles, e forse 
a lui voleva rimandare il Mazuy; ma anche questa volta si fa- 
rebbe male a chiamare in causa un altro cronista, mentre l'epi- 
sodio della Liberata è pienamente giustificato nelle sue fonti con 
quello che si legge in Guglielmo Tirio. 

Le parole di Guglielmo Tirio son queste (Vili, 22): « Ea die 
dominus Ademarus, vir virtutum et imrnortalis memoria, Po- 
diensi Episcopus, qui apud Antiochiam, ut pìmediximus, vita de- 
cesserat, a multis in sancta visus est ciintate, ita ut multi viri 
venerahiles et fìdedigni eum super civitatis murum, primum 
omnium ascendisse, et caeteros animasse ad ingressum, oculis 
corporeis se vidisse constanter assererent ; et postmodum pluri- 
miSy loca venerabilia circumeuntibus, eadem, die manifestus ap- 
paruit ». E Raimondo d'Agiles scrive (Bono., voi. II, pag. 179): 
« In hac die dominus Ademarus Podiensis Episcopus a multis 
in civitate visus est: et etiam m,ulti de eo testantur, quod ipse 
primus murum ascendens, ad ascendendum socios atque popu- 
lum invitabnt ». 

Lo stesso cronista poco prima (Bong., pag. 178) avea parlato 
dell'apparizione del soldato sul monte Oliveto, dicendo né più né 
meno di quello che si legge pure nel cronista tirense (lib. VIII, 
16): ed al suo solito il Mazuy, con poca buona ragione, secondo 
me, rimanda a lui, invece di rimandare a Guglielmo Tirio, quale 
fonte del Tasso (i). 

Per tutto ciò che il Tasso dice nel canto XIX delle stragi 
dei Cristiani nel tempio di Salomone e nella torre di Davide, poi- 
ché evidentemente egli non fu ispirato da Guglielmo di Tiro, i 
critici hanno rimandato a Roberto Monaco ed a Raimondo d'Agi- 



(1) Di questo due apparizioni parlano pure Maiiino Sanuto (Bono., II. 147 
e 148), Bebnahdo u. Tebokikhe (Mdh., VII, § 72 e 75Ì ed anche il Fulqoso {De 
(ìirt. fnrtis. COC, 111). I, VI). 



— 107 — 

les (1), altri a Raoul di Caen ed a Giliberto di Nogent C^), il Fa- 
lorsi rimandò a Bernardo il Tesoriere, ed il Falorsi edlil Mazuy 
ad Alberto d'Aix. Eppure io credo che la vera fonte dell'episodio 
del Tasso sia quest'ultimo cronista. 

Il Tasso racconta che i Saraceni, spinti sopratutto dall'ira 
di Rinaldo, riparano nel tempio di Salomone (st. 31 e segg.). An- 
che colà sopraggiunge l'inferocito guerriero cristiano; sfonda la 
porta e fa miserabile strage di quei che vi si erano rifugiati. So- 
limano ed Aladino invece si erano chiusi nella torre di Davide 
(39 e segg). Sopraggiunge Raimondo: ma è gravemente ferito da 
Solimano (43). Alle sue vendette corre un drappello di Cristiani 
comandato da Rinaldo; ed il guerriero tolosano sarebbe stato al- 
lora allora vendicato, se Goffredo non avesse ordinato ai suoi di 
cessare dal combattere, poiché aveva intenzione di rinnovare l'as- 
salto al nuovo sole (st. 50). 

Guglielmo Tirio ed anche Roberto Monaco raccontano dell'as- 
salto dato da Tancredi al tempio di Salomone e delle stragi ivi 
avvenute; ma non un motto della torre di Davide e di Raimondo. 

E Paolo Emilio è più monco di Guglielmo Tirio. La fonte 
dell'episodio del Tasso non sono dunque queste cronache, le quali 
noi sappiamo che egli aveva lette. 

E per la stessa ragione non possono essere fonti dell'episodio 
della Liberata né la cronaca di Bernardo il Tesoriere, né quella 
di Raoul di Caen finora chiamate in causa; e nemmeno quelle di 
Marino Sanuto e di Giliberto Abate, finora non ricordate da al- 
cuno per illustrare questo punto del poema del Tasso, poiché in 
esse non si parla della torre di Davide. 

Dei due fatti, di cui parla il Tasso (assalto al tempio di Sa- 
lomone e alla torre di Davide), parlano invece questi altri cro- 
nisti: l'anonimo dei Gesta Francorum, l'arcivescovo Baldrico, Gau- 



(1) Rimandarono a Roberto Monaco il Guastavini, il Mazuy, il Sacchi, il No- 
vara ed il Ferrari. Rimandarono a Raimondo d'Agiles il Mazuy, il Sacchi, il No- 
vara ed il Falorsi. 

(2) Mazuy e Sacchi. 



— 108 — 

terius Cancellarius, Raimondo d'Agiles, l'anonimo pubblicato dal 
Mabillon ed Alberto Aquense. Questi sei cronisti, con poche va- 
rietà, raccontano che i Saraceni, inseguiti dai Cristiani, cercano 
di rifugiarsi nel tempio di Salomone, dove sopravviene Tancredi 
e succede una immane carneficina. E a questo racconto aggiun- 
gono l'altro particolare, che molti Saraceni si erano chiusi nella 
torre di Davide; ma, sopravvenuto Raimondo, gli assediati si ar- 
rendono, dopo la promessa di aver salva la vita. Di questi cro- 
nisti però il racconto che più si avvicina alla descrizione che 
leggiamo nella Liberata è quello che ci dà Alberto d'Aix. 

Questo cronista, parlando del tempio di Salomone, sente il 
bisogno di dichiarare, come fa il Tasso, che quel tempio non è 
già precisamente quello che fu fatto costruire dal re, da cui prese 
il nome; ma, rifatto più volte, al tempo della prima crociata era 
da quello primitivo molto differente. « Hoc Ternplum, quod di- 
citm^ Domini, non illud antiquum ac mirabile opus; Regis Salo- 
nionis intelligendwìn est, cum tota urbs lerusalem a Rege Nabo- 
chodonosor, deinde a rege Antiocho ante multos annos Dominicae 
incarnationis destructa fuerit; templumque Salomonìs a funda- 
mento dirutum etc. » (VI, 24). Ed il Tasso scrive (XIX, 33): 

Nel tempio, che, più volte arso e rifatto, 
Sì noma ancor, dal fondator primiero, 
Di Salomon; e fu per lui già fatto 
Di cedri e d'oro e di bei marmi altero; 
Or non sì ricco già, pnr sodo e forte 
È d'alte torri e di ferrate porte. 

A differenza di tutti gli altri cronisti, Alberto d'Aix racconta 
che nella torre di Davide si andarono a rinchiudere, non i Sara- 
ceni inseguiti dai Crociati vittoriosi, ma cinquecento soldati man- 
dati dal re di Babilonia in aiuto degli assediati, la quale circo- 
stanza mi pare che più facilmente abbia potuto suggerire al Tasso 
r idea di fare ritirare in quella torre, oltre ad Aladino, il suo 
alleato Solimano. Le parole del cronista son (lueste (VI, 20): 
« Equitea vero circiter qnadringenti, qiri a Rcgc liabyloniae missi, 
urbem assidue perlusirabant in admonitione defensionis et con- 



— lon — 

solatione civiiim, ima angustia et fuga suorum, ad praesidium 
turris David veloci cursu equorum diverterunt ». 

E flnalmente in questo cronista troviamo menzione dello 
scempio, che in quella strage fu fatto delle donne e dei fanciulli, 
di cui il Tasso parla nella stanza 30 : « Mulieres, quae in turritis 
palatiis et soliis confugerant, ^nucrone confoderunt: infantes, 
adhuc fugentes, per plantam pedis et sinu 'ìnatris, aut cunàbulis 
arreptos, muris vel ostiorum liminibus allidentes, fractis cervi- 
cibus, alios armis trucidabant, alios lapidibus obruebant: nulli 
proy^sus aetati aut generi Gentilium parcentes » (y\, 23). 

Per queste circostanze a me pare non infondato il sostenere che 
il Tasso s'ispirò in Alberto Aquensi per l'episodio del canto XIX 
della Liberata, del quale stiamo trattando. E che il Tasso leg- 
gesse questo cronista, daremo altre prove nel capitolo seguente. 

E finalmente per la battaglia dell'ultimo canto che, a con- 
fessione dello stesso poeta, corrisponde alla battaglia di Ascalona, 
mentre il più dei critici rimandano a Guglielmo Ti rio ed a Ro- 
berto Monaco, il Mazuy rimanda invece a Guiberto de Nogent. 
Ed anche questa volta non si è fatto bene a ricordare, invece dei 
cronisti certamente letti dal Tasso, un cronista, di cui egli forse 
ignorava l'esistenza. I particolari di quel fatto d'arme, che si leg- 
gono in Guiberto de Nogent, sono anche in Guglielmo Tirio e 
più in Roberto Monaco: anzi molti particolari, da questi due 
cronisti passati nei versi del Tasso, non sono in lui. P. es,, in 
Guiberto de Nogent manca perfino il nome del condottiero su- 
premo delle forze babilonesi. 

E inopportuno dunque ricorrere ad un'altra fonte, quando 
con quelle confessate dallo stesso poeta si giustifica interamente 
la parte storica di quest'episodio della Liberata. 



CAPITOLO VI. 

Continuazione dello stesso argonnento. Altri storici e geo- 
grafi letti dal Tasso, o ricordati dai critici nello illu- 
strare la « Liberata ». 



Né quelle che io ho addotte, sono le sole ragioni, per le 
(jiiali mi pare che si faccia male, nello studio della Genisalemme 
Liberata, a ricordare tanti cronisti, di cui il Tasso non fa mai 
menzione. Che il Tasso non leggesse molte di quelle cronache, 
apparisce chiaro da altre prove, che io adesso addurrò. Se il Tasso 
le avesse lette, qua e là nelle sue lettere, come ricordò le cinque 
di cui abbiamo fatto parola, avrebbe certamente ricordato le molte 
altre, a cui i critici ed i commentatori rimandano per illustrare 
parecchi punti della Liberata. Ecco qua. 

Il Tasso, nella lettera 25, scrive che dell'assalto degli Arabi, 
di cui egli si occupa nel IX canto, oltre di ciò che si legge in 
Procoldo conte di Rochese, vi è alcun vestigio in Roberto Monaco 
ancor che debole (i). E le parole di Roberto Monaco, a cui ac- 
cenna qui il Tasso, son queste (IX, in principio): « Raimundus 
Piletus et Raimundus de Taurina et alii quamplures de castì^is 
egressi sunt, ut finitimam regionem lustrar ent, ne sciUcet hostes 
improvisi super illos venirent, et imparatos invenirent. Inrene- 



(1) Nella lettera 82 il Tasso torna a parlare di questo assalto, e scrive : « De 
l'assalto notturno nulla se no leggo ne la maggior parte de gli storici; pure in 
alcuni so no vedo accennato un non so che; ma fu loggcrissimu fazione ». 



— Ili — 

runt itaque trecentos Arahes, et pugnaverunt curn eis, et superave- 
runt eos, et plures occiderunt, et equos triginta inde habuerunt ». 

Ora di questo fatto, accennato qui da Roberto Monaco, par- 
lano anche Baldrico arcivescovo, Guiberto abbate e l'anonimo 
autore dei Gesta Francofum W. L'uno scrive (IV): « Die tertia 

exierunt e castris Raimundus videlicet Piletus, et Rai- 

mundus de Taurina cum aliis pluribus, vel causa circumspiciendi 
tei depraedandi: et inventos Arahes ducentos superaverunt et 
fitgaverunt ; muUos aiitem occiderunt, et ibi tr'iginta equos ap- 
prehenderunt ». E l'altro (VII, 2): « Tertia ad urbem adventus 

eorum die, Raimundus quem Pilitum (!) nominabant cum aliis 

quamplurimis longiuscule ab obsidionis loco processit, si quos 
forte hostimn, uti erant soliti, oberrantes ad nostrorum insidias 
reperire contingeret. Et ecce ducentorwn ferme Arabum se eis 
intulit repente manipidus, quos Raimundus ut vidit, leonina fe- 
ritale aggreditur, et tota eorum audacia, Beo eis insistente, su- 
bigitur. Phirimis itaque interemptis, captisque tricenis equis le- 
tam ad exercitum de claritate facinoris reportavere victoriam, ». 
E l'anonimo autore dei Gesta Francorum (IV, 37): « Tertia vero 
die, ex nostris, scilicet Rahnundus Piletus et Raimundus de Tar- 
rina, et alii plu7'es causa praeliandi, inve7ierunt centum Arabes ; 
et praeliati sunt Christi milites contra illos incredulos ; et Deo 
adiuvante, fortiter illos superaverunt, et occiderunt multos ex 
eis, et apprehenderunt triginta equos ». 

Se il Tasso accenna al vestigio, che in Roberto Monaco vi è 
del fatto degli Arabi, certamente, se li avesse letti, avrebbe fatto 
menzione dei tre autori da me ricordati, i quali parlano pure di 
quel fatto (2). 



(1) Alberto Aquexsi (VI, 4 e 5) racconta un fatto quasi simile a quello rac- 
contato da Roberto Monaco e dagli altri cronisti da me ricordati; però i nomi 
dei duci cristiani sono addirittura differenti da quelli, di cui fauno parola g'ii 
altri cronisti. 

(2) Qui aggiungo che il fatto di Solimano del IX canto ha molte circo- 
stanze di un altro assalto dello stesso Solimano, raccontato da Guglielmo Tirio 
nei capitoli XII, XIII e XIV del libro III, che il Tasso mi pare abbia tenuto 



— 112 — 

In un'altra lettera, nella 29, parlando il poeta del tempo che 
i Cristiani impiegarono per fare le macchine guerresche, rimanda 
a Guglielmo Tirio e scrive: « però dicendo la mia istoria, che i 
Cristiani spesero un mese ne la composizione delle macchine (il 
luogo è in Guglielmo Tirio, libro 8 cap. 10) ecc. »; e le parole 
di Guglielmo Tirio son queste: « Cimique iam pe?^ qìiahwr hebdo- 
madas circa id universus desudasset exercitus.... ». E lo stesso 
scrive Marino Sanuto (Bono., II, 147): « Ad fabricanda vei^o in- 
genia, per onensem et amplius Peregrini immorati sunt ». E 
nell'anonimo pubblicato dal Mabillon si legge (^ 119): « Jam tri- 
ginta quinque dies ab exordio obsidionis, mense Julio intrante, 
evoluti erant, cum jam opus praedictum consummanatum esset ». 
E se il Tasso avesse letto questi due cronisti o uno solo di essi, 
non si sarebbe limitato a dire di aver ricavato dal solo Guglielmo 
di Tiro la notizia, che egli ripete nei suoi versi. 

Nella lettera 47 scrive: « tutto ciò che si legge nel mio poe- 
ma della colomba messaggiera, de l'incendio, de l'apparizione de 
l'anime, è tolto di peso da Paolo Emilio e da Guglielmo Tirio ». 
Ed il Tasso indica con molta esattezza le fonti, a cui attinse: e 
noi vedemmo che per la colomba messaggiera e per l'incendio 
egli segui fedelmente Paolo Emilio, per l'apparizione delle anime 
invece segui Guglielmo Tirio W. Però non bisogna dimenticare 
che dell'apparizione delle anime fanno anche parola Raimondo 
d'Agiles, Marino Sanuto, Bernardo il Tesoriere ed il Fulgoso, e 
raccontano quello stesso che si legge nel cronista di Tiro: e se 
il Tasso li avesse letti, molto probabilmente, insieme con l'arci- 
vescovo di Tiro, avrebbe anche fatto il nome di essi. 

Per l'incanto delle macchine il Tasso si riferisce a Procoldo 
conte di Rochese, e scrive (lett. 60): « l'incanto de le macchine 



presente. Sopratutto me ne fa persuaso questa circostanza, comune nello storico 
e nel poeta : l'esercito cristiano sta per essere sconfitto, quando sopraggiungp 
Goffredo e ristora le sorti della battaglia, e di\ una sconfìtta memoranda all'eser- 
cito degli Arabi. 

(Ij Vedi questo volucic a pag. 1U4, nota. 



— 113 — 

si può dire che prenda la sua origine da la relazione di Procoldo 
conte di Rochese, ove si legge e' alcune maghe incantarono le 
macchine de' fedeli; e si legge in Guglielmo Tirio che queste 
medesime maghe T ultimo giorno de l'espugnazione furono ucciso 
da' Ci'istiaui ». 

Ora di queste donne incantatrici e della morte di esse per 
opera dei Cristiani parla pure Raimondo d'Agiles e Bernardo il 
Tesoriere; e se il Tasso non li ricorda insieme con Procoldo e 
con Guglielmo Tirio, che cosa vuol dire, se non che egli non li 
aveva letti? 

Ecco le parole di Raimondo d'Agiles (Bong., II, pag. 178: 
« . . . . dum duae mulieres petrariam unam de nostris fascinare 
vellent, lapis viriliter excussus, mulieres carminantes cum tribus 
pueris allisit; atqne aniniahus excvssis, iricantationes avertit ». 
E Bernardo il Tesoriere scrive (Mur., VII, § 52): « Turchi ... re- 
teranas diias mcdefìcas mvlieres erocarunt, ut ipscnn petrariam 
suis carminihus accitis secum puellis tribus murum ascenderunt, 
et dum suas profanas incantationes inchoasseìit (miìYibile dicfu!) 
petraria ipsa lapidem ingentem emittens, iactum divina dirigente 
virtude, percussit maleficas, et ad terram collisis cadaverihus, 
infelices earuni animas inferis reddiderunt ». 

Nella lettera 82 il Tasso parla dell' intepidimento dello zelo 
religioso nei Cristiani gli ultimi anni della guerra, e a conva- 
lidare le sue parole ricorda solo Paolo Emilio e Roberto Mo- 
naco. Ora di quell' intepidimento di fede religiosa nei Cristiani 
accennano anche e l'arcivescovo Baldrico (IV), e Raimondo d'Agiles 
(BoNGARs., pag. 160-173), e Guiberto abbate (Bono., 523), e Marino 
Sanuto (Bono., 145) e l'anonimo pubblicato dal Mabillon (213-14); 
e, se il Tasso li avesse letti, certamente si sarebbe ricordato di 
essi. Ed il Tasso scrive che quell' intepidimento di zelo religioso 
nei Cristiani fu causa della loro vita scorretta e licenziosa e dei 
loro molti amori. Ora di questa loro vita scorrettissima e licen- 
ziosa nessuno dei cronisti parla più chiaramente, che l'anonimo 
autore dei Gesta Francorum, pubblicato dal Bongars. Sentite che 
cosa scrive (Bong., II, 560): « . . . . cam pì'imum Antiochiam venis- 



— 114 — 

sent, nullus modus, nulla temperantia^ nulla prorsus luxwiae 
frena fuerunt: verum fune gulae atque suprefluitati, omnique 
quod turpius est, scurrilitati incumbentes, omnia celestia atque 
terrena confundentes, sine aliquo Dei respectu bona terrae con- 
sumebant: hixuriae adeo dediti erant, ut praeter inhonestam et 
immundam concubinaricm, meretricumque pubblicarum impudi- 
cam societatem, de quibus cojiias ex omnibus mundi partibus ad 
eos confluxerat, omni pudore postposito invicem se ritu ferino 
commaculabant etc. etc. ». E se il Tasso avesse letto questa cro- 
nica anonima, io penso che certamente l'avrebbe ricordata, tanto 
più che, per convalidare le sue parole, ha bisogno di ricorrere 
ad una lettera, scritta molto tempo dopo i fatti che canta, del 
beato Giovanni da Catignano, la quale si trova in un volume di 
Prose Antiche Toscane W. 

Anche altri cronisti (Raimondo d'Agiles, Falcherio e Alberto 
d'Aix) parlano chiaramente di questa corruzione dei crociati: e 
nemmeno essi sono ricordati dal Tasso. 

Senza dubbio dunque il Tasso non avea lette tutte le cro- 
nache, che i critici ed i commentatori della Liberata ricordano 
qua e là nei loro studii e nei loro commenti, come se il Tasso 
le avesse lette. E alla stessa conclusione mena un altro fatto di 
non minore rilievo. 

Qua e là il Tasso nelle sue lettere parla di avvenimenti della 
guerra da lui cantata, e dice che egli li ha desunti dai cronisti, 
ma non indica da quali. Orbene, tutti questi avvenimenti sono 
ricordati nelle cronache da lui lette, e per nessuno di essi c'è 
bisogno di ricorrere ad altri cronisti. 

P. es. : egli scrive che le cronache parlano dell'apparizione 
delle anime, del fonte che sana le piaghe, della facilitai con cui 
i Cristiani si davano alle donne saracene, di molte mogli dei 
guerrieri. crociati che seguirono i mariti nell'Oriente, dei crociati 



(1) Vedi Collesiono dell'abate Isaac o Lettere del beato Don Giovanili Dallr 
Celle monaco vallcmbrosnno e d'altri, Firenze, 1720. La lettera ricordata dal Tasso 
(Li'tt.. I, pag. 145, nota) è la XIX di (juesta raccolta. 



— 115 — 

che rinnegarono la fede (lett. 60), della moglie e della figlia di 
Solimano di Nicea, cadute prigioniere dei Cristiani (lett. 57), e 
finalmente, nella lettera 82, aggiunge che tutto ciò che egli dice 
dell'ira di Rinaldo, della sedizione del campo o degl'incanti, na- 
sce da alcun seme dell'istoria. 

Ora io potrei dimostrare che di tutti questi fatti si accenna 
in Guglielmo Tirio, o in Roberto Monaco, o in Paolo Emilio, 
come per parecchi di essi ho già fatto vedere. Questo argomento 
convalida quanto io dico, che non è molto corretto l'ammettere 
che il Tasso leggesse tante cronache, oltre a quelle di cui egli 
ci lasciò ricordo nei suoi scritti. 

E per parecchie di quelle cronache vi sono argomenti di fatto 
più decisivi, i quali dimostrano che il Tasso non potè leggerle. 

La cronaca di Raoul de Caen fu pubblicata, il 1717, a Parigi, 
da Martene e Durand, i quali confessano di averla tratta dalla 
Biblioteca Gemhlacensi, e non si sa che copia di essa esistesse 
anche nelle biblioteche italiane. Or come il Tasso poteva procu- 
rarsela e leggerla? 

Anche la cronaca di B. Tesoriere fu pubblicata la prima volta 
dal Muratori. È vero che essa fu tratta dalla Biblioteca Estense; 
ma, se il Tasso avesse conosciuto quel manoscritto, lo avrebbe 
ricordato, come ricorda altri lavori favoritigli dal Duca (lett. 25). 

E che queste cronache fossero ignorate nel 1500, apparisce 
anche dal fatto che gli storici di quel secolo e del secolo se- 
guente non fanno mai menzione di esse. 11 Vossio, p. es., non 
ricorda né Raoul de Caen, né Bernardo il Tesoriere e nemmeno 
Tudebodi; e questi cronisti non sono nemmeno ricordati né dal 
Ludewig, né dal Dupin (^); e non li ricorda nemmeno il Pignoria 
nell'elenco di scrittori, che trattarono della prima crociata. 

Per la cronaca di Oderico Vitale, in cui si legge che la figlia 
del governatore di Antiochia cadde prigioniera dei Cristiani, e 



(1) Del Vossio vedi l'opera De historicis latinis; del Ludewig, Reliquiae mss. 
omnis aevi diplomatum ac monumentorum ineditortim, e del Dupin, Bibliot. des 
o.ul. ecclesiast. 



— Ito - 

da cui sarebbe venuta al Tasso la prima ispirazione di Erminia, 
vi è una prova chiarissima che il Tasso non l'aveva letta. Egli 
in una lettera del 12 marzo 1576 a Luca Scalabrino scrive (let- 
tera 57): « Trovo poi ne l'istoria, che la moglie e la sorella di 
Solimano di Nicea rimasero prigioni de i cristiani; si che, por- 
gendomi Nicea quell'occasione che non mi porge Antiochia, sarà 
forse meglio di fare Erminia sorella di Solimano », come fece 
poi nella Conquistata (VII, 38). Ora se il Tasso fosse stato ispi- 
rato da Oderico Vitale, cioè, se avesse saputo che la figlia del re 
di Antiochia cadde davvero prigioniera dei Cristiani, non avrebbe 
fatto di Erminia la sorella di Solimano; e probabilmente all'amico, 
che gli domandava ragioni del suo episodio, invece di scrivere 
come scrive, avrebbe addotto l'autorità del cronista, da cui era 
stato ispirato. E fa meraviglia come anche i commentatori, che 
mostrano di aver letto questo paragrafo di lettera del Tasso e 
la Conquistata, sostengano la derivazione di Erminia dalle affer- 
mazioni di quel cronista (i). 

Ed il bello è che, mentre tanti critici e commentatori si af- 
fannano ad illustrare i versi del Tasso con le pii!i disparate cita- 
zioni, non si danno poi la pena di leggere e ricordare quei pochi 
cronisti, che il Tasso confessa di aver letti. Il Mazuy, p. es., e 
dopo di lui quasi tutt'i commentatori della L/&^ra^a, mentre nelle 
sue note ricorda quanti più cronisti gli avvenne di leggere, non 
una sola volta fa il nome di Paolo Emilio e dell'abate Urspergense. 

Ed il silenzio sull'abate Urspergense non è un gran danno: 
il Tasso lo ricorda per una sola circostanza e di poca importanza 
(leti 57); e questo scrittore tedesco accenna fuggevolmente alla 
prima crociata, compiacendosi piìi di riferii'e portenti e di fare 
considerazioni sue, anziché di darci un racconto minuto e parti- 
colareggiato (■^). Ma il critico si sarebbe dovuto dare il fastidio 

(1) Gheninlini, M.izuy, Bertinafti, Sacchi, Fraliielli, Scartazzini, Galcazzi, 
Spagnotti, Falorsi. 

(2) (^nnnifU (I Lierhtht'nnìr althatis Urspcrqrnsis — Chronicum absolutissi- 
mum a Nino Assyriornm rege usqiie ad tempora Friderici II Imj). — Basileae, 
apud Potrum Pornani, 1569, pag. 229-285. 



— 117 — 

di leggere la cronaca di Paolo Emilio (i), ricordata più volte dal 
Tasso C^), il quale da essa attinse parecchie circostanze. 

E questa smania d'illustrare la Liberata con quante cronache 
della prima crociata oramai son venute in luce, ha fatto perdere 
di vista ai critici e commentatori il fine per cui scrivevano. In- 
vece d'illustrare i versi del Tasso nelle loro fonti storiche, questi 
critici e commentatori si son convertiti in giudici, ed hanno fatto 
notare quante volte il poeta, che ha seguito alcuni cronisti, non 
è stato conforme ad altri cronisti, di cui egli forse ignorò perfino 
l'esistenza (^). 

E questi commentatori e critici ora ci avvertono che la città 
di Nicopoli non corrisponde ad Emaus, come scrive il Tasso, il 
quale in ciò segui Guglielmo Tirio (4). Ora ci ammaestrano che 
il primo a scontrarsi coi Saraceni sotto Gerusalemme, non fu 
Gasto Biterrense, come scrive il poeta, il quale anche qui segue 
il cronista di Tiro (Vili, 25); ma fu Baldovino del Borgo, cugino 
di Goffredo, come si legge in Raoul de Caen O^). 

E, seguendo lo stesso Guglielmo Tirio, il Tasso scrive che la 
foresta fu indicata ai Cristiani da un uomo di Soria (Vili, G); che 
preposto ai fabbri per le macchine murali fu Guglielmo Ebriaco 



(1) Aemllius Paulus, De rebus gestis Frnncorum. Basileae, IGOl. 

(2) Vedi questo volume a pag. 81. 

(3) Volete sentire il Mazuy, che è forse il primo in questa schiera di cri- 
tici e che poi è ripetuto da molti di essi? Egii scrive: « Une indicible confusion 
historique domine la grande epopee du Tasse. Le poete n'est point borné à décrire 
le siége de Je'rusalem et les travaux qui s'y rattachent; ce siége, d'après la chro- 
nique, dura quarante jours à peine, et n offrii aucun e'pisode remarquable. Le 
Tasse a emprunté des faits qui avnient eu lieu antérieurement ; tei pjersonnage, 
qu'il nonime dans le de'nombrement de l'arme'e à Jerusalem, était riìort depuis deux 
ans à Nicée ou à Antioche ecc. ecc. ». E quindi continua: « Nous avons cherchc 
à rétablir les faits dans leur véritable place ». 

(4) « Est autem Necopolis civitas Palestinae : hanc dum vicus adhuc esset, 
sacer Evangeliorum liber appellavit Emaus » (VII, 24). E più innanzi :«.... inter 
se et praedictum mare habens castellum Emaus, quae postea dieta est Nicopolis » 
(Vili, 1). 

(5) Vedi MicuAUD, voi. I, lib. 111. 



— 118 — 

(Vili, 10); che Goffredo fu il primo ad entrare in Gerusalemme 
(Vili, 18); che il Signore di Nicea, cosi fiero contro i crociati, si 
chiamava Solimano (III, 1). Ed i critici e commentatori a dare 
sulla voce al Tasso, avvertendo che la foresta fu trovata da Tan- 
credi (i); che Gastone de Bearn e non l' Ebriaco fu preposto ai 
fabbri per le macchine murali (2); che in Gerusalemme i primi 
ad entrare furono un certo Engelberto e Litaldo (^'; che il si- 
gnore di Nicea, cosi fiero contro i crociati, si chiamava Davide 
e non Solimano, il quale invece era il padre di Davide (^). Osser- 
vano pure che Antiochia non fu data ai Cristiani da un certo 
Pirro, come scrive il Tasso seguendo Paolo Emilio (Bon., p. 126) e 
Roberto Monaco (ib., p.54), ma da un certo Emirfeirus od Emirferus, 
come scrivono Guglielmo Tirio (V, 11) e B. il Tesoriere (XXXIII). 

E quanto ai nomi dei Saraceni, il poeta stesso ci avverte che 
essi sono per la maggior parte finti, perchè non si leggono i veri 
nelle istorie, le quali, in quel che appartiene ai Saraceni, sono 
varie ed incerte e piene di tenebre (lett. 82). E queste parole di- 
cono chiaro che il Tasso, scrivendo la Liberata, non ebbe pre- 
senti le storie arabe. Male hanno fatto quindi ed il Mazuy ed 
altri commentatori a riferirsi ad esse. 

E tutte queste divergenze tra il Tasso ed i cronisti consultati 
dai critici, avrebbero dovuto ammaestrare questi critici che dun- 



(1) Lo scrive R. de Caen (§ 118 e 120); l'anonimo i:)nbblicato dal Mabil- 
lon ("pag-. 217-18) ed anche P. Emilio (pag. 117), 

(2) Vedi il capitolo precedente, pag. 100. 

(3) Lo scrissero Rob. Monaco (pag. 75); Baldrico di Dola i^pag. 133); Alb. 
Aquensi (VI, 17): Guib. Ab. (pag. 535); R. de Caen (§ 126); l'anonimo dei Gesta 
Francoruìii (Bono., I, pag. 27, e II, 575), ed altri. 

(4) Il Mazuy (da cui hanno ripetuto molti altri), notando la confusione tra 
Solimano e David, fatta dal Tasso, aggiunge : « Guillaume ile Tyr et toiis Ics 
nìUeurs Intima, ronfondant le jx're avec le fils, n'nnt fait mention que de So- 
limnn ». E se Guglielmo di Tiro e gli storici latini della prima crociata hanno 
fatta la stessa confusione, non è chiaro che il Tasso non s'ispirò che in essi? 
e che quindi non si possono chiamare in causa altro fonti per la parte storica 
del suo poema? 



— 119 — 

que il Tasso o non lesse quei cronisti, o non volle seguirli; ed in 
circostanze, in cui essi non si trovano d'accordo, si attenne ora 
all'uno ed ora all'altro, a suo piacimento. 

Il cronista, però, al quale il Tasso si attenne di più, è Gu- 
glielmo Tirio, che egli chiama mio storico (lett, 29), storico no- 
bilissimo (lett. 60): e ciò apparisce anche dalle frequenti citazioni, 
che fece di esso nelle sue lettere. E veramente la cronaca dell'Ar- 
civescovo Guglielmo è delle più ordinate, particolareggiate, pre- 
cise, che si abbiano di quel fatto (i\ 

Gli altri due cronisti, che il Tasso cita qua e là nelle sue 
lettere (Roberto Monaco e Paolo Emilio), non sono così minu- 
ziosi e diffusi come l'Arcivescovo di Tiro. Basti dire che dell'av- 
venimento principale cantato dal Tasso, l'assedio di Gerusalemme, 
se la sbrigano in una o due pagine, trascurando delle circostanze 
principalissime. Pure non si può dire che il Tasso non abbia at- 
tinto nulla da questi due cronisti. Da Paolo Emilio attinse, come 
vedremo, parecchie circostanze di quell'assedio, delle quali o non 
fa parola Guglielmo Tirio, o dà un racconto che al Tasso non 
parve di seguire. In Pv-oberto Monaco poi il poeta s'ispirò sopratutto 
per l'ambasceria di Argante ed Alete a Goffredo e per la batta- 
glia di Ascalona (2\ Per questa battaglia il cronista di Tiro è molto 
laconico: non scrive che un solo paragrafo (IX, 12); mentre Ro- 
berto Monaco dà di essa un racconto più ampio e più preciso. Ed 
abbiamo visto che il Tasso, per l'ultima battaglia del suo poema, 
che corrisponde a quella di Ascalona, non allontanò gli occhi da 
Roberto Monaco (^). 

Altro cronista, che il Tasso dovè leggere, benché non sia mai 
ricordato da lui, è Alberto Aquensi, che della prima crociata ci 
lasciò un racconto compiuto e molto particolareggiato. 



(1) Anche nella prefazione a la Recueil des Historiens cles Croisades ecc., è 
detto: « oììinium qui de sacris expeditionibus scripseruni facile princeps ». 

(2) Vedi il I voi. di quest'opera, pag. 63 e sgg., e pag. 309. 

(3) Sentite intanto che cosa scrive il Multineddu (pag. 206) : « .... la bat- 
taglia di Ascalona, avvenuta fra gli Egizi e i Cristiani e descritta ampiamente 
dai cronisti delle crociate, specialmente da Guglielmo di Tiro ». 



— 120 — 

Qua e là nel capitolo precedente ho detto che le citazioni, 
che di esso hanno fatto i critici, sono inopportune, poiché i punti 
della Liberata, per i quali è stato ricordato, si giustilicano be- 
nissimo nelle loro fonti con brani di cronisti, che il poeta aveva 
indubbiamente letti. Però in Alberto Aquensi vi sono delle cir- 
costanze, che invano si cercherebbero in altro cronista, e che si 
leggono nella Liberata. Se non si vuole quindi ammettere che il 
Tasso le abbia immaginato da sé, bisogna riconoscere che gli 
sono state suggerite da questo cronista. 

Per esempio, nel secondo assalto contro Gerusalemme, il poeta 
scrive che per opera dell'ariete il muro (XI, 39) 

ruinoso i fianchi 
Già fessi mostra all'impeto dei Franchi. 

E poco più giù {ibid., 51): 

Così la torre sopra e più di sotto 
L'impetuoso il batte aspro ariete; 
Onde comincia omai forato e rotto 
A discropir le interne vie secreta. 

Ora questa circostanza non si trova nei cronisti che il Tasso 
confessa di aver letti. Perciò i critici hanno rimandato al II de\- 
VEneide, dove si parla di Pirro che sfonda la porta della reggia 
di Priamo W. Ed il ricordo non è inopportuno, perchè, come Pirro 
da quella fessura vede (v. 483-85) 

domus intus et atria longa, 

Friami et vetoruni panelralia regum, 
armatosqne .... stantes in limine primo; 

cosi Goffi-edo da quel forame vede non solo le interne vie se- 
crete della città assediata, ma anche Solimano e Clorinda ed Ar- 
gante, che scendono per mettersi in guardia di esso. Non c'è dubbio 
quindi che il Tasso per la rappresentazione di questa circostanza 

(1) Hanno rimandato al li 6.e\VEnei(le per questo particolare il Birago, il 
Carbone, lo Scartazzini, il Novara, il Ferrari, lo Straccali, il Multineddu e lo 
Spagnotti. — Vedi il I voi. di quest'opera, pag. 255. 



- 121 — 

tenne presente il II deìVEneide. Ma ad immaginare questa pai-- 
ticolai'ità, secondo me, è potuto essere indotto da questo brano 
di Alberto Aquensi (VI, 10): « Inter lutee, ad augendam ruinam 
et stragern murorum allatus est praefatus aries horrendi pon- 
deris et operis, vestitus vimirieis cratibus. Qui viriute et inaesti- 
mabili virorum inundaUone impulsus, harhacanas, exteriores sci- 
licei muros, oppositos aequato vallo urbis, a viris arietem inipel- 
lentibus gravi impetu in momento com7ni?iuit aiqne deieoit ; et 
viam machinae ad inte^nores muros et antiquos aptavil, fora- 
meyique pergrande et horrendum, iam ad urbem peìHransiens, 
infregit ». Il poeta parla di muro forato e rotto ed il cronista 
parla di forame. Non voglio tralasciar di dire che anche in qualche 
altro cronista, non ricordato dal Tasso, si legge quella circo- 
stanza (1). Però, che al Tasso essa fosse suggerita da Alberto 
Aquensi, è confermato da altri punti della Liberata, nei quali il 
poeta non potè essere ispirato che dallo stesso cronista. 

Nel II canto il Tasso scrive che gli scacciati da Gerusalemme 
andarono ad unirsi ai Franchi in Emaus (55): 

Questi unirsi co' Franchi, e gi' incontrare 
Appunto il dì che in Emaùs entrare. 

Guglielmo Tirio di questo non parla. Scrive, sì, che ad Emaus 
andò ai Franchi un'ambasceria di quei di Betlem, e parla lunga- 
mente delle sevizie fatte dai Saraceni ai fedeli di Gerusalemme; 
ma della circostanza contenuta nei versi del Tasso neppure una 
parola (VII, 24). Così vero che il Beni, il quale non consultò per 
il suo lavoro che i soli Guglielmo Tirio e Roberto Monaco, scrisse 
(pag. 336-7) che quella circostanza è inventata dal Tasso, poiché 
« l'historia racconta che gli scacciati s'unirò no coi nostri nei 
borghi ». Alberto Aquensi invece scrive che gli scacciati da Ge- 
rusalemme andarono ad unirsi ai Franchi in Emaus, insieme col- 
l'ambasceria di quei di Betlem (V, 44): « Hospitalis denique Chri- 
stianis in eodem loco iuxta montana Jerusale-m cani universo 
exercitu, iam die advesperascente, legatio Catholicorum incolarum 

(Ij Gesta Francorum (in Bong., 575\ Raimondo d'Agu^ks (pag". 177-78). 



— 122 — 

urbis Dethelem Duci Godefrido innotuit, et praecipue illorum, 
quon Sarrace/tii suspectoa iraditionix In adrentu Christianoriun ah 
Jerusalern eiecerant, minas mortis adhuc inferentes ». Poiché è 
diffìcile che il Tasso si sia inventata questa circostanza, e poiché 
di essa non fanno parola i cronisti, che egli confessa di aver letti, 
non resta che ammettere egli l'abbia attinta dalla cronaca di Al- 
berto d'Aix IX 

E nel mio studio sulla Liberata mostrerò che parecchie altre 
circostanze al Tasso non poterono venire se non da questo cro- 
nista (2). Secondo me quindi, benché il Tasso non la ricordi, bi- 
sogna ammettere che egli avesse letta quest'altra cronaca. 

Più su ho detto che per alcune circostanze, mentre il poeta 
ricorda altri cronisti, non ricorda nemmeno Alberto d'Aix, e questo 
per me era argomento che non lo avesse letto (*^). Però se si pensi 
che i particolari, dei quali ho parlato, al Tasso non poterono ve- 
nire che dalla cronaca di questo vescovo d'Aix, bisogna ricono- 
scere ch'ei la dovè leggere, e non importa che non la ricordi 
insieme con altre. E lo stesso conchiuderei per i molti cronisti, 
ricordati dai critici e commentatori della Liberata, se essi aves- 
sero delle particolarità, le quali, mentre li avvicinano di piìi al- 
l'opera del Tasso, li allontanano dai cronisti che il Tasso confessa 
di aver letti. E se il Tasso lesse la cronaca di Alberto d'Aix, come 
nelle circostanze, in cui questo cronista differisce dagli altri e che 
sono nella Liberata, cosi dovè averla anche presente, insieme con 
Guglielmo Tirio e Paolo Emilio e Roberto Monaco e l'abate Ur- 
spergense, per tutta la parte storica del suo poema; e perciò io la 



(1) Vedi il cap. precedente a pag. 87 di questo volume. 

(2) Pag. 108-9 di questo volume, e pag. 283 del I voi. di quest'opera. An- 
che il nome Taiino (Taninn in Gugl. Tirio, VI, 23), secondo me, venne al Tasso 
da Alberto d'Aix (II, 37), come avvertì lo Scartazzini. 

(3) Potrei aggiungere che non lo ricorda nemmeno per l'episodio di Sveno, 
di cui Alberto d'Aix parla nel § 54, lib. Ili, o per il tempo che i Cristiani im- 
piegarono nel costruire le macchine guerresche, del qual tempo Alberto d'Aix 
parla nel § 3 del libro VI. Il Tasso per l'una e l'altra circostanza ricorda il 
solo arcivescovo Gujrliclnio. 



— 123 — 

cito nel mio studio, insieme con questi quattro cronisti, quando 
si tratta di qualche circostanza non ricavata da un solo di essi. 
ma contenuta in quasi tutti gli storici della prima crociata. 

Non voglio tralasciar di dire che qualche altro cronista ha 
una due circostanze non contenute in altri cronisti e che si 
leggono nella Liberata. Per esempio, Bernardo il Tesoriere rac- 
conta che, dopo il secondo assalto alle mura di Gerusalemme, fu- 
rono fatti ritirare gli egri e i languenti (§ LXX), come racconta 
il Tasso (XI, 87). Ma siccome tali circostanze sono facilmente im- 
maginabili, non mi pare necessario ammettere che il Tasso per 
esse abbia dovuto leggere le cronache, in cui sono contenute. 

Ed ora diciamo poche parole intorno agli altri autori, chia- 
mati in causa dai critici e dai commentatori della Liberata per 
giustificare la parte storica di essa. 

Molti hanno ricordato Benedetto Accolti, il quale scrisse in 
quattro libri la storia della prima crociata C^). 

Però il Tasso il 1587, quando già la Liberata andava per le 
stampe da un pezzo, scrive ad un amico di non averlo letto: 
« Confesso il vero: ho letto molte storie del passaggio d'oltramare; 
ma non aveva letto Benedetto Accolti; e non l'ho letto ancora, 
da poi che me l'ha mandato a donare » (lett. 813). 

Ora, come si può non tener conto di questa esplicita dichia- 
razione del poeta? Si aggiunga che l'Accolti non fa che copiare 
ciò che si legge in altri cronisti (2); ed io potrei dimostrare che 
tutte le volte ch'egli è ricordato quale fonte del Tasso, non fa 
che ripetere da Guglielmo Ti rio o da Roberto Monaco. Poiché il 
Tasso confessa di non averlo letto, era dunque giusto non ricor- 
dar lui, invece dei cronisti certamente letti dal poeta (^). 

(1) È stato ricordato dal Guastavini, dal Mella, dal Multineddu. 

(2) Vedi la prefazione dell'Accolti stesso alla sua opera. 

(3) Sentite intanto come scrive il Mazzuchelli {Scria. d'Ital.): « Questa è 
la storia, la quale servì a Torquato Tasso come di tema e di testo per comporro 
il suo poema ecc. » . Ed il Mazzuchelli ripete da Paolo Cortese, il quale aveva 
scritto {De horn. doctis; pag. 22, nota 1): « quibus etiam taniquam argomento no- 
bilissimi pormatis, vulgo il Goffredo. Torquatus Tassici vsks est. » 



— 124 — 

Una sola volta il ^lultineddu, riportando un brano della storia 
di lui, aggiunge che quelle parole si avvicinano più che quelle 
degli altri cronisti ai versi del Tasso. E le parole son queste (IV, 7): 
« His (legatis) est responswni: Duces ipsos dare leges non acci- 
pere consuesse, nec ideo arma induisse, ut ad nutum Regis Ae- 
gyptii ea deponant. Ergo eos velit rex aut nolit, more solito 
iter facturos, spem hahentes, Deum foederis teste m scaelerisque 
suorum hosiium ipsis in hello non defuturum ». Queste parole 
dovrebbero corrispondere alla risposta che nel II canto della Li- 
berata dà Goffredo ad Alete. Or si confrontino le parole dell'Ac- 
colti con quelle del Tasso, e si vedrà che tra esse non vi ha una 
sola idea che sia simile; e mi fa meraviglia come il Multineddu 
con tanta osservanza affermi il contrario. 

Se dunque il Tasso confessa di non aver letta la storia del- 
l'Accolti, e se in essa non vi è in nessun punto nessun particolare 
che la ravvicini alla Liberata più che le cronache, dalle quali il 
Tasso fu certamente ispirato, ragion vuole che, indagando le fonti 
della Liberata, essa si metta fuori discussione. E alla stessa con- 
seguenza mi mena l'esame della storia dell'Accolti confrontata con 
la Liberata. In essa mancano molte circostanze, che si leggono 
nel Tasso e nei cronisti, da cui sappiamo che egli attinse (i); e 
dove l'Accolti diverge da questi cronisti, il Tasso segue questi 

cronisti e non lo storico aretino (2). 

• 

(^1) L'Accolti parla dell'ambasceria ai Crociati di quei di Betlem, ma non 
deli' unione ai Crociati degli scacciati da Gerusalemme. Non dice il nome di chi 
primo si avvicinò in Gerusalemme, precedendo il grosso dell' esercito, ed attaccò 
l)attaglia coi barbari (il Casto di Guglielmo Tirioì. Non fa parola della colomba 
messaggiera ecc. ecc. 

(2) P. es., l'Accolti scrive che tra il primo ed il secondo assalto passò un 
mese; che i Cristiani smorzavano il fuoco, che era lanciato loro dagli assediali, 
con aceto: che Goffredo « comandò che molti soldati andassero alle mura e con 
fiaccole accese mettessero il fuoco nella paglia e nel fieno, che ei;^ dai nemici 
stato messo per difesa delle mura; ed essendo tal cosa subito fatta, ed il vento 
che allora soffiava, portando il fumo nel volto ai nemici, non potendo eglino re- 
starvi, abbandonarono quella parte dello mura... ». Secondo TAccolti, il duce degli 
Egizi nella battaglia di Ascaloiia si chiamava Clasdala, e non Emireno ecc. ecc. 



— 125 — 

Parecchi critici e commentatori della Liberata i^) hanno ri- 
cordato il Sabellico, un altro storico quattrocentista (1436-1508) 
della prima crociata. Non ignoro che il Tasso aveva letto il Sa- 
bellico, infatti lo ricorda in un suo dialogo (li, 324); ma a che 
rimandare a lui, quando ciò che scrive il Tasso è contenuto in 
libri, che egli certissimamente tenne presenti per la parte storica 
del suo poema? Tanto più che il Sabellico non lia particolari, per 
i quali, mentre si allontana dai cronisti letti dal Tasso, si accosti 
di più alla Liberata: egli non fa che ripetere brevemente quello 
che si legge in Guglielmo Tirio, e molte volte si riferisce al Pla- 
tina, a Flavio Biondo, ad Antonio Fiorentino, che ripetono in 
breve dai cronisti conosciuti. 

P. es., il Gentili, poi ripetuto da parecchi altri (2), ricorda il 
Sabellico per la colomba messaggiera del canto XVIll. Ho dimo- 
strato (•') che per quell'episodio il Tasso fu ispirato da Paolo Emilio. 
Il ricordo del Sabellico è quindi inopportuno. 

Il Carabà lo ricorda per la risposta data da Argante a Gof- 
fredo nel consiglio cogli ambasciatori di Egitto : « Hic vobis bel- 
lum, aut pacem porto : utrum libet eligite ». Ma queste parole si 
trovano quasi tali quali in Livio: « Hic, inquit, vobis bellum et 
pacem portamus ecc. ». A che rimandare ad un autore, di cui 
non sappiamo quanto il Tasso fosse studioso, quando tante prove 
abbiamo che il Tasso era studiosissimo di Livio? 

Il Falorsi rimanda al Sabellico per le querimonie dei Cro- 
ciati contro Goffredo e gli altri duci, alle quali il Tasso accenna 
nel III canto (64 e seg.), ed aggiunge che quelle querimonie dal 
Sabellico sono riferite al tempo dello assedio di Antiochia. Dal 
Sabellico! Ma tutt' i cronisti della prima crociata parlano del mal- 
contento dei fedeli contro i loro duci sotto le mura di Antiochia, 



(1) Gnastavini, Gentili, Birago, Carabà, Gherardini, NoA^ava, Galeazzi e Ca- 
merini. 

(2) Guastavini, Birago, Carabà, Gherardini, Novara, Camerini, Galeazzi, Fa- 
lorsi. 

(3) Vedi a pag. 101-2 di questo volume. 



— 12G — 

quando erano travagliati dalla sete e da tanti mali. Invece di ri- 
mandare al Sabellico, bisogna rimandare a quei cronisti, da cui 
fu ispirato ed il Tasso ed il Sabellico stesso. 

Ed il Mazuy rimanda ad un altro cronista, al Coffaro, geno- 
vese, il quale parla della flotta ligure, che sovvenne i Crociati 
od alla quale il poeta accenna nel canto I (st. 86 e segg.). Ma il 
CoflFaro non ha particolari che siano nel Tasso e che non siano 
nei cronisti da lui letti, Guglielmo Tirio e Paolo Emilio, a cui ri- 
mandano gli altri commentatori; perchè quindi ricordarlo? E poi.... 
il Coffaro fu pubblicato solo ultimamente, e non credo che il Tasso 
abbia potuto avere l'opportunità di leggere l'opera manoscritta 
di quello storico genovese. 

Lo stesso Mazuy, per la descrizione che il Tasso ci dà della 
torre mobile (XXIII, 41), rimanda a Vegezio (IV, 17). Si avverta 
però che Vegezio non è ricordato mai nelle prose del Tasso, e 
che di torri mobili si parla in tutt'i cronisti della prima crociata, 
specialmente in Paolo Emilio (pag. 136), come bene è avvertito 
dall'anonimo compilatore della nota pubblicata dal Solerti: da qui 
l'inopportunità della citazione del critico i^. 

Fra tante citazioni inutili, eccone una opportunissima. Dai 
più antichi commentatori ai piìi recenti, per tre o quattro parti- 
colari della Liberata, sono state ricordate le opere di Giuseppe 
Flavio, che il poeta stesso confessa di aver lette (lett. 532 e 817) 
e che ricorda più volte nelle sue opere C^); ed i critici si sono ap- 
posti nel fare questi ricordi. Però qualche particolare, che essi 
vogliono il Tasso abbia attinto da quelle opere, secondo me, non 
fu attiijito da esse: ed ecco perchè. 



(1) Quell'anonimo ricorda puro il Giustiniani (Agostino), il quale nel libro I 
dei suoi Annali Cnstifjntissiìni con la loro copiosa tavola della Repubblica di Ge- 
nova ecc. (Genova, 1537), parla dei Genovesi che presero parte alla prima cro- 
ciata, riferendosi a Guglielmo Tirio, e descrive la torre mobile costruita da essi 
per abbattere Gerusalemme, rimandando a Paolo Emilio (op. cit., pag. 28). Non 
vi è nessun indizio, dal quale si possa desumere che il Tasso avesse lotto questo 
cronista. 

(2) Prose Diverse. I, 458-59, 467, 479. - Leti.. II, 557; III, 199. 



— 127 — 

I critici e commentatori della Liberata sostengono che il Tasso 
attinse da Giuseppe Flavio la circostanza dell'avvelenamento dei 
fiumi vicino a Gerusalemme per parte dei Saraceni, nell' avvici- 
narsi dell'esercito crociato. Il Tasso di questa circostanza parla 
nella stanza 80 del 1 canto e 58 del XIII; e Guglielmo Tirio, ri- 
cordato da quasi tutt'i critici e commentatori della Liberata, non 
parla di questa circostanza: scrive solo che « clves, praecognito 
nostroriim adventu, ora fontium et cisteì^narum etc. obstruxe- 
rant » (Vili, 4). Paolo Emilio poi, ricordato dal solo Birago, scrive 
che tutte le fonti e i rivi intorno a Gerusalemme, all'appressarsi 
dell'esercito crociato, furono dai nemici corruptis obstructisve 
(pag. 135). — Che i Gerosolimitani gettassero del veleno nei fiumi 
all'appressarsi dell'esercito romano comandato da Tito, è^ raccon- 
tato da Giuseppe Ebreo; e niente di più facile quindi che il Tasso 
abbia attinto da esso quel particolare. Però non bisogna dimenti- 
care che in Lucano si parla pure di un esercito che soffre gli ef- 
fetti di un'arsura eccessiva (IV, 292 e segg.), e si dice che le acque 
dei fonti e dei fiumi erano state dal nemico avvelenate (319-20): 

O fortunati, fugiens quos barbarus hostis 
Fontibus immisto stravit per rura veneno. 

E poiché quest'episodio della Farsaglia fu presente al Tasso 
nello scrivere il suo episodio dell'arsura, come vedremo, da esso 
è potuto anche venirgli la circostanza di quell'avvelenamento. 

Giuseppe Flavio è stato anche ricordato (dal Beni e dal Bi- 
rago) per la descrizione, che il poeta ci dà di Gerusalemme. Ed io 
non voglio negare che la descrizione di Gerusalemme dataci da 
Giuseppe Flavio non abbia parecchie somiglianze con quella del 
Tasso; però questa quanto non è più simile a quella di Guglielmo 
Tirio! In principio il poeta, è vero, comincia quasi con le stesse 
parole dello storico ebreo (i): ma poi, mentre l'uno s'intrattiene 

(1) Il Tasso scrive: 

Gerusalem sovra duo colli è posta 
D'impari altezza, e vòlti fronte a fronte: 
Va per lo mezzo suo valle interposta, 
Che li distingue e l'un dall'altro monte. 



— 128 — 

SU certe circostanze (confini della città, a sud, ad est, a nord, ad 
ovest; aridità del sito dove sorge ecc.), l'altro discorre lungamente 
di altre cose. Se anche quindi il Tasso ebbe presente questa de- 
scrizione di Giuseppe nello scrivere, non si modellò sopra di essa, 
ma si modellò su quella del cronista Tirio, come a suo luogo ho 
fatto vedere (^. Già il Tasso stesso, nella lettera 28, ci avverte 
che per quella descrizione si lasciò guidarle da Guglielmo Tirio. 

E da quanto ho detto apparisce chiaro che poco opportuna- 
mente i critici hanno rimandato, per questa descrizione, a P. Emilio 
od a frate Brocardo, come fece primo il Guastavini. Se si tratta di 
altre descrizioni di Gerusalemme, si sarebbero potuti citare mille 
altri autori ; ma se si tratta della vera fonte della descrizione del 
Tasso, questa è Guglielmo Tirio, e tutte le altre citazioni sono 
inopportune ed inutili. Io ho voluto leggere molti dei viaggi in 
Terra Santa finora pubblicati (-); e potrei dimostrare che, se anche 
il Tasso ne conobbe qualcuno, non li tenne però presenti nello 
scrivere, ed anche per le descrizioni dei luoghi egli s'ispirò nei 
cronisti della prima crociata. 

Anche per ciò che il Tasso scrisse nel canto XI (st. 40) dei 
Saraceni, i quali, per i-endere meno dannosi i colpi di montone 
alle mura della città, frapponevano fasci di lana fra queste ed il 
montone, molti rimandano a Giuseppe Flavio. Ed il ricordo è op- 
portuno, ma non bisogna dimenticare che quel particolare è con- 
tenuto anche nelle cronache delle crociate. Però è tolta da Giu- 
seppe Flavio la circostanza che i Cristiani tagliavano con lunghe 
falci le funi, alle quali erano assicurati quei sacchi, benché quella 
circostanza si legga pui'e nei Gesta Francorum. 



10 GiiisrjijK; Flavio: « .... la città sorgeva i)iantala sopra duo poggi niirfintisi 
V \\n r altro, e divisi da una valle che li tramezza e in cui terminavano foltis- 
sime le abitazioni > . 

(1) Vedi il I voi. di quest'opera, pag. 133 e sgg. 

(2) Laurent, Pereyrinatores mcdii neri quntuor. Lipsiae, 1873. — Tjauhkxt, 
Mcfl. Tìiirtmnri Perf'f/rinnttn, — Capouu.ista Gabkiki.k, Jthicrorio (fi Trrra Stnitn 
f rlrl Monte Sinni. Perugia, .semn rloin. 



— 129 — 

E finalmente è stato ricordato anche Giuseppe Flavio per la 
grotta sotterranea, di cui parla il Tasso nel canto X (st. 29 e segg.), 
per mezzo della quale Solimano ed Ismeno si portano alla reggia 
del re Aladino. Qui la fonte del Tasso non potrebbe essere altra. 
Di questa grotta non si trova ricordo che in Giuseppe Ebreo; ed 
il poeta non fa che ripetere fedelmente ciò che si legge in esso. 
Che la grotta fu fatta edificare da Erode per avere un passaggio 
sotterraneo al tempio, se il popolo si ammutinasse contro di lui, 
e che ad essa dette il nome di Antonia dal nome dell'imperatore 
Antonio. Lo storico scrive {Ani. Jud., XV, 14): « Herodes liane 
quoque turrim munitiorem reddidit ad tutelam Templi, et in me- 
mof'iam amici sui Romanorwìn imperatoris Antonii, vocavit An- 
toniam... Caeterum rex intej^ alia Templi opera, etiayn cryptam 
fecit subterraneam, ab Antonia ferentem ad orientalem portam 
Templi, cui turrim etiayn imposuit, in eum usum, ut occulte illuc 
posset ascendere, si quid per tumultum contra regem vellet no- 
vare populus ». 

E per questa grotta il Mazuy rimandò anche a Tacito, il quale 
nel V libro delle sue Storie, parlando dello stesso assedio di Ge- 
rusalemme, di cui si occupa Giuseppe Flavio, fa cenno anche della 
grotta Antonia. Non mi pare possibile che il Tasso non leggesse 
Tacito, benché non sia mai ricordato nelle sue opere W- però non 
mi pare che l'avesse presente, scrivendo di quella torre. Di essa 
il grande storico latino cosi brevemente scrive (V, 11): « Alia 
intus moenia regiae circumiecta, conspicuoque fastigio turris An- 
tonia, in honorem M. Antonii ab Herode appellata ». Chi con- 
fronti queste parole e quelle più sopra riportate di Giuseppe Flavio 
coi versi del Tasso, non stenterà ad accorgersi che i versi del 
Tasso hanno delle circostanze contenute nelle parole dello storico 
ebreo e non del latino. 



(1) A Tacito i critici hanno rimandato per due altri punti della Liberata: 
per V orazione di Alete a Goffredo (canto II, 62 e seg-g.) e per la descrizione del 
lago Asfaltide (X, 61-62). Ma noi abbiamo visto (La Gerus. ecc., I, 66 e segg.), 
e vedremo che la citazione non è opportuna né per l'uno né per l'altro luogo. 
Se anche il Tasso lesse Tacito, non se ne giovò mai per il suo lavoro. 

9 



— 130 — 

Anche il Bugatto mi pare citato a proposito, ma per un solo 
episodio del poema del Tasso; ed in un'altra parte di questo lavoro 
dirò quale influenza abbia esercitata sulla concezione di esso (i), 

I commentatori ed i critici della Liberata hanno pure ricor- 
dato qua e là nei loro lavori Auberto Mirco, il Marcanzio, il 
Busbequio, il Baronio, Filippo Bergamasco, Andrea Morosini, Pie- 
tro Barzio, Gregorio Turanense, il Fulgoso, il Sigonio e forse 
qualche altro (^ . Comincio da qui che parecchi di questi autori 
devono mettersi fuori discussione, poiché pubblicarono le loro 
opere o quando il Tasso era morto, o quando aveva già terminato 
di comporre il poema. Il Baronio, p. es., visse dal 1558 al 1607, 
e gli Annali Ecclesiastici, a cui si rimanda, furono cominciati a 
pubblicare il 1588. Il Barzio visse dal 1565 al 1629; ed Andrea 
Morosini, dal 1550 al 1618. — Nelle opere degli altri poi io potrei 
dimostrare che non vi sono tali circostanze da indurre che il 
Tasso le abbia avute presenti a preferenza dei sei cronisti, di 
cui ho dimostrato che il Tasso indubbiamente si servi per il 
suo lavoro. Il Fulgoso, p. es. '^), non dice più di quanto si legge 
in Guglielmo Tirio, a cui egli stesso si riferisce (4). Mi fa mera- 
viglia come si sia tirato in causa il Busbequio, il quale non rac- 
conta che le sue ambascerie in Oriente, da cui il Tasso poteva 
ricavare poco o nulla per il suo lavoro. E poco o nulla di Gof- 
fredo, di Roberto di Normandia e della prima crociata dicono 
Auberto Mirco, il Marcanzio e Carlo Sigonio in confronto di ciò 
che si legge nei cronisti certissimamente letti dal Tasso. A che 
dunque rimandare ad essi? 

E dirò ora poche parole sui geografi, da cui il Tasso attinse 
delle notizie per il suo poema. 



(1) Vedi il II voi. di quest'oliera al cap. IV. 

(2) I primi tre sono ricordati dal Pignoria. Gli altri quattro da Matteo Fer- 
chie da Veglia. Il Fulgoso è ricordato dal Birago ed il Sigonio dal Mella. 

(3) Bapt. FuLooai, De dictis factisque ìnemordòilibus collectanea. Med., 1509, 
lib. I, cap. VI; IV, IV e V; UT, ^^I; VI, V. 

(4) Lib. I, cap. VI. 



— 131 — 

Sono stati ricordati C. Tolomei, Strabone, Plinio, Pomponio 
Mela, Solino, Cadamosto e Lodovico Romano. E dei primi quattro 
il Tasso stesso fa parola nelle sue prose 0); e di Strabone esiste 
un'edizione postillata dal poeta in ciò che appartiene all'Egitto ed 
all'Asia Minore (2). E basterebbe questo fatto per attestare che il 
Tasso di Strabone si dovè specialmente valere per il suo poema; 
però, chi confronti la Liberata con la Geografìa di Strabone, vede 
la sua supposizione mutata in certezza. Nella Liberata il Tasso 
non fa che ripetere nei minimi particolari ciò che aveva scritto 
il grande geografo di Amasea. 

Ed in due punti della Liberata sopratutto si vedono le co- 
gnizioni geograflche del Tasso : nel canto XV, descrivendo il viaggio 
di Carlo ed Ubaldo per la reperizione di Rinaldo; e nel canto XVII, 
facendo la rassegna dell'esercito egizio. E nell'uno e nell'altro 
punto, ricordando tanti luoghi, il Tasso li accompagna delle prin- 
cipali circostanze, di cui aveva fatto parola, prima, il suo geo- 
grafo. 

P. es., nel canto XV, parlando di Gaza, egli scrive (X, 3-6): 

E tosto a Gaza si trovò vicina, 
Che fu porto di Gaza anticamente; 
Ma poi, crescendo de l'altrui ruina, 
Città divenne assai grande e possente. 

E Strabone aveva scritto (XVI, li): « Dopo, il porto dei Gazei; a 
sette stadi più sotto evvi una città che domina questo porto, già 
celebre in altri tempi; ma fu poi rovinata da Alessandro e rimase 
deserta ». Le parole del poeta ripetono quelle del geografo. 



(1) Strabene è ricordato in Dial.. Ili, 44, 303; Prose, I, 78, 80, 130, 163, 
186, 234, 453, 475, 480 ; Leti., I, 224-25. — Tolomeo, in Dial, III, 45, 300, 301, 
304; Leu., I, 224-25. — Plinio, in Dial., Ili, 303, 344, 369, 372, 394, 396, 407, 
408; Leti., I, 224-25. — Pomponio Mola è ricordato uell'inventai'io dei libri che 
il Tasso raccomandava al padre Niccolò degli Oddi, partendo dalla Toscana il 
1590 (Leti., voi. IV, pag. 311). 

(2) Vedi Virginio Pkinzivalli, Jl Tasso n Roma, pag. 193. 



— 132 — 

Ed anche nella prima stanza del canto XVII il Tasso ripete 
della medesima città ciò che si legge nello stesso geografo, dal 
quale attinse pure le notizie sui confini e sui caratteri fisici del- 
l'Egitto, contenute nelle stanze IV, V, VI, XUl e XIV del canto XVII 
(vedi Strab., lib. XVII). Il geografo ricorda pure le città di Ci- 
rene e di Siene, di cui parla il Tasso, e fa menzione dei re di- 
scesi da Tolomeo. E molte altre notizie, tolte dallo stesso geo- 
grafo, si leggono nelle ottave di questo XVII canto, dalla XV 
alla XXIII(i). 

E, dopo Gaza, facendo continuare il viaggio ai due messag- 
gieri, il poeta scrive (st. XV): 

E in un momento incontra Raffia arriva, 
Città la qual in Siria appar primiera 
A chi d'Egitto move; indi a la riva 
Sterilissima vien di Rinocera. 
Non lunge un monte poi le scopriva 
Che sparge sovra '1 mar la chioma altera, 
E i pie si lava ne l'instabil onda, 
E l'ossa di Pompeo nel grembo asconde. 

E queste circostanze sono contenute tutte in Strabone, il quale 
scrive, e che, dopo Gaza, s'incontra Raffia, e che dopo si viene 
a Rinocera, e che non lontano da essa sorge il monte Casio (il 
Tasso non dice il nome del monte), dove sono sepolte le ossa di 
Pompeo. Che più? Perfino gli aggettivi il Tasso ripete da Stra- 
bone; e prima Strabone aveva scritto che il territorio di Rino- 
cera è sterile, ed anche Strabone aveva parlato dell' ms^aMi onrfg 
di quel mare. E cosi potrei continuare a dimostrare che il geo- 
grafo aveva scritto prima ciò che il poeta dice poi del Nilo e 
delle sue bocche {Gerus., XVI, 1-4; Strab., XVII), di Alessandria 
[Gerus., XVI, 5-6; Strab., XIII e XVII), di Faro {Gerus., XVI, 
7-8; Strab., I e VII), dell'Africa, sul mar eulta e ferace, e dentro 
piena di mostri ed infeconde arene {Gerus., XVII, :ì-i; Strab., 



(1) Gerus., XVU, 15-1, 4 e 18; Stkab , lib. XVII. — (ierus.. XVII, st. XX o 
XXI; Stuab., lib. XVI. — (ierux.. XVII, st. XXIV; Strab., principio del libro XVII. 



— 133 — 

II, cap. lY), di Cirene e delle sue cinque città {Gerus., XVII, 5-6; 
Strab., XVII, II) ecc. ecc. (i). 

Tutte queste notizie però si trovano anche in Plinio, ma da 
molti particolari apparisce che il Tasso ebbe più gli occhi a Stra- 
bene che a Plinio; meno per ciò che scrive dello stretto di Gi- 
bilterra, dove il poeta copia dal geografo latino ^2), e meno forse 
anche per ciò che scrive della Tingitana (Gerus., XXI, 5-8; Pli- 
nio, lib. V, 1). 

Ed allo stesso Plinio il Tasso pensò, scrivendo pii^i volte delle 
isole fortunate. Di queste isole Strabone dice pochissimo, mentre 
Plinio dice di esse tutto ciò che il poeta poi ripete nelle sue 
lettere: che sono disabitate (Tasso, Lett., 132; Plinio: « nullis 
oedificiorum vestigiis »); che vi è uno stagno (Tasso, Lett., 134; 
Plinio: « liahere in montihus stagnum.... »); che una di essa è 
piena di lucerte (Tasso, Lett., 197; Plinio: « lacertù grandibus 
refertmn »), e ad essa il Tasso dà il nome di Lacertaria, mentre 
Plinio la chiama Capitaria. E forse anche allo stesso Plinio il 
Tasso pensò per fare che il monte, su cui è il castello di Armida, 
sia coperto di neve, attraversato da ogni specie di animali, e sulla 
sommità abbondante di frutti e di uccelli. Plinio aveva scritto che 
una delle isole fortunate è detta Ninguaria, poiché piena di neve 



(1) In questo senso devono essere rettificate le cose che io scrissi a pag. 267 
del I voi. di quest'opera a proposito delle notizie geografiche della Liberata. 

(2) Plinio scrive (proem., lib. Ili): « Proximis autem faucibus utrimque montes 
coercent claustra. Abyla Africae, Europae Culpe, laborum HercuUs metae. Qua-m 
ob causayn indigenae columnas ejus Dei vocaìit, creduntque perfos.^as rxclusa antea 
admissa maria, et rerum naturae mutasse faciem ». Ed il Tasso (c. XV, st. XXII): 

Son già là dove il mar fra terra inonda 
Per via ch'esser d'Alcide opra si finse; 
E forse è ver ch'una continua sponda 
Fosse, ch'alta ruina in due distinse. 
Passovvi a forza l'oceano ; e l' onda 
Abila quinci, e quindi Calpe spinse; 
Spagna e Libia partio con foce augusta: 
Tanto mutar può lunga età vetusta; 

e in quest'ultimo verso si sente anche la considerazione che fa Plinio. 



— 134 — 

continuamente {in conspectu earum esse Nivariam, quae hoc no- 
men accepit a peì^petua nive, nebulosam); che tutte esse sono 
infestate da bestie, le quali di continuo si corrompono {infestari 
eas belluis, quae expellentur adisdue, putrescentibus), e che ab- 
bondano d'ogni specie di frutta e di uccelli {cum autem omnes 
cop>ias pomarum et avium omnis generis abundat). Per una sola 
circostanza il Tasso ebbe presente Pomponio Mela; per la circo- 
stanza, che in una delle dette isole vi è la fonte del riso (Pomp. 
Mela, lib. Ili, § 10), della quale non fanno parola né Strabone, 
né Plinio, e che è ricordata anche dal Petrarca (Lett., I, pag. 134), 
Ed insieme con Plinio e Pomponio Mela ^i), il Tasso dovè aver 
presente Alvise Da Mosto nel descrivere le isole fortunate, come 
prima notò il Guastavini. Il Tasso, certo, dal grande navigatore ve- 
neziano apprese che quelle isole sono sette (XLI, 6); che fra Tuna e 
l'altra intercede quasi lo stesso spazio (XLI, 3-4); che hanno mon- 
tagne altissime, una delle quali, quella di Taneriffe, é a modo di 
diamante e continuamente arde (XXXIII e XXXIV). Ed anche la 
circostanza, contenuta nel secondo verso dell'ottava XLIII, secondo 
me, venne al Tasso dal Da Mosto. Il Tasso scrive che i tre na- 
viganti vedono il monte. 

Quando ogni nuvol giù n'era rimosso; 

e il Da Mosto aveva scritto: « e vedesi con tempo chiaro un gran- 
dissimo cammino ». Vi sono tante somiglianze tra il poeta ed il 
navigatore, che non si può mettere in dubbio che l'uno abbia 
attinto dall'altro. E da un altro navigatore, Lodovico Romano, 
il Tasso aveva attinto parecchie notizie per la rassegna delle 
genti egizie, come feci notare nel primo volume di quest'opera, 
a pag. 274 (2). 



(1) Il Mazuj', per giustificare queste reminiscenze di Plinio nel Tasso, scrisse 
che Plinio, noi secolo XVI ed anche nel medioevo, per la storia natiu'ale era un 
oracolo sacro, come Aristotele per la fisica e Tolomeo per l'astronomia. 

(2) Ed Alvise Da Mosto (Aloisio Cadamosto) e Lodovico Romano erano molto 
letti nell'età del Tasso : sono anche ricordati da Simon Founari nella sua Sposi- 
tioìic sopra l'Orlando Furioso (pag. 308 della I parte e 363 della II parte). 



— 135 — 

E sono questi i geografi, ai quali il Tasso s'ispirò per il suo 
poema. Io quindi nell' indagare le fonti di esso e nell' illustrarlo, 
non ricorderei né Tolomeo, né Solino e nemmeno Pomponio Mela. 
Il libro dell'uno é un'enumerazione cosi scarna, che non poteva 
offrire nessun particolare al poeta. L'altro non solo non è ri- 
cordato mai dal Tasso, donde l'induzione che egli non l'abbia 
conosciuto; ma in più punti non ha quei particolari, che sono 
in Strabone ed in Plinio ed anche nella Liberata, ed anzi qualche 
volta è in disaccordo dell'uno e dell'altro geografo e quindi an- 
che del Tasso. Per dirne solo qualcuna, mentre il Tasso, sulla 
fede del Da Mosto, scrive che le isole fortunate sono sette (e. XV, 
st. XLI), Solino invece scrive che sono tre (cap. XIV), e Plinio 
aveva scritto che sono sei (IV, 36). — Quanto a Pomponio Mela, 
meno la circostanza di cui più innanzi ho parlato, io son si- 
curo che il Tasso non se n'é servito per il suo poema: la trat- 
tazione di Pomponio Mela é cosi succinta, che il Tasso da essa 
non poteva avere se non le notizie generali, che sono anche in 
Strabone ed in Plinio. — 

E qui mi pare il luogo di discutere se il Tasso si servisse, 
per la composizione della Liberata, di un altro libro, ricordato 
dai più antichi ai più recenti commentatori per qualche punto 
di essa. Intendo parlare della Storia delle genti settentrionali di 
Olao Magno (i'. Il Tasso ricorda questo libro in molti punti delle 
sue prose (-); ed è dimostrato che si servì di esso per il Toì^ri- 
smondo (3). A me però non pare che si sia servito di esso anche 
per la Liberata, come vogliono parecchi W; ed ecco perché. 



(1) Olai Magni, Gentium septeìitrionalium Historiae bretiarum. Di quest'opera 
si ebbe una traduzione italiana il 1561, che il Tasso potè consultare : Olao Magno, 
Storia dei costumi dei popoli seti. trad. da H. Fiorentino. In 8.°, Vinegìa, Bin- 
doni, 1561. 

(2) Leti., 80, 632, 643, 645, 683. — Dial.. I, 57, 293, 319; DI, 394. 

(3) GiGAS E., Eìi nordisk Tragedie af en italicnsh Klaissiker Saertrih af 
4Ì\^ordish tidskrift for filologi, Ny raekhe, VII. 

(4) Glastavini, Discorsi ed Ann., pag. 251. — Solerti, Yita del Tasso, pag. 513 
e nota 1. — Osteehage, Erlduterungcn ecc., pag. 15. — Multiseddu, Le fonti ecc., 
pag. 155. 



— 136 — 

Il Tasso ricorda la prima volta il libro di Olao Magno il 23 
di giugno del 1576, scrivendo a Scipione Gonzaga; e lo ricorda 
con queste parole: « ma fra questi miracoli (quelli del XIV canto) 
non ìiumero l'abitazione sotterranea (del mago naturale), perc'ol- 
tre che chiara è l'allegoria, e' altro non è abitar sotterra che il 
contemplar le cose che ivi si generano; qual miracolo è -questo 
così grande? Ed io ho letto ne l'istorie gotiche, novamente, cosa 
che a questa mia invenzione s'assomiglia » (lett. 80). Dalle quali 
parole apparisce che il Tasso, il 1576, quando tutta la Liberata 
era terminata di comporre, aveva letto novamente, cioè, recen- 
temente, come bene spiega il Guasti, il libro di Olao Magno; 
quindi questo non aveva potuto avere alcuna influenza sul poema 
composto prima. 

Si potrà obiettare: ma il Tasso, benché lo ricordi solo il 
giugno del 1576, aveva dovuto leggere anche prima il libro di 
Olao Magno, se di esso si servì nel Torrismondo, il quale fu co- 
minciato il gennaio del 1574, come vuole il Serassi, o sulla fine 
dell'anno precedente, 1573, come vuole il Solerti (i). Però anche 
allora il poema era già agli ultimi canti T^); quindi il Tasso non 
se ne potè servire per il canto XIV, per il quale si ricorda. Ma 
v'ha di più. Il Tasso, nel brano di lettera da noi riportato, ricorda 
Olao Magno a conferma di quanto aveva immaginato lui per l'abi- 
tazione sotterranea del mago naturale, e non quale fonte di questa. 
Per l'abitazione sotterranea il Tasso fu ispirato dal libro IV delle 
Georgiche, come vedremo, condotto a quell'imitazione dall'alle- 
goria: è quindi li inutile il ricordo del libro dell'Arcivescovo di 
Upsal. Il Tasso avrebbe potuto anche valersi del lavoro di Olao 
Magno per parecchi altri fatti prodigiosi da lui immaginati della 
Liberata, e per fatti prodigiosi egli ricorda molte volte quel la- 
voro. Però, poiché lesse quel libro quando la composizione della 
Liberata era molto innanzi, anche quindi per questi altri fatti 
quella lettura, secondo me, fu senza alcuna influenza. 



(1) Skrahsi, Yitn. I, 254; II, 181. — Solenti, Vi^^ pag. 512. 
(2Ì Vedi la lettera 17 della Jinrr/iltti del Guasti. 



— 137 — 

Di un altro libro però si sente l'influenza in parecchi punti 
della Liberata (0: della Historia della Casa d'Esfe del Pigna, che 
egli ricorda come esistente fra' suoi libri {Leti., II, pag. 168) e in 
lode della quale scrisse il sonetto: « Questa stirpe real ». — Ed 
io potrei dimostrare, e l'hanno fatto già i commentatori della 
Liberata, che il Tasso ripete persino gli errori dello storiografo 
di quella famiglia C-^). A proposito del qual libro il Multineddu 
prende uno degli svarioni più madornali, affibbiandolo anche al 
dottissimo ed oculato prof. Rajna (pag. 187): che di esso si era 
valso anche l'Ariosto. Bastava pensare che la storia del Pigna fu 
pubblicata la prima volta il 1570, quando il Furioso contava già 
54 anni di vita pubblica, e l'Ariosto era morto da ben 37 anni. 



(1) Canto X, 75 e sgg., e X\TI, 57 e sgg. — . 

(2) Mella, Carbone, Novara, Scartazzini, Francesia, Bicci, Spagnotti, Falorsi 
e sopratutto Ferrari. 



CAPITOLO VII. 

Precursori del Tasso, e sopratutto di Pier Angeli da 
Barga. — Mutua influenza del poema dell'Angeli e 
di quello del Tasso. 



Oltre ai libri, che gli dessero il fondamento storico del suo 
lavoro, il Tasso dovè aver curiosità di leggere quello che si era 
scritto da altri autori intorno a Goffredo Buglione ed alla prima 
crociata. Però ben poco in Italia e fuori dell'Italia si era scritto 
su quell'importante guerra. In Francia ne aveva trattato l'ignoto 
autore de La Chanson du Chevalier au Cygne, l'altro de La Chan- 
son des Chètifs, e di essa si occupava il poema Antiochie o di 
Jérusalem. In provenzale poi se n'era occupato Grégoire de Bé- 
chada, il cui lavoro non è pervenuto a noi. 

Quanto a La Chanson du Chevalier au Cygne, chi abbia letto 
il poemetto francese, ricordando la Liberata, si sarà accorto che 
fra l'uno e l'altra non v'è relazione di sorta. Il poemetto fran- 
cese è un tessuto di favole, dove appena lontanamente si parla 
di Goffredo Buglione, e, per dirla con l'Hippeau, il quitte la scène 
au moment où la legende doit faire place à l'histoire. La Geru- 
salemme invece è un poema essenzialmente storico, dove, assieme 
a quelli di altri eroi, sono ricordati i fatti gloriosi di Goffredo. 
Quale relazione hanno quindi essi? 11 poema francese, secondo 
me, non fu letto dal Tasso, o fu senza alcuna influenza sul- 
l'opera di lui. E lo stesso sostiene il Mazuy, il quale, parlando 



— 139 — 

di poesie francesi che cantano le crociate del sec. XI e seguenti, 
conchiude: « Le Tasse n'a pas puisé dans ces sources: il a suivi 
la chronique » 'i^ 

Lo stesso Mazuy nella stessa nota, ricordando un altro lavoro 
francese su Goffredo Buglione, che si conservava manoscritto 
nella Biblioteca Reale di Parigi, scrive che è « la chy^onique de 
Guillaume de Tyr ou d'Albert d'Aix, rimée par le trouvère: il 
a tonte apparence que ces vers ètaient rècitès de chàteau en dia- 
teau par les troubadours qui les accompagnaient de leur musi- 
que monotone ». E conchiude: « Ce poème, que nous avons par- 
couru avec attention, ne contieni aucun épisode qu'on piasse rap- 
procher de V epopee du Tasse ». 

Quanto al poema Jérusalem. il D'Ancona notava che alcune 
parole di esso, dove sono descritti i crociati che si appressano 
alla città di Gerusalemme, fanno ricordare di alcune ottave del 
Tasso (canto III, in principio). Ma mi pare sufficientemente di- 
mostrato che quelle ottave del Tasso son quasi traduzione di al- 
cune parole delle cronache (-): non è quindi il caso di ricorrere 
ad altre fonti, più lontane e meno probabili. 

Per dimostrare poi che il Tasso conobbe il poema dei Cliè- 
tifs, lo stesso D'Ancona, ripetendo un'osservazione di Paulin Pa- 
ris, aveva sostenuto la derivazione da esso di una situazione del 
canto XII della Liberata. A me pare di aver dimostrato che si- 
tuazioni, simili a quella ivi trattata dal Tasso, sono frequenti nei 
nostri poemi cavallereschi (3>: nemmeno qui quindi è il caso di 
ricorrere a libri, di cui il Tasso forse ignorò perfino l'esistenza. 



(1) Nota ultima alla Liberata tradotta e commentata da lui. 

(2) Vedi il mio lavoro La Gerus. Liber. studiata nelle sue fonti, pag. 80-81. 
Ed anche il mio lavoro Sulle fonti ecc., I, 99 e sgg. Ed il Paelageeco, Studii 
sul Tasso, pag. 93-94, nota. 

(3) Sulle fonti ecc., Il, 84 e sgg. — Il Multineddu nel suo Studio ripete 
le osservazioni mie (Le fonti ecc., pag". 134). E fa meraviglia come, dopo tante 
discussioni, ancora s'insista sui Che'tifs quali fonti dell'episodio di Clorinda » 
(vedi un articolo di G. B. Pkllizzaiìo in FanfuUa della Domenica, anno XXV, 
n. 16 del 19 aprile 1903). 



— 140 — 

E si noti : se gli episodi ricordati dal D'Ancona avessero qualcosa 
di speciale a quello del Tasso, non si dovrebbe aver difficoltà ad 
ammettere quella derivazione; ma poiché questi caratteri pecu- 
liari mancano, ed anzi poiché é quasi certo che il poeta sia stato 
ispirato da altri, come vedremo, non mi pare molto fondato la- 
sciare il certo per appigliarsi all'incerto ed al probabile. 

Il 1876 il Meyer pubblicava nella Romania un altro racconto 
in versi francesi della prima crociata <^). Dalla partenza dei fedeli 
dall'Europa, anzi dal concilio di Clermont, sino alla battaglia di 
Ascalona, tutt'i fatti principali di quel grande avvenimento in 
questo poema sono fuggevolmente ricordati; e fuggevolmente, in 
un solo frammento {cinquième morceau), è trattata la materia, che 
forma argomento del poema del Tasso. Questo poemetto francese 
dunque non può aver molti punti di contatto col nostro maggiore 
poema epico; e ciò anche per un'altra ragione. L'anonimo autore 
di esso non si fonda che sulla Historia HierosoUmitana del Bau- 
dri, come acutamente dimostra il Meyer; e noi abbiamo veduto 
che la cronaca del Baudri non ha delle circostanze, per le quali 
bisogna ammettere che il Tasso l'avesse conosciuta (2). Chi legga 
quest'altro racconto della prima crociata e lo confronti con la 
Liberata, si accorge agevolmente che fra l'uno e l'altra non vi è 
nessuna relazione. 

Secondo me, dunque, il Tasso difficilmente conobbe i lavori 
francesi sullo stesso argomento da lui preso a trattare. Anche il 
Canello scriveva che « è per lo meno assai dubbio se il Tasso 
abbia nemmeno conosciuto taluno degli antichi poemi francesi 
sulla prima crociata ». E poiché nella Conquistata si accenna alla 
favola di Elia, avo materno di Goffredo, trasformato in cigno 
(XI, 105), il critico propende a credere che quella favola il Tasso 
l'abbia appresa, più che dalle canzoni francesi, dalle cronache 
latine e volgari su Goffredo; ed a convalidare il suo asserto ri- 



(1) Un récit cn vers frarK^ais de la prrmirre Croisode fonde sur liaudri de 
Boitrf/euil. Romania. Paris, 1876. 

(2) Vedi il cap. V e VI di <|nosto volume. 



— 141 — 

corda alcune parole di Guglielmo di Tiro (^). E questo è ripetuto 
anche dall' Hippeau C^). E se si potesse provare, come però è pro- 
babile, che il libro francese, di cui il Tasso faceva ricerca tra il 
1586 e il 1587, è proprio questa raccolta di chansons, dove si 
tratta della prima crociata, resterebbe dimostrato che egli, du- 
rante la composizione della Liberata, non potè ispirarsi in quei 
primi cantori di Goffredo Buglione (^), 

Ed un'altra specie di lavori il Tasso dovè aver desiderio di 
leggere. Fu credenza nel medio-evo che Carlomagno, fin dal se- 
colo Vili, avesse liberato una prima volta il sepolcro di Cristo 
dalle mani degl'infedeli, e a questo fatto accennarono anche molti 
nostri prosatori e poeti (4), e di esso il Tasso fece menzione nella 
Conquistata (Vili, 55 e segg.). Ora da questa credenza fu ispirato 
Michele Bonsignori a scrivere un poema, che fu pubblicato la 
prima volta il 1521, e la seconda volta il 1531. Questo poema ha 
per titolo : « Libro primo de Argentino : nel quale se tratta della 
liberazione di Terra Santa fatta per Carlo Mano ed Argentino 
figliuolo di Rinaldo di Montalbano ». La prima volta fu pubbli- 
cato a Parigi, la seconda a Venezia (^). Però non credo che il 
Tasso r avesse letto, sia perchè di esso non si trova nessuno ac- 
cenno nelle sue opero, sia anche perchè questo lavoro fu ignoto 
ai più nel 1500. Di un altro lavoro, che tratta lungamente della 
liberazione di Gerusalemme per opera di Carlomagno, egli però 
dovè aver conoscenza, de / TriompM di Carlo di Mes. Francesco 
Dei Lodovici, venuti in luce a Venezia il 1535. E dico che egli 
dovè aver conoscenza di questo lavoro, anche perchè in esso è 



(1) U. A. Casello, Il Cinquecento, pag-. 142. 

(2) La Chanson du Chev. au Cygne. Introd., pag. III. 

(3) U. A. Casello, op. e loc. cit. 

(4) Bocc, Amor. Vis., XI, 20-25. — Pulci, Morg., XXV, 98 o XXVII, 192. — 
In due edizioni delle Yite di Plutarco in latino vi è una Vita di Carlomagno, 
iu latino anch'essa, scritta da Donato Acciaiolo; e in essa si racconta dell'im- 
presa di Terra Santa compiuta da Carlomagno. 

(5) Vedi Melzi e Tosi, Bibliografia ecc. — Haym, Bibliot. Hai., voi. II. 



— 142 — 

ricordato con lode più volte il nome del padre (i), e mi pare dif- 
fìcile che un Aglio, cosi tenero della gloria paterna, com'era Tor- 
quato (^2), non si desse premura di conoscere ciò che si era scritto 
intorno a lui. Però appena qua e là nella Liberata vi è qualche 
situazione o qualche immagine, che faccia pensare a Francesco 
dei Lodovici. Il lavoro dello scrittore veneziano potè dunque solo 
concorrere a far determinare il Tasso sulla scelta dell'argomento 
del suo poema. 

Ed ora veniamo a quelli, che in Italia facevano o pensavano di 
far materia di poesia l' impresa della prima crociata. Il primo fu 
il novarese G. M. Cattaneo, vissuto nei principii del secolo XVI : 
è ricordato dal Tiraboschi, il quale si riferisce al Cotta, al Gi- 
raldi ed al Giovio. Però si hanno cosi poche notizie del lavoro 
del Cattaneo, che, mentre dalle parole di alcuni apparirebbe che 
egli scrivesse il suo lavoro in ottava rima, dalle parole di altri 
apparisce che egli lo scrisse in versi latini. Poiché del lavoro del 
Cattaneo difficilmente ebbe notizie il Tasso, non aggiungo altro. 

Nella seconda metà del secolo XVI, a parecchi, quasi con- 
temporaneamente, venne in pensiero di far argomento di poema 
eroico l'impresa di Goffredo Buglione. Pier Angeli da Barga, Gio- 
vanni Boterò e Girolamo Muzio ebbero quel pensiero: il Muzio 
però lo smise subito, appena saputo che il Tasso aveva preso 
quell'argomento a soggetto del suo poema (3). 

Quanto agli altri due, il Tasso confessa che ebbe conoscenza 
dei loro lavori, non prima, ma mentre stava scrivendo il suo: 
« quando io cominciai il mio poema, non sapevo che alcuno 
trattasse questa materia in versi, che glieV avrei conceduta, pa- 
rendomi che delle azioni meritevoli d'esser descritte pubblica- 
mente debba avvenir quello che avviene dei luoghi dei teatri, i 



(1) Vedi parte II, canto LXXXVII e XCVIII. 

(2) Vedi del Tasso V Apologia (in Prose Diverse, I, 319 e sgg.). 

i'ò) Serassi, I, 159, nota. — Solekti, Vita, pag. 45. — Belloni, Epigoni, pag. 2'ò. 
Tutti p tre questi scrittori ripetono dal Tibaboscui, Storia della letter. ital., voi. VII, 
parte II, cap. II, § XXXIV. 



— 143 — 

quali sono ragionevolmente del primo occupante. Seppi di poi 
che la scriveva in versi latini il Barga, eccellentissimo poeta, ed 
un pady^e gesuita di gran merito, non solamente di molto grido; 
ma essendo diversa la favola, non mi pay^ve di lasciar Vimpi^esa : 
altrimenti non sa?^ei stato così discortese, uè cosi vago di con- 
trasti » (^). 

Il padre gesuita, di cui si parla in questo brano, è il Boterò, 
il quale godeva davvero molto grido il 1585, quando il Tasso 
scrisse quelle parole, ed il quale vestiva l'abito di gesuita, quando 
il Tasso era attorno alla Liberata (2). Ma anche il Boterò smise 
subito di scrivere il suo lavoro, di cui egli però fa ricordo, ri- 
portandone alcuni versi, nel suo Be sapientla ì^egia (^). Del lavoro 
del Bargeo furono pubblicati i due primi libri il 1582, il terzo e 
quarto libro il 1584, i primi sei libri il 1585, e tutto il poema fu 
pubblicato il 1591. — Il Tasso però, nelle parole da noi sopra 
riferite, confessa di aver avuto conoscenza dell'argomento del la- 
voro e del Bargeo e del Boterò prima del 1575, anno in cui la 
Gerusalemme fu terminata di comporre. E ciò dev'esser vero: 
non altrimenti si potrebbero spiegare le moltissime somiglianze 
neir insieme e nei particolari che sono fra la Siriade e la Geru- 
salem,m,e. E poiché in un lavoro di fonti non si può prescindere 
dall' assodare la cronologia delle produzioni, per non scambiare 
il prima col poi e le fonti con gli epigoni, mi permetto di trat- 
tare un po' diffusamente dei rapporti tra la Siriade e la Liberata; 
che, quantunque sull'argomento vi siano alle stampe parecchi 



(1) Prose Diverse, I, 351-2. 

(2) Il Boterò però uscì dall'ordine dei Gesuiti per alcune necessità della 
sua casa il 1581. Vedi Tikaboschi, tom. VII, parte II, lib. Ili, § XLII; e Mazzu- 
cHELLi, Scritt. d'Italia, tom. II, parte III, pag. 1869; ed anche Napiontì:, Dell'uso 
e dei pregi della lingua italiana, lib. Ili, § III, nota. 

(3) Ecco le parole del Boterò {De sap. regia, pag. 38 ) : « Sed quoniam hujus 
Christianissimae familiae mentionem, intulimus, lubet ex poemate, in Caroli, Car- 
dinalis Lotharingii, gratiani, a me olitn inchoato, quod insn'ihitur Hierosolyma, 
versus oliquot, recreandi lectoris gratia, huc afferre ». 



— 144 — 

lavori (^), ed io quasi concordi in tutto con quello del mio egre- 
gio amico E. Proto, pure credo che parecchi altri argomenti si 
possano addurre per rendere più evidenti i rapporti fra il poema 
italiano ed il latino. E mi pare tanto più necessario il trattare 
questo argomento, in quanto che un egregio storico del nostro 
cinquecento, il Flamini, ultimamente scriveva in modo da far 
credere che oramai sia fuori discussione che la Siriade non potè 
influire sul poema del Tasso (2). 

Comincio dall'esame sommario dei due poemi, i quali, seb- 
bene abbiano la favola diversa, pure hanno tali conformità nella 
trattazione dei due differenti soggetti, da essere addirittura im- 
possibile che siano fortuite. 

Il Bargeo tratta di tutta la prima crociata. Comincia da 
quando Pier l'Eremita torna in Europa a predicarla, e continua 
con la partenza dei crociati in Oriente. Sono lungamente descritte 
le battaglie contro Costantinopoli, Nicea ed Antiochia e le insidie 
del greco imperator fallace, e la presa di Gerusalemme non è 
trattata che negli ultimi 143 versi dell'ultimo canto. L'azione 



(1) Questi lavori nacquero così. Il 1893, quasi contemporaneameute, veni- 
vano in luce il mio lavoro Sulle fonti ecc., e Gli epigoni alla Liberata, del prof. 
A. Belloni. e nel mio lavoro la Siriade è considerata come uno degli antece- 
denti, nel lavoro del Belloni come uno degli epigoni del poema del Tasso. — 
Letto il lavoro del Belloni, per dimostrare che io non avevo fatto male a consi- 
derare come uno degli antecedenti della Liberata il poema dell'Angeli, il 1895, 
cólto il destro, trattai la questione nel settimo capitolo del mio lavoro: La pi>' 
r/rande polemica del '500 (Catanzaro, Caliò). Ai miei argomenti rispose il Belloni 
con l'opuscolo : Della Siriade di P. A. da Barr/a nei suoi rapporti rronnloqiri con la 
Gerus. Lib. (Padova, Draghi, 1895). Io replicai in un articolo del volumetto Varia 
(Catanzaro, Caliò, 1896). In mezzo tra me ed il Belloni entrò dopo il prof. E. 
Proto con un notevole articolo, pubblicato nella Rassegna critica della lette- 
ratura italiana dal titolo Quistioni tassesche, I (1900), Ed ultimo si è occupato 
della questione il prof. Guido Manacorda in una pregevole monografia: Petrus 
Angelius Hargaeus, Pisa, succ. Fratelli Nistri, 1903. — Il Manacorda però dichiara 
che la rjwstione non lo interessa troppo ricaniente (pag. 38); e perciò so la s!)riga 
con poche osservazioni. 

(2) // Cinquecento, Casa Vallardi, pag. 497. 



- 145 — 

della Liberata invece non comincia che dopo la presa di Antio- 
chia e di Nicea, e quasi tutt' i venti canti del poema italiano 
sono impiegati nella descrizione dell'assedio e delle battaglie 
contro quei di Gerusalemme, e in episodi che ritardano quell'as- 
sedio e quelle battaglie. La conformità tra' due poemi dunque 
non dovrebbe trovarsi che tra gli ultimi 143 versi della Siriade 
ed il poema italiano. Eppure, ripeto, in poemi di favole cosi dif- 
ferenti, sono tali e tante le conformità, che bisogna assoluta- 
mente conchiudere che l'uu lavoro non fu senza influenza sull'al- 
tro, e che quindi o il Bargeo fu ispirato dal Tasso, o il Tasso fu 
ispirato dal Bargeo. E non parlo di conformità (come nomi, cir- 
costanze di persone, descrizioni di luoghi ecc.), che i due poemi 
devono avere per la stessa materia, di cui trattano. E nemmeno 
parlo di conformità d'immagini speciali, che al Bargeo ed al Tasso 
vennero dagli stessi autori latini e greci studiati, cioè dalla con- 
formità di coltura (i): parlo di altre conformità, che i due lavori 
certamente non avrebbero, senza la mutua influenza della quale 
ho parlato. 

Ecco qua: i due poemi cominciano con una visione ed un 
mandato celeste. Nella Siriade, Dio manda un angelo a Pier 
l'Eremita per ingiungergli di tornare in Europa e predicare la 
guerra santa. Nella Gerusalemme, Dio manda un angelo a Gof- 
fredo, perchè riunisca i compagni e li esorti al compimento della 
santa impresa. 

Si dirà che questo inizio simile nei due poemi non deve re- 
car meraviglia, poiché un inizio simile abbiamo in parecchi altri 
lavori {De Parta Virginis, Alamanna, Italia Liberata), e quell'ini- 
zio era divenuto quasi un luogo comune nei poemi epici. Ed è 
veroC^); ma procediamo oltre, anzi prima facciamo osservare che 



(1) Per amore di brevità non pubblico qui una lunga nota d'immagini, di 
situazioni, di pensieri, di versi e di espressioni, che il Tasso ed il Bargeo eb- 
bero da Virgilio e da Omero. 

(2) Vedi il I voi. di questo lavoro, pag. 20, ed anche l'altro mio lavoro Sulle 
fonti ecc., I, pag. 15 e sgg. — Il Proto poi fa acutamente osservare che quel 



— 146 — 

il Bargeo nel I e II libro della Siriade parla di un oratore fa- 
cendo per nome Alete, e di un sommo oratore dello stesso nome 
parla il Tasso nel II canto della Liberata. Il Tasso al suo Alete dà 

Parlar facondo e lusinghiero e scorto. 

E, quando egli comincia il suo discorso, scrive che di sua bocca 
uscieno 

Più che mei dolci d'eloquenza i fiumi. 

Questo concetto con le stesse parole è ripetuto dal Bargeo 
nel libro III, 714-16: 

cuius facundus ab ore 
Vorborum sonus H^'blaeo vel melle fluebat 
Dulcior. 

Nel lib. II, 80 e segg. ad Alete fa dire, che, quando Iddio 
Io ispira, la sua eloquenza è insuperabile : 

lUe mihi persaepe alias praesensque, volensque 
Affuit oranti, dulcesque ox ore loquelas 
Extudit, et voces, quibus impacata Pelasgxim 
Pectora lenimus, populoque avertimus iras 
Immanes, ullis opus insuperabile verbis. 

Come si vede, l'un Alete non ha nulla da invidiare al suo 
omonimo: sono entrambi oratori coi flocchi. 

Nel mio studio del 1897 sitile fonti della Liberata (l, 90), io 
feci notare che di personaggi che portano quel nome si parla in 
Virgilio, in Stazio e nel Giraldi. Però in questi tre poeti i perso- 
naggi che hanno quel nome, non sono famosi oratori. Natural- 
mente nasce quindi il sospetto o che il Bargeo abbia avuto pre- 
sente la Liberata, o che il Tasso abbia avuto presente la Siriade 
nel concepire quel personaggio e nel dargli il battesimo. 

princix)io non può essere un'imitazione nel Bargeo, poiché egli si attenne a 
quanto raccontano le cronache. Può essere invece un'imitazione nel Tasso (vedi 
le ragioni che egli adduce a pag. 17 del suo articolo Quistioni Tassesche, I, più 
indietro ricordato, pag. 144 di questo volume, nota 1). 



— 147 - 

Siamo al libro III della Siriade. Mentre i crociati proce- 
dono nel loro viaggio, si presenta a Goffredo un velite e narra 
la strage di tutta una schiera di fedeli, e lo scongiura a non 
procedere oltre, se non vuole soccombere a certa morte lui ed i 
suoi. Quest'episodio non può non richiamare al pensiero quello 
di Sveno della Liberata, con cui ha molti punti di somiglianza. 
Il Bargeo, imitando Virgilio nell'episodio di Sinone, cosi presenta 
il vecchio scampato dalla strage (453 e segg.): 

Ecce vident ad se properantem, et membra trementem, 
Fundentemque imo trepidas e pectore voces, 
Velitis OS, habitum.que, et velitis arm.a gerenlem. 
Isque, ubi confertas acies ante ora ducumque 
Constitit, atque armis septum se vidit amicis, 
Talia deposita tandem formidine fatur. 

Ed il Tasso (Vili, 4-5): 

Giunto è sul vallo dei Cristiani intanto 
Quel cavaliere, il cui venir fu mostro; 
E disse lor: Dehl sia chi m'introduca 
Per mercede, o guerrieri, al sommo duca. 
Molti scorta gli fero al capitano ecc. 

E nel racconto dei due scampati vi sono anche dei punti si- 
mili. Ma non insisto sulla concezione di un episodio, che ai due 
poeti è potuto essere ispirato dalle cronache; e vengo al libro IV 
della Siriade, dov'è descritto un concilio di demoni, i quali, come 
nel Tasso, per opporsi all' impresa santa, determinano di mettere 
in opera ogni mezzo contro i crociati. Ed uno di questi demoni, 
Alastorre, si presenta sotto mentite forme al re di Costantinopoli 
e lo induce a tendere delle insidie contro i fedeli. Nel Tasso è 
anche uno spirito infernale, che induce Idraote a valersi degl'in- 
ganni contro l'esercito di Goffredo. Ed in questa specie di sopran- 
naturale nei due poeti v'è un altro punto simile. 11 Bargeo im- 
magina che l'arsura nel campo cristiano avvenga anche per gli 
spiriti infernali. Finalmente Iddio, mosso a pietà dalle preghiere 
di Goffredo, manda un angelo a scacciare i diavoli dalla terra ed a 
fare ritornare la pioggia. Nella Gerusalemme invece Iddio manda 



- 148 — 

un angelo a scacciare i diavoli, che prendevano parte alla batta- 
glia tra Solimano ed i crociati. La situazione è quasi identica, e 
da qui la somiglianza delle cose che dicono i due angeli nei due 
poemi. 

Il Tasso la dire dall'angelo ai diavoli (IX, 64-65): 

Itene, maledetti, al vostro regno, 
Regno di pene e di perpetua morte; 
E siano in quegli a voi dovuti chiostri 
Le vostre guerre ed i trionfi vostri. 
Là incrudelite, là sovra i nocenti 
Tutte adoprate pur le vostre posse. 
Fra i gridi eterni e lo stridor dei denti, 
E '1 suon del ferro e le catene scosse. 

Ed il Bargeo (X, 111 e segg.): 

fugite bine, ait, impia caecae 
Monstra domus; vestrasque ultro tellure sub ima 
Exercete iras; animasque ad flagra nocentes 
Ducite, vexatas rapidi fervoribus ignis. 

Si obietterà che di concilii di demoni si avevano esempi in 
poemi anteriori, ed io ne convengo: ma, aggiunto quest'altro ai 
tanti luoghi simili dei due lavori, non appare manifesto, che qual- 
che influenza dovè esercitarla l'un poema sull'altro? 

E veniamo al libro VI della Siriade. Oramai è fuori discus- 
sione che Goffredo non fu capo della prima crociata (^): egli godè 
autorità sopra tutti gli altri duci, ma non fu che un duce an- 
ch'esso, e capo diventò dopo l'entrata dei crociati a Gerusalemme. 
Or non fa impressione nel leggere nei due poemi una riunione 
di capi, nella quale si propone e si fa quell'elezione? E si ag- 
giunga che questa proposta nei due poemi è fatta con un argo- 
mento omerico. Il Bargeo scrive (VI, 38-40): 

Namque ibi nuUus 
Imperai, imperio multorum ubi quisque necesso est 
Pareat, atque anceps nun hinc, nunc pondeat illinc. 



(1) Vedi a pag. 73 di questo volume. 



- 149 — 

Ed il Tasso (I, 31): 

Ove un sol non impera, onde i giudici 
Pendano poi dei premii e delle pene, 
Onde sian compartite opre ed uffici, 
Ivi errante il governo esser conviene. 

E nello stesso libro VI della Siriade ecco un altro lunghis- 
simo episodio simile nei due poemi. 

É la madre di Goffredo, che apparisce in sogno al figlio, e 
lo conforta e lo esorta a proseguire nella santa impresa, predi- 
cendogli il futuro. Ed il figlio da una parte si rallegra, dall'altra 
si rammarica; e domanda alla madre quanto tempo deve ancora 
restare sulla terra, e desidera di ricongiungersi subito con essa 
in cielo ecc. ecc. È la stessissima situazione del canto XIV della 
Liberata (il sogno di Ugone a Goflfredo), e in molti punti anche 
le immagini secondarie sono simili nei due poeti, più che non sia 
simile questo episodio della Liberata col Somnium Scipionis, da 
cui il Tasso stesso confessa di essere stato ispirato: e lo faremo 
vedere in un altro punto del nostro lavoro (^). 

Si dirà che tutti e due i poeti ebbero presente Cicerone, come 
notarono i commentatori dei due poemi (2), ed anche V Africa del 
Petrarca. Ma non fanno nascere dei sospetti due poeti, che in- 
troducono nei loro lavori uno stesso lunghissimo episodio, ricor- 
rendo alla stessa fonte? — Ed un altro particolare. Il Bargeo co- 
glie l'occasione in questo sogno di parlare di Colombo e della 
scoperta dell'America (^): il Tasso parla di Colombo e della stessa 
scoperta nel viaggio dei due messaggieri per la reperizione di 
Rinaldo (XV, 30 e segg.). 

Siamo al libro VII, ed il re dei Pagani esorta i suoi alla 
pugna. Comincia (564 e segg.): 



(2) Voi. n, cap. XI. 

(3) Per la Liberata vedi quasi tutt'i commentatori a cominciare dal Gua- 
stavini; per la Siriade vedi Roberto Titi. 

(1) Anche nel libro X, 270 e sgg. l'Ang-eli accenna di nuovo a Colombo ed 
alla scoperta dell'America. 



— 150 — 

Habetis 
Quod cupiistis ; . . . . castris ex omnibus hostem 
Effusum, et temere ad muros, tiirresque ruentem; 

e finisce (580-81): 

Este precor vestri memores; unaque putate 
Esse in conspectu cara cum coniuge natos ecc. 

Chi confronti quest'orazione con quelle, che nel canto XX 
mette il Tasso in bocca a Goffredo e ad Emireno, si accorge che 
la conformità non potrebbe essere maggiore tra' due poeti. Anche 
Goffredo comincia cosi (XX, 14): 

Ecco l'ultimo giorno, eccovi quello 
Che già tanto bramaste, omai presente. 

E l'idea degli altri versi del Bargeo sopra riportati si trova in 
queste parole del Tasso, nelle quali si parla di Emireno (XX, 25): 

L'immagine ad alcuno in mente desta. 
Gliela figura quasi e gliel' addita, 
Della pregante patria, e della mesta 
Supplice famigliuola sbigottita. 

Si dirà: tutti e due i poeti ebbero presente nello scrivere il VII 
della Farsaglia. Ma fa non poca impressione che il Tasso ed il 
Bargeo si siano tante volte ispirati negli stessi autori. 

E nello stesso libro VII della Siriade comparisce la donna 
guerriera ad immagine della Camilla virgiliana: è Tomiri, che 
compie prodigi di valore. Non vi aspettate però che il Bargeo ce 
la rappresenti amante o amata come la Clorinda del Tasso. Oibò! 
fra poco diremo che il Bargeo si dà il vanto di non avere intro- 
dotto amori nel suo poema, e per aver fatto ciò biasima il Tasso (^\ 
Però fra Tomiri e Clorinda vi son moltissime somiglianze. L'una 
e l'altra, oltre all'essere fortissime, si offrono ad un'impresa not- 
turna molto pericolosa, che fa ricordare nei due poeti l'episodio 
virgiliano di Eurialo e Niso; e l'una e l'altra poi muoiono uccise. 



(1) Vedi più innanzi, a pag. 157. 



— 151 — • 

Venendo al libro X, non parlo dell'arsura e della siccità, di 
cui i due autori mostrano travagliato l'esercito crociato. Ambe- 
due ebbero quel particolare dalle cronache, e per i colori poe- 
tici attinsero alle stesse tavolozze. Sorprende molto però che 
l'uno e l'altro poeta ricorrano allo stesso mezzo per far cessare 
quel flagello: una fervida preghiera di Goffredo, esaudita da Dio 
{Sir., X, 72 e segg.; Ger., XIII, 71 e segg.), nella quale preghiera 
vi è qualche idea simile, come in altro luogo diremo (i). Ed ecco 
qui un'altra conformità tra la Siriade e la Gerusalemme, con- 
formità che non può non accrescere la nostra sorpresa. Il Bargeo 
ci descrive i crociati oramai non più desiderosi di andare avanti : 
essi hanno obliato addirittura il fine, per cui si mossero concordi 
dall'Europa, e per cui sconfissero tanti nemici e superarono fe- 
licemente tanti ostacoli. Il Bargeo scrive (X, 371 e segg.): 

At Galli, quos cunctarum jjenuria rerum 
Vexarat, misereque ingens afflixerat aestus, 
Exercere dapes festas; pedibusqiie choreas 
Plaudere, virginibus misti per compita; votique 
Immemores suscepti animum oblectare sedendo. 
Quin etiam proceres ipsi, fìrmissima belli 
Fundamenta pii. vitiae dulcedine moti 
Illius, aestivos luxu fregere calores. 

È la scena, con la quale s'inizia la Libeì^ata. E i due poeti 
ricorrono allo stesso mezzo, allo stesso Deus ex 'tnacliina per 
fare che i due eserciti riprendano coscienza di sé stessi. Il Tasso 
fa che in sogno a Goffredo vada l'angelo mandato da Dio: e Gof- 
fredo riunisce i capi, e si delibera di mettersi subito alla volta 
di Gerusalemme. Il Bargeo fa che in sogno a Goffredo vada la 
madre Ida in bocca della quale mette quelle esortazioni, che il 
Tasso mette in bocca all'arcangelo Gabriele. Nei due poeti vi è 
la stessa riunione di capi, e si prende la stessa deliberazione. 

Ma vi è qualcuno nella Siriade, a cui non può piacere quella 
deliberazione. È il diavolo Alastorre, il quale prende la forma di 



(1) Vedi quest'opera, al voi. II, cap. X. 



— 152 - 

un soldato e ribella la moltitudine contro Goffredo; però Goffredo 
con bei modi e con belle parole ha la forza di calmare gli animi 
e di indurli al suo volere. Chi non vede quanta conformità abbia 
questo episodio con quello di Argillano della Liberata? (Vili, 57 
e segg.). E le parole, che l'Angeli fa dire a Goffredo per ricon- 
fortare le squadre, sono similissirae a quelle, che il Tasso fa dire 
allo stesso Goffredo nel canto V (90-91). A proposito di questa 
conformità il Belloni scrive: « Accenno a somiglianza, e per mio 
conto vorrei dire imitazione; ma il giudizio è difficile, né vo' av- 
venturarlo senza riserbo » (i). 

E procediamo alla fine di questo libro della Siriade. In esso 
si racconta di Belferco, figlio di Assano, il quale pensa di sfidare 
ad un duello singolare i crociati. Campione dei quali è nominato 
Guscello, il quale uccide l'avversario, e allora Ipparco, intimo 
amico dell'ucciso, rompe i patti e scocca un dardo contro Guscello 
e lo stende a terra morto. L'esercito dei crociati, vedendo quella 
infedeltà, si spinge contro i Pagani, e questi si spingono contro 
i crociati, ed avviene una mischia generale e micidialissima. E 
lo stesso episodio del canto TI e VII della Liberata, ed anche 
molti particolari nei due poeti sono simili. 

Lo so: anche quii due poeti s'ispirarono nella stessa fonte: 
V Iliade e V Eneide. Ma non reca sorpresa come tante volte questi 
due scrittori introducano nei loro lavori gli stessi episodi, ispi- 
randosi nelle stesse opere? 

E nel libro X della Siriade v'è, in continuazione di quello 
del quale abbiamo parlato, un episodio, che lontanamente fa ri- 
cordare quello di Dudone del canto III della Liberata. Cessata la 
mischia Ira Crociati e Pagani a causa del duello singolare, il ca- 
davere di Guscello viene trasportato agli accampamenti, e il padre 
di lui vi fa sopra pietosi lamenti. Quindi è eretto un tumulo, sul 
quale una scritta ricorda ed il nome dell'ucciso ed il glorioso 
fatto da esso compiuto. 



(1) Epxyoni ecc., \>iig. 21. 



— 153 — 

Ed il libro XII della Swìade non può non far ricordare del 
canto XX della Liberata. I Crociati sono già entrati in Antiochia 
e combattono contro i Pagani. Boemondo uccide il re di essi, 
Assano. Sopraggiunge in aiuto degli Antiocheni un esercito di 
Parti, ed i Crociati combattono contro di loro e li vincono. Nella 
Liheì^ata i Crociati entrano in Gerusalemme e Raimondo uccide 
Aladino, re della città. In aiuto dei Gerosolimitani sopraggiunge 
l'esercito egizio, contro cui si spinge l'esercito di Goffredo e lo 
sconfìgge. 

E non aggiungo che nella Siriade si fa che Goffredo pigli 
parte al concilio di Clermont e sia cinto della spada da papa 
Urbano, come nel Tasso {Sir., II, 655; Gerus., XI, 32); che sia 
ferito al ginocchio {Sir., XI, 168; Gerus., XI, 54 e segg.); che 
nella presa di Antiochia si l'anno combattere degli angeli in fa- 
vore dei Crociati, come nella Liberata nella presa di Gerusalemme 
{Sir., XII, 657; Gerus., XVIII, 92 e segg.). 

Conchiudo che sono tante e tali le conformità di concezione 
tra la Siriade e la Gerusalemme, conformità che non hanno con 
nessun altro poema, che non sarebbero state possibili, se l'un 
poema non avesse influito sull'altro. Ma la Siriade influì sulla 
Gerusalemme, o questa su quella? 

Che la Gerusalemme abbia influito sulla Siriade è sostenuto 
dai letterati del nostro tempo, quasi che, a tre secoli di distanza, 
si potessero conoscere i fatti meglio di come erano conosciuti da 
quelli, sotto i cui occhi si svolsero. I letterati contemporanei del 
Tasso e dell'Angeli però o di poco posteriori ripetono tutti che 
il poema latino fu concepito prima dell'italiano; e quindi, se mai, 
quello potè influire su questo. Ed i letterati a cui accenno sono 
il Salviati, Roberto Tifi, il Sanleolini, il Bianchini, G. Giraldi, un 
anonimo del sec. XVI, come ha trovato il Manacorda, e poi anche 
il Mazzuchelli ed il Serassi (i). E non discuto del Bianchini, del 



(1) Del Salviati vedi la Stacciata,!, dov'è detto che il Tasso non scrisse se 
non « la medesima parte di storia appunto, che più d'un autore si trova eziandio 
nelle stampe ». Ed in un altro punto: « Dite pure ch'ei copiò una storia già scritta 



— 154 — 

Giraldi ed anche del Mazzuchelli e del Serassi, poiché si potrebbe 
dire che ripetono ad occhi chiusi o dall'Angeli o dal Sanleolini. 
Ma l'anonimo cinquecentista, ricordato dal Manacorda, ripete pure 
dal Sanleolini o dall'Angeli? E Roberto Titi, il quale a questi 
versi del libro VII del poema del Bargeo fv. 21-22): 

Hic tu dirige cursum 

Ipsa per obscuras ignoti marmoris undas 

appone questa nota : « ideo autem obscuras undas ignoti maris, 
quia nullus antea hoc argumentum attigit? ». E si noti che il 
Titi non solo ammirava il Tasso e fu uno dei primi ad avvertire 
parecchie reminiscenze della Liberata dai poeti latini ed anche 
dalle Api del Rucellai; ma in un suo lavoro del 1587 ebbe delle 
davvero splendide parole per esso (i). 

Però un grande discutere si è fatto sulle affermazioni del 
Sanleolini, secondo le quali la Gerusalemme risentirebbe l'in- 
fluenza della Siriade, poiché il Tasso avrebbe avuto conoscenza 
deW argomento in prosa, che il Bargeo aveva scritto del suo 
poema C^). 

Il Belloni cerca di toglier peso alle affermazioni del Sanleo- 
lini, ingegnandosi di dimostrare che il discorso di questo necro- 
logista alla fin fine non è che la ripetizione retorica ed ampollosa 
di quanto aveva scritto il Bargeo e nell'autobiografia e nella pre- 



e pubblicata da piv d'un autore: se questo il fa più perfetto, ci contentiamo ». 
Il Manzoni per errore questa censura al Tasso l'attribuisce, non al Salviati, ma a 
Bastiano de' Rossi (Del romanzo storico, p. II). — Di Roberto Titi e del Sanleo- 
lini dirò da qui a poco. Il Bianchini e l'anonimo cinquecentista sono ricordati dal 
Manacorda; G. Giraldi ed il Serassi dal Manacorda e dal Belloni, il quale ricorda 
pure il Mazzuchelli {Scritt. d'Italia, voi. I, parte II, pag. 747). 

(1) Delle reminiscenze di altri poeti, notate dal Titi nella Liberata, diremo 
nel capitolo seguente. Le sue lodi alla Gerusalemme si leggono nel lavoro Loro- 
rum control- ersorum, Firenze, 1583, lib. X; e sono ricordate da C. Pellegrino nella 
sua risposta all'Infarinato e da Malatesta Porta nel suo Dialogo. 

(2) Il Sanleolini scrive che il Bargeo « area dato ciliare segno, più di 35 
anni addietro, aver nel pensiero la Siriade, e distesone l'argomento in prosa e 
conferitolo a molti amici, e fra gli altri a Torquato Tasso » . 



— 155 — 

fazione alla Siriade (i). Però egli non ha pensato che, se noi am- 
mettiamo che il Sanleolini avesse avuto solo presente quei due la- 
vori dell'Angeli nello scrivere, nella sua necrologia non dovrem- 
mo trovare i molti e gravi errori, di cui egli lo rimprovera. Il 
Belloni trova questi molti e gravi errori, confrontando l'orazione 
sanleoliniana con l'autobiografia del Bargeo. Ora se il Sanleolini 
avesse copiato da quell'autobiografia, quegli errori non si dovreb- 
bero trovare nella sua orazione. Io non voglio sostenere che il 
Sanleolini, scrivendo, non pensasse ed all'autobiografia del Bar- 
geo ed alla prefazione della Siriade. Voglio sostenere che l'elogio 
funebre di lui non è una ripetizione pura e semplice delle notizie 
ricavate dal Bargeo, e che molte sue aff'ermazioni, se conformi 
a quelle del Bargeo, son fatte dal Sanleolini, perchè gli parvero 
conformi al vero e suffragate da altre autorità. Ma perchè poi 
avrebbe dovuto mentire? Egli era stato in ottime relazioni col 
Tasso; anzi in Firenze, mentre i Cruscanti strapazzavano la Li- 
berata^ egli la lodava e difendeva e scriveva epigrammi encomia- 
stici all'autore di essa (2)^ con cui poi ebbe sempre intima ami- 
cizia (3), tanto che, quando il Tasso, il 1590, andò a Firenze, « e 
il principe Don Giovanni dei Medici, e tutta la principale nobiltà 

di quella città, e tutta l'Accademia degli Alterati aff'ollavasi 

intorno al sovrano poeta, due soli accademici della Crusca si 
mossero a salutarlo, lui e Pier Segni » (4). Per quale ragione 
quindi avrebbe dovuto togliere un merito al Tasso, se non avesse 
avuto coscienza di tradire la verità, affermando il contrario? 

Il Manacorda cerca di redarguire di falso il Sanleolini per 
un'altra ragione, sostenendo che la Siriade non fu concepita il 
1545, ma il 1561, quando già la Liberata era stata e pensata e 
cominciata a verseggiare dal Tasso. E poiché la concezione della 



(1) Il Bargeo nella prefazione al suo lavoro scrive : « Quamquam tottim ar- 
gurnentum soluta oratione cotnplexus fueram..... » . 

(2) Lettera 320 del Tasso nella Raccolta del Guasti. 
(8) Lettere del Tasso 797, 802, 811. 

(4) V. Monti, Proposta. Dialogo in cinque pause. Pausa prima, scena terza. 



— 156 - 

Liberata precede di quasi due anni la concezione della Siriade, 
la quale fu ripresa dopo il 1575, quando il Tasso aveva già finito 
il suo lavoro, il Manacorda viene nella conseguenza che dunque 
fu il Bargeo che attinse largamente al poema del Tasso e non il 
Tasso a quello del Bargeo (i). 

Il critico così non tiene nessun conto dell'esplicita dichiara- 
zione del Tasso, il quale confessa di avere avuto conoscenza del 
poema del Bargeo dopo aver posto mano al suo, quindi prima 
del 1575; e mette nel numero delle fiabe l'affermazione del Bar- 
geo (confermata dal Sanleolini) di un argomento in prosa della 
Siriade, che il Tasso potè conoscere. Eppure, anche ammesso che 
la Siriade sia stata concepita dopo la Liberata, non per ciò ca- 
dono le affermazioni del Bargeo, del Sanleolini e del Tasso, e 
l'influenza del poema latino sull'italiano none quell'assurdo che 
credono alcuni critici, e l'avea dimostrato il Proto; ed ecco come. 

Il 1559-60 il Tasso concepisce il suo poema e ne stende pure 
qualche canto, e sia anche prima che al Bargeo venisse in mente 
di scrivere sullo stesso argomento. Dal 1566 o 67 al 1570 però 
la Liberata procede di poco. Il Tasso si accorge di essere molto 
indeciso ancora sulle ragioni dell'arte, e cerca con lo studio di 
formarsi una chiara coscienza di esse, ed è allora che attende ai 
suoi Discorsi dell'arte poetica. Durante questo tempo, secondo il 
Proto, egli dovè leggere V argomento in prosa del poema del 
Bargeo {e non importa che esso fosse composto dopo il 1561): e 
sotto quell'impressione dovè rifare il primo abbozzo del suo la- 
voro. E la prima scena del poema rifatto (Dio che manda l'an- 
gelo a Goffredo ecc.), scena che non si trova in quel primo ab- 
bozzo, è dovuta essergli suggerita da ({mqW argomento in pinosa 
della Siriade, come, secondo me, gli furono suggerite tante altre 
scene e tanti altri episodi. 

E se non fosse stato così, se cioè il Tasso in coscienza non 
si fosse inteso debitore dell'Angeli, io credo che non si sarebbe 
mostrato cosi dimesso verso i suoi denigratori. E mi spiego. Il 

(1) Vedi la monografìa del Manacorda, pag. 40-41. 



— 157 — 

1591 viene in luce l'edizione intera della Siriade con una prefa- 
zione dell'Angeli e le note del Titi (0; ed in quella prefazione ed 
in quelle note non solo è sostenuta la priorità di concezione del 
poema latino sull'italiano, come abbiamo visto (2), ma di questo 
qua e là si parla molto poco benevolmente. Il Titi una volta rim- 
provera il Tasso di non aver cantato l'impresa della prima cro- 
ciata dalla sua origine {a prima oìngine, a capite ipso), come 
fece il Bargeo (^). Un'altra volta lo biasima dei turpi amori da 

lui introdotti nel suo poema, e scrive: « qui Christianos 

Principes turpibus amoribus irretitos fecerunt, nec veritaterìi 
historiae retinerunt, nec boni poetae munere functi swit, pì^avos 
enim mores in suis poematibus introduxerunt, quod fieri vetat 
Aristoteles » ('^). Un'altra volta dice chiaro e tondo che la Siriade 

è da anteporsi alla Gerusalemme : « hoc Angelij poema 

Tìiultis de causis ei esse anteponendum censeo » (^). Né più be- 
nevola è l'allusione che fa il Bargeo al lavoro del Tasso in una 
dedicatoria del suo poema. Egli scrive: 

Quorum lascivi nulli hic finguntur amores, 

Nec lachrymis madidae mollibus inde genae. 
Non et fallacum portenta absurda magorum, 

Vectaque per coelum corpora viva ducum. 
Sed vitae integritas coeptis Gomitata refertur, 

Et pia constanti bella peracta manu. 
Ac merito. Nam quae virtus gerit ardua, non sunt 

Turpiter impressis dedecoranda notis, 

E scusate s'è poco! E se il Tasso avesse avuto coscienza che 
il Bargeo aveva tolte dal suo poema tutte quelle situazioni simili 



(1) Dalla bibliografia del Manacorda delle opere a stampa di Pier Angeli 
da Barga apparirebbe che le note del Titi alla Siriade fossero solo stampate nel- 
r edizione di questa del 1616 (n. XXV di quella bibliografia). Invece sono com- 
prese anche nell'edizione del 1591, che io posseggo. 

(2) Vedi indietro a pag. 154. 

(3) Sirias, nota a pag. 405, 

(4) Ibid., pag. 420. 

(5) Ibid., pag. 495. 



— 158 — 

che abbiamo vedute nella Siriade, vi pare che non si sarebbe 
risentito? non avrebbe detto: « si, forse il mio lavoro è inferiore 
al vostro; ma il vostro lavoro deve al mio per lo meno i tre quarti 
di quello che è ». E questo si ricordi, che se il Tasso non fu 
ispirato dalla Siriade, l'Angeli fu ispirato dalla Gerusalemme, 
poiché, il 1575, quando egli ancora non aveva pubblicato nulla 
del suo lavoro, divenne correttore del poema del Tasso. Perchè 
il Tasso non si risenta delle affermazioni e dei giudizi dell'Angeli 
e del Titi, dev'esser vero il fatto, non solo di quella priorità di 
concepimento, ma che dovesse molto all'Angeli. Ciò che, secondo 
me, è anche confermato dalle proteste di stima, che il Tasso fa 
continuamente dell'Angeli, al giudizio del quale una volta giunge 
a scrivere che crede anche senza ragione, e per i suggerimenti 
del quale egli confessa di aver mutate tante cose nel suo poema (i). 

Di più. Quando il 1591 venne in luce la Siriade con le allu- 
sioni poco lusinghiere al poema del Tasso, questo era conosciu- 
tissimo e lodatissimo in Italia, e ferveva già da un pezzo la lotta 
fra' letterati per la difesa di esso. In questo stato di cose, vi pare 
che, se la priorità della concezione della Siriade sulla Liberata 
non fosse stata vera, l'Angeli ed il Titi avrebbero fatta quella 
grave affermazione? non avrebbero temuto di essere smentiti da 
qualche difensore del poeta di Sorrento o dal poeta stesso? 

E v'ha dell'altro ancoi'a. 

Il Tasso fin dal 1575, cioè fin da quando ebbe compiuto il 
suo lavoro, si mostra scontento di esso, e scrive che forse alla 
storia particolare di Goffredo si conveniva altra trattazione >2). E 



(1) Lettera 01 del Tasso nella linrcolta del Guasti. 

(2) Vedi le lettere 47 e 48 à&W Eiìistolnrio del Tasso ordinato dal Serassi. — 
Non ignoro che altri critici, e valenti, hanno sostenuto che alla riforma del poema 
il Tasso pensò molto dopo il 1575; ultimo dei quali il De Niscia in un bello 
studio, pubblicato sul l'ropugnntore. Hanno sostenuto la mia opinione però il 
Cherboulicz in Francia (Rrrur des deux rnondes. voi. XLVl) ed il Mazzoni in 
Italia (In Biblioteca e Fra libri e carte). E forse le due opinioni si potrebbero 
conciliare così: che il Tasso fosse scontento del suo poema fin da quando ter- 
minò di scriverlo, come dimostrano le lettere 47 e 48 del suo Epistolario; ma 



— 159 — 

questo scontento si accentua tanto in lui, che lo induce poi a 
rifare il suo poema. E mutando la Liberata in Conquistata, si 
noti, egli si accosta di più alla Siriade. E, cioè, non solo toglie 
da essa qualche scena di amore; ma, mantenendo nel secondo 
lavoro i molti episodi, che abbiamo veduti comuni tra la Liberata 
e la Siriade, ne aggiunge parecchi altri, che avvicinano di più 
la Conquistata al poema dell'Angeli. Il Sanleolini scrive che il 
Tasso non solo nella tela di tutta la Conquistata cercò approssi- 
marsi alla Siriade, ma quasi la volgarizzò in molti particolari e 
in alcune descrizioni, come nel catalogo dell'oste cristiana, in 
Ida ed Eustazio progenitori di Goffredo, nei pietosi favellamenti, 
in Amoralto figliuolo del Soldano, nell'origine di Maumetto, nella 
divisione dei tiranni dell'Asia, nella discendenza dei Normandi, 
nel ricco padiglione ricamato d'illustri azioni di eroi e di bel- 
lezze della terra e del cielo, che a Goffredo avea donato Idaspe 
re dell'Armenia ecc. — Le stesse somiglianze tra la Conquistata 
e la Siriade notarono poi il Modestino, il Belloui, il Solerti ed 
ultimo il Manacorda (i). 



alla riforma di esso non si sarebbe indotto se non parecchi anni dopo, e per 
differenti ragioni. 

(1) Del Modestino vedi Della dimora di Torquato Tasso a Napoli (disc. II, 
pag. 240) ; del Belloni, Gli epigoni ecc., note a pag. 16 e 23 ; del Solerti, la Vita 
del Tasso, nota a pag. 772; del Manacorda, lav. cit., pag. 42. — Il Modestino 
nel luogo citato scrive che il giudizio del Sanleolini sa di soverchia parzialità. 
Ed aggiunge: « Che ha di comune la Conquistata con lo scarno poema della St- 
riade, che si compone di sei libri, e di cui un terzo viene occupato in insipide 
concioni, quasi l'autore volesse emular Tito Livio in poesia? ». — ■ Prima di tutto, 
il Modestino della Siriade non ebbe presente che l'edizione del 1585, che con- 
tiene i soli primi sei canti del poema, e non l'edizione del 1591, che contiene 
tutt' i dodici canti. — Secondariamente, se i raffronti notati dal Sanleolini son 
veri, non è giusta l'esclamazione del critico. Il Tasso ha potuto essere ispirato 
dall'Angeli, pure migliorando notevolmente le invenzioni di lui. E fa meraviglia 
come il Solerti possa anche redarguire il .Sanleolini di parzialità {Vita, pag, 772, 
nota); egli, che, invece di ripetere ciecamente dal Modestino, avrebbe dovuto 
aver presenti tutt' i dodici libri della Siriade dell'Angeli. 



— 160 — 

Or non è la cosa più ovvia di questo mondo che il Tasso, 
scrivendo le parole che abbiamo riportate dalle lettere del 1575, 
avesse dinanzi agli occhi la concezione della Siriade, e fosse scon- 
tento del suo lavoro appunto perchè in moltissime cose divergeva 
da essa? 

Questa supposizione ci apparisce fondatissima, quando pen- 
siamo che nella correzione della Liberata il Tasso, pur non te- 
nendo presenti le censure del Salviati e dei correttori romani, 
tenne quasi sempre l'occhio alla Siriade. Il De Niscia, ripetendo 
un'osservazione che aveva fatta il Manzoni, dimostra che il Tasso 
si mantenne di più alla storia nella Conquistata, contrariamente 
a quanto gli aveva rimproverato il Salviati, e lasciò in essa gli 
episodi ritenuti lascivi dall'Antoniauo. Ora se il poeta non è 
mosso né dagli assalti dei Cruscanti, né dai biasimi di poca re- 
ligiosità a riformare il suo poema, non potrebbe essere stato 
mosso dall'esempio della Siriade, al quale poema egli cerca sem- 
pre più di fare assomigliare il suo? 

Lo stesso De Niscia, il quale s' ingegna di sostenere che al 
Tasso venne in mente di riformare il poema molti anni dopo il 
1575, in altri punti del suo lavoro cade in contradizione con se 
stesso, e fa quell'idea sorta nel Tasso proprio nell'anno 1575. 
Egli scrive: « gli assalti dei critici, le censure letterarie, i bia- 
simi di poca religiosità lanciati contro la Gerusalemme certo non 
potevano sull'animo del poeta produrre altro effetto che ricon- 
fermare il proposito, già saldo in lui, di riformare l'opera sua ». 
E se per assalti dei critici il De Niscia intende le sferzate dei 
Cruscanti, se per censure letteiYirie intende le osservazioni dei 
correttori romani, e per biasimi di poca religiosità gli scrupoli 
dell'Antoniano, eccoci ricondotti al 1575, nel quale anno il Tasso 
si mostra scontento dell'opera propria, appena terminata, e nel 
quale spunta nel suo animo il proposito, benché non chiaro, di 
mutarla e riformarla ^). 



(1) Il Manzoni crede che por un'altra ragiono il Tasso, riformando il suo 
poema, introdusse più storia elio nella Liberata. « E posso inyntniarmi, ma deve 



— 161 — 

E se fino dal 1575 il Tasso pensava alla Siriade, aveva do- 
vuto leggere Vargomento in prosa di essa, di cui fanno menzione 
e l'Angeli ed il Sanleolini: il 1575 della Siriade non era ancora 
pubblicato nessun libro. Ed un'altra cosa. 

Se il Tasso nella Co7iquistata tenne quasi sempre l'occhio 
alla Siriade, poiché la SbHade fu pubblicata intera il 1591 e la 
Conquistata era terminata il 1592, uopo è ammettere che il Tasso 
si modellasse su (\\\^\V argomento in prosa, non sul poema origi- 
nale dell'Angeli. Al Tasso sarebbe mancato il tempo, in meno di 
un anno, di apportare tutti quei mutamenti al suo poema, che 
si notano nella Conquistata. 

Ed un argomento davvero decisivo e che tronca ogni discus- 
sione, mi pare questo. Della Siriade, come abbiam detto, furono 
pubblicati i primi due canti il 1582, i primi sei canti il 1585 (i), 
ed il poema tutto intero fu pubblicato il 1591. Ora il Tasso, da 
quando ebbe dato termine alla Liberata, cioè, dal 1575, cominciò 
a vagheggiare il pensiero di correggerla e rifonderla e rifarla (2), 
e qualche anno dopo metteva mano a quest'opera di rifazione (3), ed 
il poema rifatto era terminato nei principii del 1592 (4), ed usci 
col titolo di Gerusalemme Conquistata il 1593 (^). Poiché però 
fino al 1591 della Siriade non erano pubblicati che solo i primi 
sei canti, se il Tasso si fosse ispirato sull'opera versificata del- 
l'Angeli e non sulla stesura in prosa di essa, nella Conquistata 
dovremmo trovare imitazioni dei soli primi sei canti della Siriade 



esser nata da questo, che avendo il Tasso presa queW infelicissima determinazione 
di rifare il suo poema; e dando una ripassata alle cronache della crociata, per 
vedere a buon conto se qualcosa ci fosse da ritoccare anche riguardo alla storia, 
la storia abbia prodotto il suo effetto naturale, che è di parer più a proposito 
dell'invenzione, quando la materia è sua, e non dell'invenzione-» {Bel rom.stor., 
parte II). 

(1) Vedi anche le lettere dell'Angeli pubblicate nella parte IV, voi. Ili delle 
Prose Fiorentine dello Smarrito Accademico (Carlo Dati). 

(2) Mazzoni G., Della Gerus. Conq. (nel voi. In Biblioteca, pag. 135-166). 

(3) Sekassi, \ita, II, 219 e sgg. — Solerti, Yita. 510. 

(4) Lettere, V, n. 1372. 

(5) Seeassi, Yita, II, 282. — Solerti, Yita, 760 e sgg. 

a 



— 162 — 

e non della seconda metà di essa. Intanto abbiamo tutto il con- 
trario. Per non parlare che delle sole somiglianze notate dal San- 
leoliui, e poi ripetute dal Modestino, dal Belloni, dal Solerti e 
dal Manacorda, il Tasso nella rassegna della Conquistata si avvi- 
cinò alla rassegna della Siriade, che è nel libro VII. Nello stesso 
canto I dice sui tiranni dell'Asia le medesime cose, che l'Angeli 
nello stesso libro VII. Nel canto 11 della Conquistata vi è un epi- 
sodio, che è nel libro XII della Siriade. E nel III vi è l'episodio 
del padiglione, che è nel X della Siriade. E nel XXIV, 97-98, vi 
sono delle somiglianze con l'XI della SiìHade. 

Se il Tasso non aveva ancora letti gli ultimi sei canti della 
Siriade, perchè ancora non pubblicati, donde questa conformità 
e queste somiglianze nei due poemi, escludendo la conoscenza in 
lui di <\\xq\V argomento in prosa? 

Si potrebbe dire che dal 1591, anno della pubblicazione della 
Siriade, al 1593, anno della pubblicazione della Conquistata, cor- 
rono due anni; e in due anni il Tasso poteva benissimo apportare 
al suo poema modificazioni ed aggiunzioni da renderlo più simile 
alla Siriade. Ma ecco un'altra prova, che distrugge questo sospetto. 

Di molti mutamenti del suo poema, i quali ravvicinano di 
più la Conquistata alla Siriade, il Tasso parla a Lorenzo Malpi- 
glio in una lettera del 1586, quando gli ultimi sei canti della 
Siriade non erano ancora pubblicati. Se il Tasso non avesse letto 
({WòW argomento in prosa del lavoro dell'Angeli, donde la grande 
conformità tra alcuni episodi aggiunti nella Conquistata ed altri 
del poema dell'Angeli? Purché non si sostenga che quella confor- 
mità sia fortuita. 

Si aggiunga che, se fino al 1591 non si fosse conformato alla 
SitHade, rifacendo il suo poema, io credo che, dopo (luell'anno, 
non lo avrebbe fatto più. Nell'edizione del 1591 della Siriade vi 
è la dedicatoìHa dell'Angeli e le note del Titi, e quindi le non 
molto benevoli allusioni al suo poema. Ed un autore, bistrattato 
in quel modo, non credo che avrebbe avuto più desiderio d'imi- 
tare un lavoro, che aveva dato occasione a giudizi poco lusin- 
ghieri per lui. 



— 163 — 

E questo mio argomento distrugge anche la possibilità del 
dubbio, insinuato dal Belloni, che non il Tasso dall'Angeli, ma 
l'Angeli possa essere imitatore del Tasso (^). 

Gli episodi simili, dei quali abbiamo parlato, si trovano nella 
Conquistata e non nella Liberata. Ora il Bargeo fu correttore 
della Liberata e non della Conquistata; e se egli avesse imitato 
il Tasso, e non il Tasso avesse imitato lui, nella Siriade do- 
vremmo trovar solo somiglianze con la Liberata e non con la 
Conquistata. 

Lo so: il Sanleolìni scrive che il Tasso conferì con l'Angeli 
della Conquistata il 1590, quando fu a Firenze. Però si badi: il 
Tasso si trattenne a Firenze dal lo aprile al 5 settembre del 1590, 
e l'anno dopo il poema del Bargeo veniva alla luce. Questo poema 
dunque, durante la dimora del Tasso a Firenze, doveva essere 
sotto i torchi. Non quindi il Bargeo potè imitare la Conquistata: 
gliene sarebbe mancato il tempo; ma il Tasso nella Conquistata 
dovè imitare la Siriade. 

E da questi fatti scende una prima conseguenza: se il Tasso 
nella Conquistata s'ispirò nell'Angeli, ben potè ispirarsi anche 
nello stesso autore, scrivendo la Liberata. 

Di più: la Si?Hade fu pubblicata il 1591, e la Conquistata era 
tutta terminata nel febbraio del 1592 (2); anzi si può dire che fosse 
quasi tutta terminata un mezzo anno innanzi, se il Tasso nel 4 
luglio del 1591 a G. B. Cavasola scrive (lett. 1348) : « Al mio poema 
attendo quanto posso, e sono al fine del penultimo libico ». Dun- 
que, poco dopo la pubblicazione della Siriade, la Conquistata era 
quasi tutta terminata di comporre. Ora, se non si voglia ammet- 
tere che l'Angeli facesse leggere all'amico il poema sul mano- 



(1) Questo, che è dubbio timido nel Belloni, si trasforma in un'afferma- 
zione precisa nel Manacorda, il quale scrive (lav. cit., pag. 41-42) : « . . . . poiché 
il Bargeo riprese e rifuse il proprio poeyyia certamente dopo che il Tasso aveva 
finito il suo, ed a lui l'aveva comunicato come a revisore, era ben naturale che 
alla Gerusalemme largamente attingesse ». 

(2) Vedi delle lettere del Tasso la 1372. 



— 164 — 

scritto sugli siamponi, uopo è convenire che il Tasso non potè 
ispirarsi sul poema stampato dall'Angeli. Non resta quindi se non 
ammettere che il Tasso s'ispirasse b,\ì\V argomento in prosa del 
poema dell'amico, argomento del quale abbiamo parlato. 

Xè vale il dire che il 1561-62 o giù di lì, godendo il Bargeo 
molta reputazione, non avrebbe certamente mandato al Tasso, 
quasi oscuro, l'argomento in prosa del suo lavoro (i). Prima di 
tutto, il Tasso in quegli anni doveva pure godere di qualche stima, 
se Girolamo Muzio, saputo che egli scriveva un poema sulla prima 
crociata, smette il pensiero di scriverne lui ed ha per il Tasso 
parole lusinghiere C-^). Secondariamente, l'argomento in prosa della 
Siriade il Tasso potè bene averlo da altri, e non dall'Angeli 
stesso. 

E che cosa dovette essere quell'argomento in prosa si può 
facilmente immaginarlo dall'argomento in prosa, che il Tasso 
stese del suo poema per mandarlo ai revisori romani (lett. 30, 32, 
35, 36, 40) e poi pure al Salviati e ad Orazio Capponi (lett. 82). 
Già il Brunet cita un'edizione del 1582 e 1584 dei primi quattro 
libri della Siriade {Paris, per Manieri Patisson), con gli argo- 
menti in versi de XIII (!) livres (3). E, se il 1582 e 81 il Bargeo, 
pubblicando i primi libri del suo poema, dava uno schema di 
tutta l'opera, ben potette far conoscere l'argomento in prosa di 
essa prima di pubblicarne qualche saggio. 

E che cosi facilmente nel '500 si conoscessero gli argomenti 
particolareggiati dei lavori di poesia, prima che fossero stampati, 
non deve recar meraviglia. Anche prima di essere stampati, erano 
conosciuti gli argomenti doiVErcole, del Girone e ì\q\V Avarchide (^). 



(1) Belloni, Epigoni, pag. 6. 

(2) Vedi a pag. 142 di questo volume. 

(3) Il Belloni, che ripete questa notizia dal Brunet (Epigoni, pag. 491), con- 
fessa di non aver potuto verificare quanto vi sia di vero in essa. Anch'io non 
ho potuto trovare le edizioni dei primi canti del poema dell'Angeli, delle quali 
parla il Hrunot. L'esistenza di questo edizioni però ò messa fuor di dubbio dal 
Manacorda (v. liihlingrafìa. n. XIII e XV\ 

(4) Vedi questi Pmlcgomcvi. a pag. 2, 53 e 55. 



— 165 — 

Se tutto questo mio discorso mira a dimostrare quale in- 
fluenza abbia avuto il poema dell'Angeli su quello del Tasso, non 
si creda però che io voglia negare l' influenza, che, a sua volta, 
il poema del Tasso potè esercitare su quello dell'Angeli. Studiata 
bene la cosa, io mi persuado che l'influenza dei due poemi è 
dovuta esser mutua: prima il Bargeo dovè influire sul Tasso con 
V argomento in prosa del suo poema; poi il Tasso potè influire 
sull'Angeli, quando, fattolo suo correttore, gli mandò a leggere i 
canti del suo lavoro. 

E questa mutua influenza fra' due lavori risulta, accettando, 
senza stiracchiature, la posizione dei fatti, secondo le stesse con- 
fessioni del Tasso e dell'Angeli, e le attestazioni del Sanleolini 
e del Titi ecc. 

E do qualche esempio di quello che dico. 

Premetto che, per risultati certi ed indiscutibili, dovremmo 
aver presente Vargomento in prosa del lavoro dell'Angeli, letto 
dal Tasso. Poiché di quell'argomento non si ha più traccia, aiutia- 
moci con le probabilità e con le verosimiglianze: forse non an- 
dremo molto lontani dal vero. Ad ogni modo, io non do ai miei 
risultati che il carattere di semplici supposizioni. 

Il primo episodio della Liberata (il messaggio dell'angelo Ga- 
briele a Goff'redo, e l'elezione di questo a capo supremo della 
prima crociata), a me sembra che sia stato suggerito al Tasso 
dall'Angeli. E mi spiego. Il Tasso, per i suoi principii di arte 
poetica, doveva mostrare i Crociati tutti sottoposti ad un capo(i). 
Leggendo ora neW argomento in prosa del poema dell'Angeli la 
elezione di Goffredo a capo delle diverse schiere dei Crociati, niente 
di pili facile che sia venuto in mente anche a lui di fare cosi. E, 
ricordando di queìV argomeìito in prosa il I capitolo, dove si parla 
del mandato di Dio a Pier l'Eremita, potè sorgergli il pensiero 
di raggruppare quelle due scene in una, dandoci l'episodio della 
Liberata come lo leggiamo. Iddio, invece di mandar l'angelo a 
Pier l'Eremita, perchè venga nell'Europa a predicar la crociata. 



(1) Vedi il cap. IV di questi Prolegomeni, pag. 74-75. 



— 166 — 

lo manda a Goffredo per indurlo ad unire i duci dell'esercito, da 
cui è eletto capo. Ed il poeta fa che Iddio mandi l'arcangelo Ga- 
briele a Goffredo, perchè i capi dell'esercito crociato oramai non 
pensavano più al compimento della santa impresa. E su questa 
circostanza potè anche essere richiamata la sua attenzione da 
qué[Vargome7tto in prosa. Nel poema dell'Angeli infatti si parla 
lungamente di quell'intepidimento (libro X), donde una visione a 
Goffredo ed una riunione di capi, nella quale si delibera di pro- 
seguir subito per Gerusalemme. 

Dall'innesto dei due episodi ricordati della Siriade e da que- 
sta circostanza del libro X a me pare dunque che sia nato l'epi- 
sodio della Liberata. 

Concepita la mossa iniziale del suo poema cosi, poiché il 
Tasso dall'Angeli non aveva potuto che attingere poche indica- 
zioni sommarie, era naturale che per idee ed immagini seconda- 
rie e per il colorito dello stile si volgesse ad altri autori. E alla 
sua mente si presentarono subito le due scene di ambascerie ce- 
lesti deWEneide, che abbiamo ricordate; e sopra di esse si mo- 
dellò tanto, da ripetere immagini, particolari e perfino parole e 
locuzioni (1). 

E di questo episodio della Liberata non v'è ombra nel primo 
abbozzo, che il Tasso aveva fatto del suo poema (2). E da qui la 
ragionevolezza dell'osservazione del Proto, che.il Tasso leggesse 
c^w&W argomento in pinosa tra il 1506 e il 1570, cioè tra il primo 
abbozzo e la ripresa del poema. 

E che il Tasso non debba all'Angeli, se non la sola conce- 
zione del suo episodio, oltre a quello che ho detto nel I volume 
di questo lavoro, in cui ho dimostrato che egli per immagini 
speciali attinse da Virgilio, lo farò adesso vedere più chiaramente, 
confrontando gli episodi della Siriade e della Liberata. 



(1) Vedi il I voi. del mio lavoro La (icrusalemme Liberata studiata nelle 
sue fonti, pag. 19 segg. 

(2) Questo abbozzo è pubblicato nell'odizione delle Opere del Tasso per Tar- 
tini e Franchi, voi. I, e dal Solerti, La (ierusalemme Liberata, edizione critica, 
Firenze, 1895, voi. I. 



— 167 - 

Nella Gerusalemme il Padre Eterno scruta il cuore di Gof- 
fredo, di Baldovino, di Tancredi, di Boemondo, di Rinaldo, e poi 
si decide a mandare a terra l'arcangelo Gabriele. Nella Siriade il 
pater omnijìotens vertit ultores oculos Solymoriim. ad moenia, e 
dice queste parole (I, 61 e segg.): 

En iterum infando populos Aegiptia tellus 
Servitio, duraque premit jam compede nostros? 
Impiaque assuetis deturbat honoribus aras? 
Non ita etc. 

E nei due poemi, non solo sono diversi i comandi che si 
danno ai due messaggi, ma è diversa anche la forma con cui 
quei comandi sono manifestati. 11 Padre Eterno della Gerusa- 
lemme, ad imitazione del Giove virgiliano, si piace della forma 
interrogativa; mentre l'Angeli non fa parlare cosi il suo Dio. E 
nessuna parola dei due Enti supremi corrisponde nei due lavori. 

Dopo il comando del Padre Eterno, l'arcangelo del Tasso, 
prima di mettersi in moto per la terra, fa un po' di toletta e si 
cinge di aria e si fornisce di ali (XIII e XIV). E l'angelo del 
Bargeo non fa nulla di tutto questo, ma (v. 105-6) 

ventis et fulminis ocxot aura, 
Ilicet immensum rapidis secat aethera pennis. 

Ed il Tasso manifesta in forma molto diversa lo stesso pensiero: 

Fende i venti e le nubi; e va sublime 
Sovra la terra e sovra il mar con queste. 

L'arcangelo del Tasso ha bisogno di fare una sosta sul monte 
Libano, come avea fatto il Mercurio virgiliano; mentre l'angelo 
del Bargeo non si ferma che innanzi a Pier l'Eremita. Ed anche 
le parole dei due angeli non hanno nulla di comune nei due 
poeti : quello del Tasso parla in forma interrogativa, mentre quello 
dell'Angeli parla in forma diretta. 

E compiute le commissioni avute, i due angeli riprendono 
la via del cielo. Dell'arcangelo Gabriele il Tasso scrive (XVII): 

sparito, rivolò del cielo 
Alle parti più eccelse e più sincere. 



— 168 — 

Ed il Bargeo, del suo (I, 132): 

tenuesque abiit resolutus in auras. 

Anche Goffredo e Pier l'Eremita nei due poemi non si com- 
portano nello stesso modo. Goffredo, nel poema del Tasso, durante 
la visione, resta abbagliato ed attonito, e deve passare del tempo 
perchè ritorni in se (XVII e XVIII). Pier l'Eremita invece (1, 130-1), 

procumbere in ora volentem 

Suppliciter, fletusque humiles, lachrj'masque cientem; 

e poiché sparisce la visione (ib., 134-5), 

Surgit, et aeterni veneratus numinis aram, 
Has secum tacito fundit de pectore voces. 

Ed un'altra differenza. Nel Tasso la visione a Goffredo si 
presenta mentre stava pregando (I, 15); nell'Angeli invece l'an- 
gelo si presenta a Pier l'Eremita in sogno (1,327): 

Nuntius in somnis alto delapsus Olympo. 

Cade quindi la supposizione del Proto, che il Tasso, quando 
riprese il suo lavoro, dovesse aver letta la versificazione dei primi 
libri del poema dell'Angeli. Se l'avesse letta, qualche traccia di 
quella lettura dovremmo trovarla nel suo lavoro. Confrontati di- 
ligentemente i primi libri della Siriade col primo canto della 
Liberata, apparisce evidente che, meno il concetto generale, essi 
non hanno nulla di comune fra loro. 

E passiamo alla seconda parte dell'episodio della Gerusa- 
lemme, all'elezione di Goffredo. Anche questa elezione è differen- 
tissima nei due poeti. 

Chi non ricorda come avviene l'elezione di Goffredo nella 
Liberata? — Poiché, dopo la visione avuta dell'angelo, Goffredo 
ha parlato ai principi congregati, esortandoli a prender subito la 
vòlta di Gerusalemme, si alza Pier l'Eremita, e, facendo notare 
che tante discordie fra' Cristiani si sono avute per la mancanza 
di un capo, propone che si faccia (juesta elezione, e sia nominato 



— 169 — 

Goffredo capo supremo della spedizione. Guglielmo ed Ademaro 
fanno eco alle parole di Pier l'Eremita, e tutti acclamano capo 
Goffredo. 

Nella Siriade invece l'elezione di Goffredo si fa in occasione 
di una riunione di capi per sentire l'ambasciata dell'imperatore 
Alessi. È allora che Ademaro propone la nomina di un capo su- 
premo, il quale faccia alleanze ed abbia la somma delle cose. 
Tutti assentono alle parole di Ademaro, ed allora si alza Ste- 
fano e propone Ugone. Ma Tallingo non accetta quella proposta, 
e fa il nome di Goffredo. Boemondo fa anche il nome di Gof- 
fredo, il quale è quindi acclamato da tutti. 

Non è chi non veda quanto queste due scene divergano fra 
loro, quantunque quella della Siriade, secondo me, sia potuta 
essere causa, perchè quella della Gerusalemme fosse pensata. Al 
Tasso venne daW argomento in prosa della Siriade l' idea di quel- 
l'elezione. Quanto a tutt' altro fece da sé, aiutandosi sopratutto 
con reminiscenze deìV Iliade e deìV Italia Liberata, come a.hh\a,mo 
veduto (0. Però nella Siriade, dove si parla dell'elezione di Gof- 
fredo, v'è qualche immagine secondaria che fa ricordare del Tasso: 
è l'argomento omerico, di cui si vale Pier l'Eremita per indurre 
i duci dei Crociati ad eleggersi un capo. Questo stesso argo- 
mento dall'Angeli è messo in bocca al vescovo Ademaro per lo 
stesso flne (2). 

Poiché Vargomento in prosa della Siriade non credo che 
fosse cosi minuzioso da contenere anche gli argomenti speciali, di 
cui i personaggi di essa si sarebbero dovuti servire nei loro di- 
scorsi, cosi qui potremmo avere un'influenza esercitata dalla Ge- 
rusalemme sul poema dell'Angeli. Il Tasso legge (\\ie\V argomento 
in prosa e concepisce l'episodio dell'elezione di Goffredo. Dopo 
parecchio tempo, l'Angeli legge il I canto della Liberata, e, ve- 
dendo trattato in quel modo speciale quell'episodio, fa sue alcune 
cose di esso; o, per meglio dire, è richiamato da esso ad un 



(1) La Gerus. Liber. studiata nelle sue fonti, I, pag. 20 e sgg-. e pag. 29 e sgg. 

(2) Vedi a pag. 148-9 di questo volume. 



— 170 — 

luogo omerico, che gli parve degno di essere imitato. E l'Angeli 
potò qui sentir l' influenza della Liberata, perchè, quando lesse il 
I canto di essa, non aveva ancora verseggiato il YI libro del suo 
poema. Nell'episodio del mandato dell'angelo a Goffredo invece 
non potè giovarsi d' immagini della Liberata, perchè molto pro- 
babilmente i primi canti del suo poema erano già scritti, quando 
egli divenne correttore del poema del Tasso. Egli scrive: « Quod 
cum non invitus fecissem. et jam duos libros absolvissem, iique 
in Galliam delati fuissent, Heìiricus, eius nominis tertius Gallo- 
rum et Polonorum Rex Christianissimiis literis privatim suis, 
suaque manu persc^Hptis onagnopere hortatus est etc. etc. ». 

Dunque il 1575, quando l'Angeli divenne correttore della Li- 
berata, non solo aveva manifestato il pensiero di un poema sulla 
prima crociata ed avea steso in prosa l'argomento di esso, ma 
anche aveva cominciato a verseggiare il suo lavoro. Abbandonata 
da lui questa idea, non fu ripresa che molto più tardi, senza dub- 
bio, quando egli aveva avuto tutto l'agio di leggere il lavoro del 
Tasso. E di questa lettura possiamo trovare tracce in tutto il la- 
voro dell'Angeli, meno nei due primi libri, già composti molti anni 
innanzi. Ed ecco incidentalmente dimostrato come, ricostruendo 
bene i fatti, un'altra affermazione dell'Angeli, dipinto mendace 
e poco sincero, ci apparisca verissima. 

Un altro esempio. Secondo me, daWargomento in prosa della 
Siriade potè essere indotto il Tasso a battezzare col nome di Alete 
uno degli ambasciatori del re d'Egitto a Goffredo. In quell'aroo- 
mento in prosa doveva, certo, essere indicato il nome dell'ora- 
tore, che andò in Roma dal Papa per manifestargli le intenzioni 
di Boemondo di una guerra contro i Turchi. 

E si noti, tanto il Bargeo quanto il Tasso ci dipingono questo 
Alete come un oratore coi fiocchi. Però nella descrizione, che di 
esso il Bargeo ci dà nel II della Siriade ed il Tasso nel II della 
Liberata, non v'ha nulla di comune. Invece un'immagine ome- 
rica, che il Tasso usa, descrivendoci il suo Alete, non è ripetuta 
dall'Angeli se non nel libro III del suo lavoro (i). Anche qui po- 



(1) Vedi più indietro a pag. 14G. 



— 171 — 

irebbe essere che l'Angeli non si servisse nel 11 libro del suo 
lavoro di quella reminiscenza omerica, a cui fu richiamato dal 
Tasso, perchè, quando egli lesse quel canto della Libei^ata, il 
II libro del suo poema era già verseggiato; ed invece si servi di 
essa nel libro III, che fu composto dopo molto tempo da che 
aveva letto il poema del Tasso. 

E dalla Slriade molto probabilmente, secondo me, fu sug- 
gerito al Tasso il primo episodio del canto IV, il concilio infer- 
nale. Episodi quasi simili a quello della Liberata se ne avevano 
nella letteratura anteriore, e a me si offrirà l'opportunità di ri- 
cordarne parecchi nel secondo volume di quest'opera; ma uno, 
che avesse di mira d'intralciare l'opera di Goffredo Buglione e 
dei Crociati, facendo ricorrere i diavoli agl'inganni, come quello 
del poema del Tasso, non si ha solo che nella Siriade. Da quell'fl^r- 
gomento in 'prosa potè dunque esser suggerito al Tasso il suo 
concilio infernale; e, poiché quella concezione astratta egli do- 
veva rivestirla di colori poetici, si offrirono alla sua mente due 
altri concilii infernali, fatti per fini diversi, quelli del Vida e di 
Claudiano, a cui egli si attenne nei più minuti particolari, come 
farò vedere (0. 

Se qualche immagine secondaria e qualche particolare di ese- 
cuzione si trova comune tra l'episodio della Liberata e quello 
della Siriade, non ho difficoltà di ammettere che esso è dovuto 
all'influenza esercitata dal poema del Tasso su quello dell'Angeli. 

E così molto probabilmente, secondo me, fu suggerito al 
Tasso daW argomento in prosa della Siriade e qualche cosa dei 
funerali di Dudone, e della sortita notturna di Clorinda ed Ar- 
gante, e dell'episodio di Sveno, ed anche la concezione dell'epi- 
sodio di Argante e Tancredi, di quello di Argillano ecc. 

Ripeto, quest'influenza à.Q\V argomento in prosa della Siriade 
si limita alla sola concezione della Liberata. Tutto ciò che di co- 
mune hanno la Siriade e la Liberata nella trattazione dei diversi 
soggetti, come idee ed immagini speciali, particolari stilistici, lo- 



(1) La Gerus. Liber. studiata nelle sue fonti, voi. II, cap. II. 



— 172 — 

cuzioni ecc., o si deve ad influenza della Liberata sulla Siriade, 
è conseguenza del fondo comune di coltura dell'Angeli e del 
Tasso. Ed immagini, idee, similitudini comuni fra' due poemi ne 
sono a iosa, come ho detto più innanzi (i). Molte di esse, senza 
dubbio, furono suggerite all'Angeli dal Tasso; ed anche a molte 
di quelle, che sono reminiscenze dei poemi classici, l'attenzione 
dell'Angeli è potuta esser richiamata dalla lettura dei canti della 
Liberata. 



(1) Vedi questo capitolo a pag-. 145. 



CAPITOLO Vili. 
Studii sulle fonti della « Liberata 



I primi accenni alle fonti della Liberata, come osserva il So- 
lerti (1), si trovano nell'edizione di Padova del 1581 per Erasmo 
Viotti, con note di Bonaventura Angeli ferrarese, e nelle due edi- 
zioni napoletane del 1582, l'una annotata dal padre Romei, l'altra 
curata da Tommaso Costo ed annotata da Giulio Cesare Capac- 
cio. Nell'edizione del Viotti, oltre agli argomenti ed alle allegorie 
a ciascun canto del poema, vi sono delle note, in parecchie delle 
quali si avvertono alcune fonti, alle quali attinse il poeta. Nelle 
due edizioni napoletane poi vi è un sommario della storia di Ge- 
rusalemme, e nell'ultima il Capaccio fa notare alcune remini- 
scenze virgiliane. Non credo che i due su mentovati autori leg- 
gessero le cronache dalle quali il poeta si servì, né coi loro lavori 
essi ebbero in animo di mettere in evidenza quanto al Tasso venne 
dalle cronache e quanto d'altronde. Queste tre illustrazioni quindi 
son ben poca cosa per lo studio delle fonti della Liberata. 

Non si può dire lo stesso delle illustrazioni alla Gerusalemme, 
che il 1586 e il 1587 pubblicarono Scipio Gentili e Bonifazio Mar- 
tinelli; e si deve a questi due benemeriti studiosi del poema del 



(1) Il Solerti nella Vita del Tasso (cap. XX) ci dà una storia degli studii 
sulle fonti della Liberata, che, quantunque non priva d'inesattezze, è piuttosto 
compiuta per i secoli XVI, XVII e XVIII. È monchevolissima per il secolo XIX ; 
ed io ho cercato di riparare al difetto. 



— 174 - 

Tasso la prima ricerca ordinata delle fonti di esso. Tanto il Gen- 
tili, quanto il Martinelli però non seppero vedere nella Geì^usa- 
lemme che molte reminiscenze à^W Iliade e deW Eneide e dei 
poemi latini e greci minori. Essi non si dettero cura, per il loro 
studio, di leggere le cronache delle crociate ed i molti poemi 
cavallereschi ed eroici italiani anteriori al Tasso, da cui questi 
attinse: il loro studio è quindi monco ed imperfetto. Il Gentili 
però fece bene notare, qua e là. nelle sue illustrazioni, quante 
reminiscenze vi siano di Dante e del Petrarca. Ed il Martinelli 
notò bene qualche reminiscenza, che nella Liberata ricorre del 
Furioso ed anche ÙQWAmadlgi di Gaula di B. Tasso. Il lavoro 
del Martinelli è però più uno studio di luoghi simili di molti 
altri poeti a parecchi punti della Liberata, anziché una ricerca 
delle fonti di essa. 

Prima ancora del Gentili e del Martinelli, Giuseppe Iseo da 
Cesena aveva scritto un Discorso sopra il poema di T. Tasso, per 
dimostrazione di alcuni luoghi in diversi autori da lui felice- 
mente emulati. Questo Discorso però fu pubblicato la prima volta 
il 1646. L'Iseo, come i critici ricordati fin qui, non fa che studiare 
la Liberata in confronto dei soli poemi latini e greci, e di Dante 
e di qualche altro scrittore nostro. Il suo Discorso è però pre- 
gevolissimo, non tanto per la copia dei raffronti, quanto per la 
giustezza e verità di essi; e non può essere trascurato dallo 
studioso delle fonti del poema del Tasso (i).* Di questo tempo 
dev'essere pure l'indice, che il Solerti pubblicaci), trovato da lui 
nella Magliabechiana, dei luoghi tolti dal Tasso da diversi autori. 



(1) È stato ripubblicato dal Solekti {Vitn dd Tasso, voi. Il, pag. 162-177). 

(2) Vita del Tasso, voi. I, 461-2. — Quella nota però è tutta spropositata, 
ed il Solerti avrebbe potuto avvertirlo, come una sola volta avverte che l'esten- 
sore di essa scrive Christa, invece di Crista. Ora sono sbagliati i nomi dei perso- 
nag-g-i poetici ricordati (Ciscipe, Ormus, Uberto invece di Cinipe, Orcaiio, Ubaldo). 
Ed ora sono inesatto le indicazioni dei lavori, a cui l'estensore rimanda (Boiardo 
III, I ; Virgilio X, e più giù novamente Virgilio X ; e al canto XVIII, Virgilio, 
7; o invoce quello indicazioni devono essere questo: Boiardo lU, V; Virgilio, 
XI e Virgilio XI, e Virgilio II). 



- 175 — 

Questo indice è pregevole, non solo perchè accenna alle princi- 
pali imitazioni della Gerusalemme dsiì poemi classici, ma anche 
perchè ricorda qualche imitazione del poema del Tasso daXV In- 
namorato del Boiardo e ddiìV Italia Libei^ata del Trissino. L'ano- 
nimo compilatore di quell'indice si era accorto che, per rendersi 
pieno conto delle fonti della Liberata, era uopo tener presente 
anche la letteratura anteriore al Tasso, specialmente epica. Pec- 
cato che si sia limitato a pochi raffronti; e peccato che altri stu- 
diosi della Gerusalemme non l'abbiano seguito in questa via. 

Ed alle fonti della Liberata qua e là nei loro scritti accenna- 
rono sulla fine del secolo XVI gli apologisti del Tasso e dell'Ario- 
sto, a proposito della polemica sulla Gerusalemme, destata da 
Camillo Pellegrino. Ed il Lombardelli, il Salviati, l'Ottonelli di- 
scussero della storicità della materia del poema del Tasso; gli 
stessi critici, il Guastavini ed altri notarono parecchie invenzioni, 
venute al Tasso dai poemi latini e greci e da qualche autore ita- 
liano. Ma nella discussione della storicità della materia della Ge- 
rusalemme non abbiamo che delle affermazioni assolute, alle quali 
sono contrapposte assolute negazioni. Il Salviati rimprovera il 
Tasso di aver messo in versi una storia già messa in versi da 
altri; ed il Lombardelli si scalmana a dimostrarci che nella Ge- 
rusalemme di storico non vi è nulla, o quasi nulla. Né il Sal- 
viati, né il Lombardelli, né altri si danno però la pena di raf- 
frontare la Liberata con le cronache delle crociate; ed il Lom- 
bardelli anzi, per opporsi al Salviati, nega la storicità patente di 
alcuni episodi di essa. Quanto allora si disse sulla storicità della 
materia del poema del Tasso è quindi addirittura inutile per la 
ricerca delle fonti di esso. Verissimi sono i raffronti, che si no- 
tarono tra la Liberata ed i poemi latini e greci, ed il Lombardelli 
ci dette una buona nota di questi raffronti: il Salviati poi accennò 
ad un' imitazione del Tasso dal Mambriano, confermando con que- 
st' altro esempio che per lo studio delle fonti del Tasso era uopo 
non chiudersi esclusivamente alla letteratura latina e greca. 

E ad altre imitazioni della Liberata accennò Lorenzo Giaco- 
mini Tebalducci Malespini nell'orazione in lode del Tasso, fatta 



— 176 — 

nell'Accademia degli Alterati e pubblicata dallo Smarrito Accade- 
mico della Crusca nelle Prose Fiorentine (i), e Roberto Titi, di 
cui abbiamo parlato nel capitolo precedente, e che nelle sue note 
alle Api del Rucellai avvertì parecchie imitazioni della Liberata 
dai poeti latini ed anche dal Rucellai stesso (2). 

E veniamo al più compiuto studio sulle fonti della Gerusa- 
lemme del secolo XVI. Fu pubblicato in Pavia il 1592, ed autore 
ne è quel Giulio Guastavini, che ho testé ricordato, ed il quale 
avea dato ampio saggio delle sue ricerche nell'edizione del poema 
del Tasso del 1590 (Genova, Pavoni). Ecco che cosa si propose di 
fare col suo lavoro il Guastavini: « Segnare i luoghi tolti da 
altri scrittori, dichiarando i luoghi più difficili; nei luoghi presi 
ed imitati da più antichi facendo paragone dell'uno e dell'altro, 
e con ragioni cavate dai fonti di retorica e poetica, mostrando o 
cercando di mostrare chi prevaglia; ed ultimamente discorrere 
tanto sopra l'universale di tutto il poema, paragonando in ispecie 
la Gerusalemm,e con V Iliade, e della maniera o forma di essa 
trattando, quanto sopra le parti speciali, si di qualità come di 
quantità, applicando i precetti generali dell'arte poetica ai luoghi 
particolari del poema ». 

Il lavoro del Guastavini è dotto e molto minuzioso. Il Gua- 
stavini ricerca nella Liberata non solo le imitazioni à^WIliade e 
de\VE?ieide, ma anche quelle di parecchi lavori minori della let- 
teratura greca e latina {V Odissea, \e Metamorfosi, le Storie di 
Livio, la Farsaglia, il De Rerum Natura, parecchie opere di Ci- 
cerone, altre di Claudiano ecc.). 

Né trascura quanto al Tasso venne dalla storia, anzi il Gua- 
stavini mostra di aver lette le tre cronache principali, alle quali 



(1) Questa orazione ò la sosta della raccolta. 

(2) Vedi La Coltivazione di L. Alamanni e le Api di G. Rurcllni con gli 
epigrammi dell' Alamanni e le Annotazioni (di Roberto Titi) sopra le Api. Firenze, 
Filippo Giunti, 1590. — Queste annotazioni del Titi si trovano anche nell'edi- 
zione della Coltivazione o delle Api, fatta a Milano il 1804, dalla tipografìa dei 
Classici Italiani, e nell'altra, fatta il 1851 dall'Antonelli iu Venezia (voi. X di 
quel Parnaso Italiano). 



— 177 — 

s'ispirò il poeta (quelle dell'Arcivescovo di Tiro, di Paolo Emilio 
e di Roberto Monaco); e per i fatti della casa di Este, ricordati 
nel poema, si riferisce al lavoro del Pigna su quella famiglia, 
seguendo l'esempio di uno dei primi commentatori della Libe- 
rata, Bonaventura Angeli ferrarese, il quale si era anche riferito 
a quel lavoro. Per l'illustrazione della parte storica e geografica 
della Gerusalemme il Guastavini ricorda pure il lavoro di B. Ac- 
colti, poi ricordato da parecchi altri commentatori della Liberata, 
ed un lavoro di Fra Brocardo; ma il Tasso confessa di non aver 
letto il primo, ed io ho dimostrato che non e' è necessità di 
ammettere che abbia letto il secondo (^l Ed anche gli scrittori 
nostri sono messi a contributo dal Guastavini nel suo studio sulla 
Gerusalemme, e spesso ricorda Dante, il Petrarca, il Boccaccio e 
qualcuno dei minori (i fratelli Villani, il Passavanti, il Novellino, 
il Casa, il Sannazaro, il Vida ecc.). Peccato che il Guastavini 
non abbia esteso il suo studio alla letteratura epica italiana an- 
teriore al Tasso: se l'avesse fatto, forse avremmo avuto fin dal 
1500 il lavoro più compiuto sulle fonti della Liberata. Ad ogni 
modo, non ostante queste lacune che si possono rimproverare al 
lavoro del Guastavini, questi resta davvero uno dei più beneme- 
riti ed autorevoli illustratori del poema del Tasso, come scrisse 
il Solerti. 

Ultimo di questo secolo dobbiamo ricordare il Galilei, il quale 
nelle sue Considerazioni sulla Gerusalemme confrontò spesso il 
poema del Tasso coi poemi latini e greci e col Furioso. Vera- 
mente quello del Galilei non è uno studio di fonti. Poiché, secondo 
a me pare, il Galilei scrisse le sue Considerazioni quando ancora 
ferveva la polemica sulla Gerusalemme, la quale era messa a 
confronto col Furioso, da alcuni per mostrare la sua eccellenza 
e da altri la sua inferiorità al nostro massimo poema cavallere- 
sco ("'='); il Galilei nei suoi raffronti questo volle dimostrare: che 



(1) Vedi a pag-. 123 e 128 di questo volume. 

(2) Vedi anche Vaccalluzzo, Galileo letterato e poeta, Catania, 1896, pagine 
29, 81. 



— 178 — 

la Gerusalemme non ha quelle eccellenze artistiche che abbondano 
nel Furioso. « Egli, im battendosi in qualche luogo della Gerusa- 
lemme, del quale ricorda qualche cosa di simile nel Furioso, 
dopo lo squarcio del Tasso, riporta anche quello dell'Ariosto, 
perchè si possa vedere la differenza tra l'uno e l'altro poeta, 
come scrive egli stesso » iX). 

Non si può quindi dire che i luoghi paragonati dal Galilei 
dall'un poeta siano stati ispirati all'altro: egli fa uno studio di 
raffronti, non di fonti propriamente dette; però in questo studio 
di raffronti qua e là vi è pure notata qualche fonte. 

E prima di procedere al secolo XVII, bisogna ricordare che 
molte delle fonti della Liberata sono indicate dal Tasso stesso 
nelle sue prose e sopratutto nelle sue lettere ai correttori romani; 
e quelle prose e quelle lettere non si possono trascurare da chi 
voglia rendersi esatto e pieno conto di tutte le fonti del nostro 
massimo poema eroico. — E veniamo al secolo XVII. 

Il dottor G. P. D'Alessandro, il 1601, in Napoli pubblicò un 
volume dal titolo Dimostrazione di luoghi tolti ed imitati in più 
autori dal signor T. Tasso nel Goffredo, ovvero Gerusalemme Li- 
berata. Questo lavoro è pregevolissimo. 11 D'Alessandro dichiara 
di non aver letti altri lavori simili sulla Liberata; quindi è pro- 
babile che non abbia conosciuti quelli del Gentili e del Guasta- 
vini che l'avevano preceduto; però in moltissimi punti nota quelle 
stesse fonti, che avevano notate i suoi predecessori. Ma quante 
altre nuove osservazioni ! Secondo me, questo è uno degli studii 
più dotti sul poema del Tasso, e di esso si è dovuto servire il 
Beni nel suo commento, benché non lo dica; in tanti luoghi i 
due commentatori si trovano d'accordo a rimandare alla stessa 
fonte. In parecchi punti del lavoro del Beni anzi sono anche con- 
futate parecchie derivazioni notate dal D'Alessandro, benché il 
D'Alessandro non sia mai nominato. 



(1) Vedi un mio lavoro sullo Considerazioni del Galilei, in Studi letterarii, 
Napoli, Morano, 1891. — Vedi anche Galilei giudice del Tnsso di Mauiio Ricci (in 
Terzo centenario della morte di T. Tasso, Roma, 1895). 



— 179 — 

Il D'Alessandro sopratutto ricerca le fonti classiche della Li- 
herata; però nota anche moltissime imitazioni del Furioso e qual- 
cuna deW Fnnamoì^ato. Quanto a^ìV Iliade non la cita nel testo, ma 
in una traduzione latina; e, secondo me, è meglio, per la ragione 
che ho detta a pag. 30-31 di questi Pì'olegomeni. 

Né il D'Alessandro si limita ai più reputati scrittori latini e 
greci ed ai soli sorami nostri (i): egli per il primo si accorge di 
alcune reminiscenze di Boezio, del Fontano e di Andrea Alciato 
nel poema del Tasso. 

Monchevolissimo è questo studio per l'illustrazione della parte 
storica del poema: il D'Alessandro nemmeno si propone questo 
compito; però è anche lui il primo a ricordare la cronaca di 
Ditti Candiano, poi ricordata da altri, la quale però, secondo me, 
il Tasso non aveva letta (2). 

A proposito di questo lavoro del D'Alessandro bisogna ricor- 
dare che Cataldo Antonio Mannerini, da Taranto, nella prefazione 
al Pastor Costante, rivendicava quel lavoro come cosa propria, o 
almeno scriveva di aver messo insieme un lavoro consimile (3). 

E passiamo ad un altro dei più accurati e coscienziosi stu- 
diosi delle fonti della Liberata, a Paolo Beni, che conobbe il 
Tasso a Padova il 1575, ed il quale, il 1607, pubblicò sette Di- 
scorsi, mettendo a confronto il poema del Tasso con V Iliade e 
con V Eneide. Questi Discorsi, accresciuti di altri tre, furono ri- 
pubblicati dal Beni il 1612. In essi sono trattati degli argomenti 
generali e talvolta anche estranei all'arte, con lo scopo di assicu- 
rare al Tasso la supremazia su Virgilio e sopra Omero. Solo in 
qualche punto possono dare l'addentellato a scoprire qualche 
fonte della Liberata. Delle fonti di questo poema il Beni però 
trattò con molta ricchezza nel Commento, di cui furono pubbli- 



(1) Il Marutfi (vedi più innanzi, pag-. 187) avvertì bene che il D'Alessandro 
ricorda solo una volta Dante ; però il Petrarca e l'Ariosto sono ricordati moltis- 
sime volte nel suo lavoro, e parecchie volte sono ricordati il Boiardo, il San- 
nazaro, il Poliziano e B. Tasso. 

(2) Vedi a pag. 35-36 di questi Proler/omeni. 

(8) ViTTOEio Imbkiaki, Fame usurpate, Napoli, 1888, pag. 59. 



— 180 — 

cati, il 1616, i primi dieci canti. Il Beni aveva compiuto il la- 
voro, di cui il 1625 furono pubblicati i primi cinque canti; ma 
quell'edizione rimase incompiuta per la morte dell'autore, nò poi 
il manoscritto del Beni fu potuto trovare dal Serassi e dal Se- 
ghezzi, che ne fecero ricerche. Ecco ora che cosa è questo am- 
plissimo Commento del Beni. 

Egli spiega, quasi stanza per stanza, la Liberata, giustificando 
ogni creazione, ogni carattere, ogni situazione di essa, e confu- 
tando quelli che l'avevano biasimata. Discute piuttosto prolissa- 
mente degli episodi e dell' azione principale, e chiude il commento 
a ciascun canto, dimostrando quanto male abbiano fatto gli Accade- 
mici della Crusca a biasimare la locuzione della Liberata. E spie- 
gando minutamente il poema del Tasso, il Beni si ferma di propo- 
sito alle imitazioni di esso; e ciò non con lo scopo di derogare al 
merito estetico della Liberata, ma anzi con lo scopo di esaltarlo. 
Il Beni, facendo notare tutte quelle reminiscenze di altri poeti 
nel Tasso, ha l'aria di dire: « ecco come il Tasso ha saputo 
far tesoro del meglio che vi ha nei poeti più reputati, avvan- 
taggiandosi anche molte volte sopra di essi » (i). 

Ed in questo studio di fonti il Beni tiene presenti i lavori di 
due benemeriti studiosi -che lo avevano preceduto nello stesso 
arringo: quello del Gentili e quello del Guastavini; però trova ad 
aggiungere molto di proprio, sopratutto confrontando la Geru- 
salemme con V Iliade, che le reminiscenze virgiliane del Tasso 
erano state quasi tutte notate dai suoi predecessori. Ed il Beni 
non trascura gli altri poemi latini, da cui attinse il Tasso; solo 
di Silio Italico mostra poco studio. Né dimentica i principali 
scrittori nostri (Dante, Petrarca, Boccaccio, Bembo....), e bisogna 
riconoscere al Beni il merito di avere allargate le indagini tra 



(1) Inasti questo solo luogo, cho ò in fino del primo dei suoi Discorsi: 
« . . . . sobbone il Tasso ai ò voramento servito assai ampiamente di Omero e 
Virgilio, nondimeno ha col suo giudizio e stilo data meravigliosa perfeziono a 
concetti od invenzioni altrui : posciachò gli ha rappresentati con leggiadria, va- 
ghezza, gravità e maestà tale, che il rame (per così dire) di Omero, o l'argento 
di Virgilio, in Torquato sembra fino e lucidissimo oro ». 



— 181 — 

il poema del Tasso e quello dell'Ariosto. Degli altri poemi caval- 
lereschi e dei poemi eroici italiani anteriori al Tasso il Beni però 
non fa neppure un accenno, come se non esistessero, o come se 
non avessero avuta alcuna influenza sulla Liberata; ed è questo 
uno dei difetti del suo lavoro. Per studiare le fonti storiche della 
Gerusalemme, il Beni non lesse che due sole cronache delle cro- 
ciate: quella di Guglielmo di Tiro, e l'altra di Roberto Mo- 
naco; e sono veramente le cronache, a cui il poeta attinse piìi 
largamente. Quanto a ciò che nel poema si dice della famiglia 
d'Este, il critico (come Bonaventura Angeli ed il Guastavini) ri- 
corda anche la storia del Pigna. 

Concludendo: benché il lavoro del Beni sia manchevole per 
più parti, è il più ricco di quanti se n'erano scritti fino ai prin- 
cipe del secolo XVII e di quanti se ne scrissero posteriormente, 
anzi quasi tutt'i commentatori posteriori saccheggiarono lui. Se 
il commento del Beni non ci fosse pervenuto che a metà, ad esso 
si sarebbe dovuto aggiungere non molto per l' indagine completa 
delle fonti della Liberata. 

Dopo del Beni, bisogna ricordare Lorenzo Pignoria, il quale 
concorse alla indagine delle fonti storiche del poema del Tasso; 
però si limitò alla ricerca dei nomi dei personaggi di esso. Di- 
stinse quei nomi in finti, in presi da altri autori, come a pre- 
stito, in allegorici ed in istorici. Per discutere di questi ultimi 
egli lesse moltissime cronache e moltissimi altri libri, da cui 
poteva avere aiuti alla dimostrazione del suo assunto. Con tutte 
queste letture, ben poteva il Pignoria darci uno studio piuttosto 
largo sulle fonti della Liberata; ma egli si restrinse ad un ar- 
gomento di poco interesse, ed il suo lavoro può solo in qualche 
cosa riuscire proficuo allo studioso delle fonti della Liberata. 

E, dopo del Beni e del Pignoria, devono essere ricordati Fran- 
cesco Birago e Benedetto Fioretti. 

Il lavoro del Birago è un commento diligente e minuzioso 
non della Liberata, ma della Conquistata; però nei moltissimi 
punti comuni dei due poemi il lavoro del Birago riesce utilissimo 
per lo studioso delle fonti della Liberata. 



— 182 — 

Di commenti al poema del Tasso, il Birago, quando scrisse 
il suo lavoro, non conobbe che quello del Gentili e del Guasta- 
vini nell'edizione di Genova del 1590; non conobbe però i Discorsi 
ed Annotazioni ecc. del Guastavini; ed è notevole come in mol- 
tissimi punti i due commentatori rimandino alle stesse fonti, 
benché non copiino l'uno dall'altro. 

Molta maggiore conformità e somiglianza hanno i commenti 
del Birago e del Beni. E se non si sapesse che furono tutti e due 
pubblicati lo stesso anno (1616), l'uno a Padova e l'altro a Mi- 
lano, si sarebbe quasi tentati a sospettare ad un abuso di fiducia 
o ad un plagio. Ma questa conformità, secondo il Birago, non 
dee recar meraviglia, "perocché ove ristesse ragioni discorrono, 
ivi gli stessi pensieri, o concetti, e quasi le medesime pargole es- 
ser dette possono, per dirla con lo stesso Birago. E, a mio giudi- 
zio, il Birago dovè conoscere anche il lavoro del D'Alessandro, 
poiché in molti punti non fa che ripetere le stesse cose, prima 
avvertite dall'acuto critico napoletano. 

Di cronisti della prima crociata il Birago non menziona che 
Guglielmo Tirio e Paolo Emilio, e due sole volte Roberto Mo- 
naco: il suo commento quindi per questa parte non compie quello 
dei suoi predecessori. Il Birago però ricorda altri storici (il Bu- 
gatto, il Fulgoso, il Sabellico), ed altri descrittori di Terra Santa 
(Cristiano Adricomio e Frate Roderigo di Jepes). Egli però non 
si domanda se quegli autori erano stati letti dal Tasso, e se essi 
illustrino qualche luogo della Liberata, non illustrato da' cronisti, 
che il Tasso confessa di aver letti. 

Abbondantissimi sono i raffronti, che il Birago fa tra il Tasso 
e gli scrittori latini e greci. Il Birago stesso però avverte che, 
non sapendo di greco, tenne presente nel suo lavoro gli autori 
greci nelle traduzioni latine. Ciò che, secondo me, non è un di- 
fetto del suo lavoro, per la ragione detta piìi innanzi a proposito 
del D'Alessandro i^). 



(1) Vedi a piig:. 179 di (lucslo volume. 



— 183 — 

Di poeti cavallereschi ed eroici italiani anteriori al Tasso il 
Birago non ricorda che solo l'Ariosto; e da qui apparisce quanto 
debba essere manchevole il suo commento. — 

Il Fioretti veramente non scrisse uno studio di fonti: egli 
tratta di argomenti generali e mostra come certe idee comuni 
siano state manifestate da un' infinità di autori. Qua e là però 
questi raffronti, come i Discorsi del Beni e le Considerazioni del 
Galilei, porgono l'addentellato a qualche vera fonte. — 

Ad una polemica, avvenuta nella prima metà di questo se- 
colo tra gli Accademici Infecondi di Roma, non posso che accen- 
nare fuggevolmente, perchè quegli scritti polemici manoscritti, 
che ancora esistevano in Roma nella Biblioteca dei Padri delle 
scuole Pie al tempo del Crescimbeni, ora sono andati smarriti. 
Ricordo invece un'altra polemica, destata il 1642 dal teologo 
Matteo Ferchie da Veglia, e nella quale presero parte Carlo Pona, 
Marcantonio Nali e Paolo Abriani W. 

Il lavoro del padre Ferchie da Veglia è beji povera e me- 
schina cosa: l'autore per lo più non fa che delle considerazioni 
teologiche e morali a 82 punti del poema del Tasso, che 82 sono 
le sue considerazioni (2). Però il Ferchie da Veglia aveva non 
scarsa coltura: oltre alla Bibbia ed a parecchi libri teologici e 
scolastici, egli mostra di aver letto i lavori del Guastavini, del 
Gentili, del Beni e del Pignoria sul poema del Tasso, e di cro- 
nache delle crociate ne aveva lette parecchie (Guglielmo di Tiro, 
Raimondo d'Agiles, Baldovino arcivescovo dolense), e aveva molte 
altre letture di storici e di geografi. Qua e là quindi nel suo la- 
voro vi è qualche osservazione giusta, che non dev'essere tra- 



(1) E non Carlo Poma e Marcantonio Nalì, come scrive il Solerti (Vita, 
I, 457). 

(2) Il Solerti, e nel testo della Vita del Tasso (pag. 457) e nella bibliografìa, 
ripete che le considerazioni del P. Matteo Ferchie da Veglia {e non Farchie da 
Vaglia, com'egli scrive a pag. 160, 169 del III voi. e 457 del I voi. della sua 
opera) sono trentadue (1). E furono pubblicate in Padova dal Pasquali, e non 
dal Pasquali, com' egli scrive nella bibliografia. — 



— 184 — 

scurata dallo studioso del poema del Tasso. E qualche osserva- 
zione giusta si trova anche negli altri polemisti più sopra ricordati. 

E dopo questi scrittori, durante il secolo XVII e XVIII, non 
abbiamo altri lavori notevoli sulle fonti della Liberata. 

Parecchi scrittori accennano ad esse indirettamente: e vi ac- 
cenna Scipione Errico nella commedia Le rivolte di Parnaso e 
noìV Occhiale appannato; vi accenna G. B. Manso lìéVCErocallia, 
ovvero dell'Amore e della Bellezza; vi accenna pure Bonifazio 
Vannozzi nelle sue lettere, il Magnanini in una lettera del Len- 
zoni al Baruffaldi, il cardinale Sforza Pallavicini nel suo 2rat- 
tato dello stile, e la sua osservazione fu ripetuta dal Quadrio ed 
anche dal Cesarotti. 

Di due letterati del secolo XVIII, che trattarono delle fonti 
della Liberata, bisogna fare menzione speciale: del sacerdote ve- 
neto P. Pietro Carabà e del Gingueué. 

Il P. Carabà scrisse un volume di Riflessioni sopra la Ge- 
rusalemme Liberata del signor T. Tasso. In esso per lo più non 
si fanno che considerazioni morali e religiose a proposito d'im- 
magini e d'idee e di episodi del Tasso; però qua e là sono av- 
vertite delle fonti non avvertite da altri, o sono ripetute quelle 
dei migliori commentatori. Il Carabà, dei commentatori del Tasso, 
aveva certamente letto il Guastavini, da lui ricordato. Dà prova 
di aver lette parecchie cronache delle crociate, delle quali però 
non ricorda che una sola volta quella di Guglielmo di Tiro. Illu- 
stra anche prolissamente le stanze della Liberata, nelle quali si 
parla della famiglia di Este: ed io credo che abbia ricavate tutte 
quelle notizie dalla storia del Pigna, benché egli non la ricordi. 
Tutto sommato, il lavoro del Carabà non si può trascurare da 
chi voglia trattare compiutamente delle fonti della Liberata. 

VHisloire litteraire d' Italie del Ginguené fu pubblicata dal 
1811 al 1813.11 Ginguené però aveva dato saggio dei suoi studii 
sul Tasso fin dal 1789, pubblicandone qualche articolo sul Mer- 
cure de France. Ed in questi studii egli avea trattato delle fonti 
della Liberata, ripetendo per lo più ciò che avevano osservato i 
primi commen latori di essa; però avea anche accennato a qualche 



— 185 — 

fonte nuova. Notevole è nel Ginguené l'osservazione che il poema 
del Tasso risenta moltissimo dei poemi cavallereschi. Ecco le sue 
parole : « Les poèmes romanesques ou romans épiques qui avaient 
inondé l' Italie, avaient seme dans la langue et dans les imagi- 
nations italiemiesfun grand nombre d'expressions et d'idées en- 
nemies du bon goàt, et méme du bon sens, pris dans cette accep- 
tion positive que lui donne Horace quand il ea fait la première 
règie de l'art d'écrire. Nourrl dans sa jeunesse de la lecture de 
ces ouvì^ages, ayant lai-méme, dès l'dge de dix-sept ans, figure 
parmi les poètes romanciers ; 'malgré les notions saines qu'' il 
acquit ensuite sur la véritable epopèe, il lui fut impossible de 
ne pas conserver, dans un poème héroìque, quelques-uns des dé- 
fauts qu'il s'était habitué à excuser et méme à imiter dans les 
romans ». 

E passiamo al secolo nostro, in cui lo studio della Liberata 
fu trascurato in quasi tutta la prima metà di esso, se ne eccettui 
qualche accenno fuggevole che vi fece il Foscolo ('). 

Vi accennò poi il De Sanctis, ripetendo l'osservazione del 
Ginguené, che nel poema del Tasso bisognava anche studiare l'ele- 
mento cavalleresco abbondantissimo, fino allora trascurato o quasi; 
e nelle sue lezioni di Zurigo sulla letteratura cavalleresca italiana 
notò qualche situazione ùqì Mor gante, à^W Innamorato e à.Q\ Fu- 
rioso passata nella Gerusalemme v'-). 

La stessa osservazione del De Sanctis, quanto ai poemi ro- 
manzeschi, ripeteva il D'Ancona, il quale aggiungeva che « alio 
studio delle fonti classiche ed antiche era indispensabile aggiun- 
gere quello della letteratura leggendaria del medio-evo », e sulle 
fonti della Liberata faceva delle osservazioni nuove '^^l E a fonti 



(1) Torquato Tasso e la Gerusalemme. Discorso di U. Foscolo (nel n. XLII 
della Quarterly Revieic, aprile 1819). 

(2) Vedi Scritti varii inediti a rari di F. de Sanctis. a cura di B. Cuoce. 
Napoli, Morano, 1898, voi. I. 

(3) Di alcune fonti della G. Liberata (in Varietà storiche e letterarie, prima 
serie, Milano, Treves, 1883). 



— 186 — 

della Liberata, o notandone delle nuove, o ripetendo le già fatte, 
accennavano Cesare Modestino, l'Arcangeli, il Rajna, l'Occioni, il 
Ciampolini, Costantino Coda(i), il Colagrosso, il Molineri, il Silorata, 
il Mazzoni, il De' Claricini Dornpacher, il Testerà, lo Scherillo, 
G. B, Cerini, E. Mestica, il Parlagreco, il Romizi, di nuovo il 
Mestica, Filippo Ermini, il De Grazia, E. Proto, di nuovo il Ro- 
mizi, il Solerti, G. B. Pellizzaro ed il Chiaradia (2). Ultimo devo 



(1) E non Carlo Coda, come scrive il Solerti {Vita, III, 157). Anche poco 
indietro nella stessa bibliografia (pag. 150), il Solerti scambia il nome del Bar- 
bato, battezzandolo Scipione, invece di Bartolomeo. 

(2) Della dimora di T. Tasso in Napoli negli anni 1588, 1592, 1594. Di- 
scorsi tre di Carmine Modestixo (ne furono pubblicati solamente due ; il primo il 
1861, il secondo il 1863). 

Dell' Arcangeli vedi le note alle Opere di Virgilio, Napoli, 1861. 
Rajna P., Le fonti dell' Orlando Furioso, Firenze, 1876. 
Dell' OccioNi vedi le note alla traduzione ch'egli fece &B\\e Puniche di Silio 
Italico, Milano, 1878. 

E. Ciampolini, Un poema eroico nella prima metà del cinquecento, Lucca, 1881. 

F. CoLAGROsso, Studii sul Tasso e sul Leopardi, Forlì, 1883, ed anche Un 
episodio della Gerusalemme del Tasso (nel numero unico « Napoli-Ischia »), Na- 
poli, 1881. 

C. CouA, La filosofia di T. Tasso nella G. L., Ditta Paravia, 1885. 

G. C. Molineri, Crestomazia degli autori greci e latini nelle tnigliori tradu- 
zioni italiane, Torino-Napoli, 1886. 

Di B. Silorata vedi le note alla sua traduzione deìVEneide di Virgilio, 
Roma, 1876. 

Del Mazzoni vedi i pregevoli articoli sul Tasso, contenuti nel Tra libri e 
carte (Roma, 1887), e la prefazione alla G. L., ediz. Sansoni, Firenze, 1883. 

De' Claricini Dornpacher, Lo studio di T. Tasso in Dante Alighieri (negli 
Atti dell' Acc. Dante Alighieri di Catania), Catania, 1887. 

E negli stessi Atti vedi il lavoro del prof. G. B. Testerà: T. T. felice itni- 
tatore di Omero, Virgilio e Dante. 

Michele Scheru.lo, iVt>?/<? al fonte (nel volume: Quattro saggi di critica let- 
teraria, Napoli, 1887). 

G. B. Cerini, / principali episodi della G. L., Ditta Paravia, 1896. 

Del Mestica vedi le note all'edizione por lo scuole dell'ii^jfiV/t" tradotta dal 
Caro. Firenze, G. Barbèra, 1899. 

C. Parlagreco, Studii sai Tasso. Napoli, Fratelli Orfeo, 1890. 



— 187 — 

ricordare il lavoro del prof. G. Maruflì, che mi perviene mentre 
sto correggendo le bozze di stampa di questo foglio (i). Il Marufifl 
indaga quanti simboli ed episodi, quante immagini, similitudini 
e versi, non solo l'Ariosto, ma anche il Tasso attinse dalla Di- 
vina Commedia. È lo stesso argomento trattato dal De' Claricini 
Dornpacher; ma quale differenza tra' due lavori! Quello del De' 
Claricini Dornpacher è una nota dei luoghi simili dei due poemi; 
questo del Maruffl è una trattazione sistematica dell'argomento, 
piena di osservazioni acute e sottili. Né son pochi i raffronti 
nuovi, che il Maruffl fa tra la Gerusalemme e la Divina Com- 
media. 

Unica osservazione, che mi pare si possa fare al Marufìì, è 
quella di essersi un po' lasciato vincere dall'amore al proprio ar- 
gomento e di aver voluto vedere filiazioni dove forse non sono. 
E vero, p. e., che tanti fatti immaginati dal poeta a proposito di 
Rinaldo sono simboli ricavati dalla Divina Commedia (lo avverte 



Del RoMizi vedi: Paralleli letterarii, Livorno, 1892; Antologia omerica e 
virgiliana, Ditta Paravia, 1898 ; l' Orlando Furioso con note, Milano, Albrighi- 
Segati e C, 1901. 

F. Ermini, L'Italia Liberata di G. Giorgio Trissino, Roma, Tip. Romana, 1894. 

D. De Grazia, Reminiscenze classiche dell'Eneide e della G. L., Catania, 1895. 

E. Photo, Il Rinaldo di T. Tasso, Napoli, 1895; e parecchi pregevoli arti- 
coli sul Tasso, pubblicati in Rass. critica della lett. italiana : « Questioni Tas- 
sesclie, I, e II, Briccicbe Tassesche ecc. ». 

Del Solerti qua e là nella Vita del Tasso, e qualche articolo nel Giorn. 
storico della lett. ital. 

G. B. Peluzzaro, Tra le fonti della G. L. — L'episodio di Clorinda (in Fan- 
fiilla della Domenica. XXV, 16). 

Eugenio Nino Chiaradia, L'imitazione omerica nella Gerusalemme Liberata, 
Stab. Tip. della R. Università, Napoli, 1903. — 

(1) Perciò non è ricordato nella nota 3 di pag. 37 di questo volume, dove 
andava ricordato lo studio di Kuhns L. Oscar, Soìne verbal resemblances in the 
Orlando Furioso and the Divina Comm,edia. In Modem language Notes, voi. X, 
n. 6, giugno del 1895. 

Il lavoro del Maruffi ha questo titolo: La D. C. considerata quale fonte 
dell'Orlando Furioso e della Gerusaleitime Liberata, Napoli, 1903. 



— 188 — 

lo stesso poeta); ma mi pare un po' troppo vedere delle analogie 
tra la selva incantata del Tasso e la selva, in cui Dante s' imma- 
gina smarrito (pag. 29-31). E lo stesso potrei ripetere per parecchi 
versi ed espressioni, che il MarufR dice derivati dalla Divina Com- 
tnedia nel poema del Tasso. 

In mezzo a tanti studii, si ebbero anche delle edizioni della 
Gerusalemme commentate col fine di mettere in evidenza le fonti 
di essa; e degne di essere ricordate sono quella pubblicata a 
Milano il 1804 dalla Società dei Classici Italiani con note del 
Gherardini, di cui si ebbe una seconda edizione il 1823; quella 
di Pisa del 1830, presso Niccolò Capurro, illustrata da G. Ro- 
sini (i); la francese del 1837 con i commenti e la traduzione in 
prosa letterale di M. A. Mazuy; e le altre di G. Sacchi, di G. Ber- 
tinatti e di F. Fraticelli del 1844; quella di Arborio Mella del 
1860; quella del Carbone e dello Scartazzini (1871), quest'ultima 
rifatta e ripubblicata il 1882; quella del Ferrari (1890); quella dello 
Spagnotti (1895) e quella del Falorsi (1899). 

Non tutti questi commenti hanno gli stessi pregi, benché non 
si possano trascurare da chi voglia studiare le fonti della Libe- 
rata: ed ecco, secondo me, i meriti ed i difetti di ciascuno di essi. 

Il Gherardini nei commenti all'edizione della Gerusalemme 
del 1804 tenne presente, e spesso copiò alla lettera, i lavori del 
Guastavini e del Gentili; ed in soli pochi punti trovò ad avver- 
tire qualche reminiscenza di poemi classici non avvertita da altri. 
Quanto al fondamento storico del poema, riconobbe che il Tasso 
s'ispirò nelle cronache della prima crociata; però egli non con- 
sultò per il suo lavoro che il solo Guglielmo di Tiro, ed anche 
della cronaca di lui non si fermò che al solo libro Vili. Bisogna 
aggiungere che il Gherardini, avendo di mira di esaltare quanto 
più era possibile il suo autore, spessissimo nel suo commento 
cercò di difendere il Tasso dalle accuse del Galilei, e molle volte 
lo fece con ragioni giuste e calzanti. 



(1) Occupa i volumi 24, 25 o 26 dell'edizione delle Opere complete del Tasso 
in trcnlatrò vohinii, fatta da quel benemerito editore. 



— 189 — 

Tutto sommato, il commento del Gherardini ancora si può 
consultare con frutto. 

Prima di dire dei commentatori posteriori, ò uopo avvertire 
che il 1811-12 venne in luce la lodatissima opera del Michaud 
Storia delle Crociate, che fu subito tradotta in italiano da Luigi 
Rossi e poi da F. Ambrosoli. 

11 Michaud, col soccorso di molti eruditi filologi, come scrive 
l'Ambrosoli, potè consultare un grande numero di cronache; e 
degr importantissimi avvenimenti, di cui tratta la sua opera, ci 
dà una storia cosi minuta e particolareggiata, che quasi segue lo 
svolgimento di essi giorno per giorno. Specie nella prima cro- 
ciata, argomento del poema del Tasso, il Michaud impiega tante 
cure pazienti e tante erudite ricerche, da essere in grado di nar- 
rare quel fatto nei suoi più minuti particolari. Non è quindi me- 
raviglia se, dopo la pubblicazione dell'opera del Michaud, i com- 
mentatori della Gerusalemme abbiano a larghe mani attinto 
all'opera dell'illustre storico francese. 

Però il valersi delle indagini del Michaud e l'illustrare la 
parte storica della Liberata con brani dell'opera di lui, era da 
critico non molto rigoroso. Il Michaud, per darci la storia della 
prima crociata, aveva consultato tante cronache, le quali non 
sappiamo se il Tasso avesse lette; e molte volte egli riferisce i 
particolari raccontati da altri cronisti, e non quelli raccontati dai 
cronisti che il Tasso confessa di aver letti. Ed un lavoro di fonti, 
se non si fonda sugli autori, da cui lo scrittore od il poeta at- 
tinse, perde ogni valore ed ogni serietà. 

Ed è questa l'osservazione principale, che si può fare a tutti 
gl'illustratori della Liberata, che si valsero nei loro commenti 
dell'opera del Michaud, e se ne son valsi tutti, meno il Rosini, il 
quale, nelle sue note, della parte storica della Gerusalemme non 
si occupa, e non fa che ripetere le osservazioni del Guastavini, 
del Gentili, del Martinelli e del Gherardini, come avverte egli 
stesso nella prefazione al suo lavoro, il quale perciò non ha quasi 
nulla di nuovo. Dal Mazuy, il Michaud comincia a far largamente 
le spese agl'illustratori della Liberata. 



— 190 — 

Il Mazuy, oltre alla cronaca di Guglielmo di Tiro, mette a 
profitto nel suo lavoro anche quelle d'Alberto d'Aix, di Raimondo 
d'Agiles, di Oderico Vitale, di Guiberto de Nogent, di Raoul de 
Coen, del Baudri. E non trascura molti storici arabi, che trat- 
tarono del fatto cantato dal Tasso. Però egli non si domanda, 
prima, se il Tasso abbia avuto conoscenza di tutte quelle cronache. 
Che se non le lesse, se la parte storica della Gerusalemme è bene 
illustrata dalle sole cronache, che egli ricorda, tutte quelle cita- 
zioni sono inutili. Si aggiunga che il Mazuy, mentre ricorda tanti 
cronisti non ricordati dal Tasso, non ne ricorda poi alcuni che 
il Tasso confessa di aver letti W. 

Non si può dire dunque che col lavoro del Mazuy lo studio 
sulle fonti storiche della Liberata abbia fatto un notevole passo 
avanti; ed anche dopo questi due egregi scrittori francesi, si de- 
sidera uno studio, che dimostri quali cronisti il Tasso abbia te- 
nuti presenti per l'opera sua, e di quali abbia ignorato perfino 
l'esistenza; e coi soli cronisti da lui letti giustifichi tutta la parte 
storica della Liberata. 

Quanto a poemi cavallereschi francesi ed italiani anteriori al 
Tasso, il Mazuy mostra di conoscerne moltissimi, dagl'informi 
lavori dei troubadours e dei trouvères, agli splendidi poemi del 
Boiardo e dell'Ariosto. Quindi sa bene mostrare quale spirito ca- 
valleresco informi tutta l'opera del Tasso, e molti luoghi della 
Gerusalemme, che apparivano imitazione classica, egli sa ben ve- 
dere che sono imitazione di poemi cavallereschi. Il Mazuy però 
raramente cita lavori singoli e fa raffronti speciali. A che si deve 
aggiungere che egli trascura quasi addirittura d'indicare le mol- 
tissime imitazioni di altri lavori, che ricorrono nella Liberata. — 

Delle note del Mazuy spessissimo fecero tesoro nei loro la- 
vori il Sacchi ed il Bertinatti, il primo ripetendo alla lettera, il 
secondo compendiando. Il Fraticelli poi si riferisce più spesso di- 
rettamente al Michaud. Bisogna aggiungere che il Bertinatti spesso 
nota anche delle reminiscenze classiche della Gei^salemme, ripe- 



(1) Vedi questo volume a pag. 116. 



— 191 — 

tendo quanto avevano osservato gli antichi commentatori; e, se- 
guendo e talvolta copiando alla lettera il Gherardiui, anche lui 
in parecchi commenti alza la voce contro il Galilei. Il Fraticelli 
poi non solo ripete più spesso che gli altri il Michaud, ma si ri- 
ferisce spessissimo ai commenti precedenti del Gherardini e del 
Bertinatti, come questi due volte si era riferito al commento del 
Sacchi. 

E veniamo al commento del Mella (e non Mela, come scrive 
sempre il Ferrazzi), che è sopratutto pregevole per i discorsi, 
che precedono il poema. Il Mella è uno dei più benemeriti stu- 
diosi della Gerusalemme, e in quei suoi discorsi ci dà un'idea 
piuttosto esatta e compiuta dei tempi del Tasso, dell'esigenza 
nella seconda metà del secolo XVI di un poema eroico-religioso, 
dell'opportunità della materia presa a cantare dal poeta di Sor- 
rento, e di tante e tante altre questioni, che gettano molta luce 
sull'opera del Virgilio del cristianesimo, come dal critico è chia- 
mato il Tasso(i). Anche l'introduzione storica del Mella airillustra- 
zione della Gerusalemme si legge con interesse e con istruzione, 
specie da chi non abbia letto le cronache delle crociate od il Mi- 
chaud. Ed in questa introduzione il Mella si vale largamente 
dell'opera dello storico francese e di molte altre, che trattano lo 
stesso argomento: però in più punti dà prova di avere attinto 
direttamente a qualcuna delle cronache delle crociate, che egli, 
illustrando il poema, cita senza nessuna critica, come avea fatto 
il Mazuy, e, dopo di lui, il Sacchi, il Bertinatti ed il Fraticelli. 
Quanto alle altre fonti del poema, nelle note del Mella non vi è 
nulla di nuovo: egli ripete quasi sempre quello che era già stato 
notato. — 

Due intenti sopratutto ebbe il Carbone nello scrivere il suo 
commento: fare notare le varianti tra la Liberata e la Conqui- 
stata, ed indicare le fonti, alle quali attinse il Tasso nella Libe- 
rata. Il primo intento non era nuovo, benché il Carbone credesse 



(1) Il Solerti (Vita, I, 43) ripete quasi alla lettera le ideo del Molla. 



— 192 — 

altrimenti. Già il 1828, in Padova, curata da L. Carrer, si era pub- 
blicata un'edizione de La Gerusalemme Liberata col riscontro della 
Conquistata. 

Pel secondo intento il Carbone, come dichiara nella prefa- 
zione al suo lavoro, si valse delle fatiche del Gentili, del Guasta- 
vini, del Birago, del Cavedoni, del Colombo e del Beni. Però del 
Beni conobbe solo la Com'parazione di T. Tasso, Omero e Virgilio 
del 1G12, e non il Commento del 1616, che è cosi importante per 
l'illustrazione delle fonti del poema del Tasso. E quanti altri la- 
vori il Carbone non trascurò, che avrebbe dovuto tener presenti, 
se avesse voluto dare un'illustrazione, almeno pei suoi tempi, com- 
piuta del nostro massimo poema eroico! Il Carbone non seppe o 
non volle tener presenti, fra l'altro, il Discorso dell'Iseo, il lavoro 
del Martinelli e quello del D'Alessandro, che avvertono delle fonti 
nuove e vere del poema del Tasso. Ed un altro appunto può es- 
ser fatto al Carbone. Egli ripete i raffronti come son fatti dai 
critici anteriori, e non si dà la pena di segnare l'indicazione di 
essi; e quando quell'indicazione vi è negli autori da cui copia, 
la riferisce tale e quale, senza aver cura di verificarla, ripetendo 
cosi molte volte le inesattezze degli autori di cui si serve. Mostra 
cosi che il suo è un lavoro meccanico di copiatura, e che non ha 
studiato a veder se ciò che era stato notato dagli altri, poteva o 
no ritenersi. Aggiungo però subito che qua e là anche nel Car- 
bone vi è qualche raffronto nuovo, specialmente col Furioso. Per 
l'illustrazione della parte storica del poema del Tasso, il com- 
mento del Carbone non è gran cosa: egli stesso confessa che 
non si allontana dal Mella. — 

Lo Scartazzini pubblicò due edizioni del suo commento: quella 
del 1871 e quella del 1882. Io terrò conto di quest'ultima, poiché 
è il risultato di studii più maturi nel suo autore, e contiene tutto 
ciò che conteneva la prima edizione, meno quello che lo Scar- 
tazzini stimò superfluo, o troppo elementare, o troppo prolisso. 
E questa edizione ha intenti sopia tutto filologici, e da qui i fre- 
quenti raff'ronti tra parecchie edizioni della Liberata e i brani si- 
mili aggiunti nella Conquistata. 



— J93 — 

Lo Scartazzini però si occupa pure delle fonti della Gerusa- 
lemme, e rimanda spesso ai passi affini dei poeti latini ed italiani 
imitati dal Tasso. In questa parte del suo lavoro non vi è grande 
novità: egli copia da una o due edizioni anteriori, specie da quella 
del Carbone; e pochissimi sono i raffronti nuovi che trova ad ag- 
giungere. Questi nuovi raffronti però son quasi sempre veri. — 

Più importante è il lavoro di Andrea Novara, il quale nella 
prefazione di esso scrive: « Ho cercato che il mio commento 
fosse né esclusivamente storico, né solamente estetico, né limitato 
ai confronti coi classici greci, latini e italiani, né fosse soltanto 
uno studio di varianti: qualunque lavoro cosi parziale non ri- 
sponde alle esigenze d'una scuola; ho voluto quindi che fosse 
tutto questo insieme ». 

E quanto alle varianti, il Novara si vale delle fatiche del Co- 
lombo e del Cavedoni. Quanto all'illustrazione delia parte storica 
del poema, si vale del commento del Mella. Quanto poi all'inda- 
gine delle fonti della Liberata, non solo ricorre ai lavori del Gua- 
stavini e del Gentili, ma anche all'ampio commento del Beni e 
al lavoro del Martinelli. Però trascura il D'Alessandro, trascurato 
anche dal Carbone, ed il Birago, di cui il Carbone si era valso am- 
piamente nel suo commento. Le fatiche del Carbone e del Novara 
quindi, come raccolta dei luoghi della Gerusalemme imitati da 
altri autori ed osservati da' cinquecentisti e secentisti, quasi si 
compiono a vicenda, perchè, mentre nell' uno è fatta grande parte 
alle osservazioni del Birago ed é trascurato il Beni, nell'altro in- 
vece il Birago è trascurato e si fa grande parte alle osservazioni 
del Beni. Bisogna aggiungere che non son pochi i nuovi raffronti 
fatti dal Novara, specialmente con V Iliade. — 

Il Ferrari indubbiamente è uno dei piìi colti illustratori del 
poema del Tasso. Delle opere dei commentatori anteriori egli si 
vale di quelle del Gentili, del Guastavini, del Birago, del Mella, 
del Carbone, del Camerini, dello Scartazzini, del Novara, del Mez- 
zatinti e Padovan e del Beni; però di quest'ultimo, come il Car- 
bone, non conobbe il Commento del 1616. Chi abbia letto questo 
capitolo si accorgerà quanti altri autori il Ferrari avrebbe do- 



— 194 — 

vuto mettere a contributo nel suo lavoro, se avesse voluto darci 
cosa completa. Se però da questo punto di vista il commento del 
Ferrari è manchevole, esso è degno del maggiore elogio per la 
esattezza delle citazioni dei brani riprodotti da altri autori. Si 
trova la stessa esattezza nel secondo volume dell'opera del No- 
vara, e non mai nel Carbone, come abbiamo avvertito. Ed un'altra 
lode merita il Ferrari. Per illustrare la parte storica della Geru- 
salemme egli si vale del Mella e della cronaca di Guglielmo di 
Tiro; ma non son pochi, né di poca importanza le nuove illu- 
strazioni, che trova a fare alla Gerusalemme, studiando di pro- 
posito questo principale fra' cronisti, da cui fu ispirato il Tasso. 

Merita anche lode il Ferrari per aver ripubblicato il testo 
della Liberata nella lezione, che il 1581 diede in Ferrara l'edi- 
tore Febo Bonnà; lezione che pare meglio risponda agF intendi- 
menti ed al gusto del poeta i). Tutti gli altri commentatori, prima 
di lui, avevano riprodotta la lezione, che il 1584 usci pei tipi 
dell'Osanna in Mantova. E la lezione del Bonnà è stata ripro- 
dotta, dopo del Ferrari, e dal Solerti nella sua edizione critica del 
poema del Tasso, e dallo Spagnotti nel suo commento. Il quale 
però non è gran cosa. Lo Spagnotti, per la parte storica della 
Gerusalemme, non si riferisce che alla sola cronaca di Guglielmo 
di Tiro. Per le altre fonti consulta solo il Gentili, il Guastavini 
ed il lavoro del Beni del 1612, copiando molte volte dal Mella 
e dal Ferrari, che egli stesso ricorda nella prefazione al suo la- 
voro. Con frutto e con piacere però si legge dello Spagnotti il 
cenno sui Cristiani in Terra Santa, che precede il poema. 

Ed ultimo dei commentatori è il Falorsi, il quale il 1899 ri- 
pubblicò la Liberata con note alla fine di ciascun canto. 

Questo del Falorsi è un ottimo commento, però anch'esso 
lascia più di un lato scoperto ai colpi della critica. Prima di tutto, 
il Falorsi, forse per voler fare un lavoro addirittura originale, 



(1) Vedi De Niscu, La Gerusalemme Conquistata e l'Arte Poetica di T. Tasso 
(in Propuf/natore, N. S., voi. II, fase. 9, pag. 411-12); o Alfonso Bautoli, Due edi- 
zioni della Gerusalemme Liberata (in Terzo centenario della morte di T. Tasso, 
Roma, 1805). 



— 195 — 

tenne poco o niun conto di coloro, i quali lo aveano preceduto 
neir indagare le fonti del poema del Tasso: nel suo commento 
quindi sono trascurate moltissime cose, che gli. altri avevano già 
osservate. Sono trascurati, per dirne qualcuna, Apollonio Rodio, 
Tito Livio, Tacito, VAfrica del Petrarca, la Cristiade del Vida, 
le opere del Sannazaro, V Italia Liberata dai Goti del Trissino, 
e non so quanti altri. 11 Falorsi, a quanto io sappia, è il primo 
dei commentatori del Tasso, che per illustrare nelle sue fonti 
qualche episodio della Liberata, rimanda alla Siriade del Bargeo. 
Ma egli mostra d'ignorare la questione, che si agita a proposito 
della Siì'iade e della Liberata. 

Né per Fillusti-azione della parte storica del poema del Tasso 
il Falorsi si mostra critico più esigente. 

Oltre dei cronisti ricordati dal Tasso, egli rimanda spesso a 
questi altri nel suo lavoro: Bernardo il Tesoriere, Gilone, Pietro 
Tudebodi, Sabellico e Raoul de Coen; ma non si dà la pena di 
studiare se essi siano stati o no letti dal Tasso, e se a paragrafi 
di essi si debbano sostituire paragrafi di Guglielmo Tirio, Paolo 
Emilio e Roberto Monaco. Li ricorda indifferentemente, come 
avrebbe potuto ricordarne mille altri in luogo di essi. 

Non ostante queste mende, provenienti sopratutto da difetto 
di metodo, il commento del Falorsi contiene del buono, sopra- 
tutto in esso è avvertita qualche nuova fonte. 

E non ricordo parecchi altri commenti al poema del Tasso, 
i quali non sono molto importanti per il nostro studio, poiché 
non contengono osservazioni ed illustrazioni nuove (i). 



(1) Tali sono l'edizione della G. L. (Firenze, 1883), importante, come dissi, 
per una dotta prefazione dell'illustre prof. G. Mazzoni. Quella del Mezzatinti 
e Padovan dal titolo : Stanze scelte della Gerus. Lib. ad uso delle scuole (1885). 
Quella del Ferrari e Straccoli (1886), lo cui osservazioni nuove si trovano nel 
commento del Ferrari del 1890. Quella dello Stiavelli (Roma, 1890), del Galeazzi 
(Napoli, 1891), di Ersilio Bicci (Firenze, 1892 j dal titolo: Fiore della Gerus. Lib.: 
quella del Pellegrini (Parma, 1897) àaìiìiolo: Manuale 'i>er lo studio della Geru- 
salemme Liberata; l'altra di G. B. Francesia (Torino, 1899), e le tre altre del Cor- 
nali, del Fassini e di P. Gori ecc. 



— 196 — 

Tutti questi commentatori, molti dei quali notarono pure qual- 
che fonte nuova, trascurarono addirittura o quasi le fonti caval- 
leresche della Gerusalemme. Solo per qualche immagine o qualche 
situazione fu ricordato l'Ariosto ed il Boiardo. Mancava quindi 
uno studio, che facesse vedere quanta materia fosse venuta al 
Tasso dai poemi cavallereschi italiani anteriori, ed anche dai 
primi tentativi di poemi eroici. A questo fine mirai io con la pub- 
blicazione di due volumi {Sulle fonti della Gerusalemme Liberata, 
Catanzaro, 1894), dove di quelle fonti si tratta largamente. Non 
pretesi di dare un lavoro completo, ma di portare il mio mo- 
desto contributo allo studio delle fonti della Liberata; e quelli 
che vollero vedere un lavoro completo, mostrarono di non tener 
conto delle mie intenzioni (0. Però anche i miei critici riconob- 
bero la novità e la utilità del mio lavoro; del quale, di li a poco, 
si serviva molto liberamente il prof. Salvatore Multineddu in un 
suo volume: Le fonti della G. L. (Torino, 1895), con cui Fautore 
pretese di dare il lavoro completo e definitivo sulle fonti del Tasso. 
Ma questo studio del Multineddu è ben lungi dall'essere il lavoro 
completo e definitivo che si desidera sulla Liberata; ed ecco perchè. 

Quanto ad imitazioni dei poemi cavallereschi ed eroici italiani, 
il Multineddu si vale quasi sempre del lavoro mio, quindi manca 
di novità C^). Per le fonti classiche, ripete la maggior parte dei raf- 
fronti fatti dagli altri. Quanto allo studio delle fonti storiche, il 
Multineddu mostra di aver lette parecchie delle cronaciie delle 
crociate ; però anche qui si nota un difetto di metodo nel suo la- 
voro, che egli ricorda indifferentemente, e cronache che il Tasso 
ebbe indubbiamente presenti nello scrivere, e cronache che forse 
non lesse mai. 

Però il lato veramente debole del lavoro del Multineddu è lo 
studio dei suoi predecessori, cioè di quelli che trattarono delle 

(1) Vedi la recensione di A. Solerti in Giorn. Stor. della letteratura italiana. 
voi. XXIV, pagg. 255-266; e ciò che ripete del mio lavoro in Vita del Tasso, 
voi. I, pagg. 466-67, — Le intenzioni, che ebbi nello scrivere quel lavoro, appa- 
riscono chiare dalla prefazione al secondo volume. 

(2) Vedi il mio volume Varia, pagg. 126-152. 



— 197 — 

fonti della Liberata. Il Multineddu mostra d'ignorare tutto questo 
lavorio d'indagini sulle fonti del poema che studia, e non fa che 
ripetere da uno o due dei moderni (Novara e Ferrari), dove sono 
raccolti molti, ma non tutt'i raffronti fatti da un centinaio di 
studiosi. Il Multineddu quindi trascura moltissime delle fonti no- 
tate da altri; e non è raro il caso che citi a sproposito: al povero 
Gentili, p. e., molte volte fa dire quello che egli mai non disse. 

Il Multineddu si mise a scrivere senza un lavoro propedeu- 
tico. Avrebbe dovuto, prima, studiare bene qual'era la mente del 
Tasso, quando cominciò il suo poema ; quali studii aveva fatti e 
quali erano gli autori da lui prediletti ; quali erano le sue idee 
sul poema eroico, quale la coltura e le aspirazioni della seconda 
metà del '500. E quindi raccogliere tutti gli studii che si erano 
fatti sulla Liberata. 

Dopo queste indagini preliminari, egli avrebbe ricordati la- 
vori che non ricorda, e ne avrebbe tralasciati molti altri, che ri- 
corda e che non hanno ragione di essere ricordati. Avrebbe avuto 
presenti, stanza per stanza e situazione per situazione, tutte le 
fonti notate dagli altri, e, con un lavoro di eliminazione, sarebbe 
venuto all'immagine ed all'idea, che fu davvero presente al Tasso 
nello scrivere. Il bello è che il Multineddu si propone questo com- 
pito; ma poi, invece di discutere, non fa che affermare, e molte 
volte cita per delle singole situazioni parecchi modelli, precisa- 
mente come aveva fatto io; ma io non aveva voluto che racco- 
gliere materiali, mentre egli ripone il merito del suo studio nel 
lavoro di eliminazione e di critica esercitato sulle indagini altrui. 
Però di eliminazione e di critica nel volume del Multineddu non 
v'è neppure ombra. Egli dalla prima all'ultima parola del suo libro 
non fa che affermare doramaticamente, scartando e ritenendo i 
raffronti fatti dagli altri, senza addurre nessuna ragione. Ed anche 
dagli sbagli madornali (e non infrequenti) apparisce che il lavoro 
del Multineddu fu messo insieme con molta fretta e non fu seria- 
mente pensato. Il volume del Multineddu quindi, sopratutto per- 
chè manca di compiutezza e di critica, non può dirsi il lavoro 
definitivo sulle fonti della Liberata. — 



— 198 - 

Fra gli stranieri che accennarono a fonti della Gerusalemme^ 
bisogna ricordare P. Paris ed il Xyrop, che per alcune immagini 
di essa rimandano a poemi antichi francesi; il Clarus, che vuole 
ispirato l'episodio di Armida dall'Amadigi greco di Feliciano da 
Silva; il Ranke, il Mennung e lo Schmidt, che per lo stesso epi- 
sodio rimandarono al Florlsel de Niquea, e l'Hippeau, che rimandò 
al Bel Inconnu (i). Più notevole di tutti è Giorgio Osterhage, il 
quale ha voluto dimostrare che il Tasso attinse al mondo leggen- 
dario celtico e germanico C-^). 

Però, secondo me, il lavoro del dotto critico tedesco non è 
tale da farci acquietare nella tesi, che in esso si vuole sostenere. 
L'Osterhage parla di derivazioni lontane e remote, mentre tra- 
scura le vicine ed evidentissime. E come se un medico, per giu- 
stificare l'eredità morbosa di qualche ammalato, invece di guar- 
dare il padre di questo, che ebbe la stessa malattia, si volgesse 
ai suoi lontani parenti, di tre o quattro generazioni passate. Né 
rOsterhage dimostra che il Tasso ebbe quella coltura di lavori 
celtici e germanici, che avrebbe dovuta avere, per attingere da 
essi tutti quei materiali, che egli vuole abbia attinti. 

Ed ecco i miei predecessori, delle opere dei quali sarà tenuto 
conto in questo volume e a volta a volta discusse e vagliate. 

Il campo, come si vede, è abbastanza mietuto; non resta che 
l'opera d'una critica severa ed intelligente, che dia il peso dovuto 
a ciò che fu osservato da altri, aggiungendo qua e là qualche 
cosa di nuovo. Ciò che mi propongo di fare io con questo lavoro, 
se avrò ingegno ed acume 

Convenienti a sì nobile suggetto. 

(1) Di P. PAuia, vedi Histuire littcraire, XXII, 371, 387; XXV, 527. — Del 
Nykop, la Storia dell'ejjopea francese nel medio-evo, pag. 219. — Del Clabus, la 
Storia (iella letteratura spaynuola, I, 322. — Del Ranke, la Geschiehte der ìtal. 
Poesie {Abhandl. der Ahad. der Wissensclia/ten zu lierliti, 1835, p. 464). — Del 
Mjsknuno, vedi il lavoro sul Carduino. 

(2) Il lavoro dell' Ostekhaok ha questo titolo: Erlauterungen su den Sa- 
genhaften Teiteti in Tassos Befreitem JerusaleìH ; e fu puhljlicato a Berlino il 1893. 



INDICE. 



I. — Dal poema cavalleresco al poema eroico nel 1500 . . . pag. 1 
IT. — La mente del Tasso » 20 

III. — Le idee del Tasso sul poema eroico » 51 i/" 

IV. — Continuazione del capitolo precedente, ed oppoi'tunità 

dell'argomento dal Tasso preso a trattare .... » 73 
V. — Da quali cronisti della prima crociata il Tasso attinse per 

il suo lavoro » 81 

VI. — Continuazione dello stesso argomento. Altri storici e geo- 
grafi letti dal Tasso, o ricordati dai critici nello illu- 
strare la « Liberata » » 110 

VII. — Precursori del Tasso, e sopratutto di Pier Angeli da 
Barga. — Mutua influenza del Poema dell'Angeli e 

di quello del Tasso » 138 

VIII. — Studii sulle fonti della « Liberata » » 173 



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